sabato 22 novembre 2014

# Frammenti videoludici

Gabriel Knight - Sins of the Fathers

1993
Quest’oggi torniamo a parlare di videogiochi per l’etichetta Frammenti Videoludici e dopo avervi decantato la bellezza di Ripper della Take Two Interactive, ho deciso di passare a un altro grandissimo capolavoro. 

Sto parlando di Gabriel Knight, dell’autrice Jane Jensen, sviluppato dalla Sierra Entertainment.

2013
Avendo amato profondamente questa saga e preferendo andare con ordine, per prima cosa, vi parlerò del primo capitolo uscito nel 1993 e magistralmente rifatto per l’anniversario nel 2013 (disponibile dal 2014) dalla casa produttrice Pinkerton Road, di cui la Jensen è fondatrice e proprietaria: Gabriel Knight - Sins of the Fathers, le colpe dei padri.

Vent’anni fa uscì soltanto in inglese, ma nel 2006 alcuni appassionati rilasciarono una patch in italiano, per la gioia di moltissimi, compresa la mia. Sia il primissimo che il remake, sostanzialmente quasi identico, con l’eccezione di grafica e design migliorati nonché dell’audio in italiano, sono strutturati a “giorni”, divenuti poi nel secondo e terzo gioco della saga, “capitoli”. Le azioni da compiere portano il giocatore alla fine di ogni giornata, che non termina, appunto, se non si è fatto tutto il possibile. 

Nel 1993 il gioco uscì su Floppy Disk, ma ebbe così tanto successo che la Sierra decise di farne anche una versione CD, con tanto di dialoghi recitati da attori del calibro di Tim Curry (The Rocky Horror Picture Show e molti altri), Mark Hamill (Luke Skywalker in Star Wars, ad esempio) e Michael Dorn (Uno su tutti: Star Trek).

A questo punto passo a raccontarvi un po’ di trama, anche se qualunque videogiocatore appassionato di avventure grafiche che si rispetti, non può non conoscere questa saga da cima a fondo.

Gabriel Knight
Chi è Gabriel Knight?

Gabriel è soprattutto uno scrittore dell’oscuro in stile Allan Poe e Lovecraft, decisamente squattrinato e nemmeno tanto talentuoso, che gestisce la sua piccola e antica libreria di New Orleans chiamata Saint George

In questo primo capitolo, Sins of the Fathers, Gabriel ha da poco assunto un’assistente molto graziosa, tale Grace Nakimura. 

Grace Nakimura
Mentre Grace si occupa dei pochissimi clienti, dei conti e delle scartoffie, Gabriel, colto dall’ennesimo blocco dello scrittore e da distraenti e stancanti incubi notturni a dir poco terrificanti che si susseguono sempre uguali ogni notte, inizia a indagare su una serie di omicidi che stanno accadendo in città, apparentemente legati all’antica religione del Voodoo, nella speranza di trovare l’ispirazione per il nuovo libro. 

Il suo amico di vecchia data Mosely è il detective incaricato del caso e grazie a questa conoscenza Gabriel può accedere ad alcune prove rinvenute sulle scene dei delitti. La polizia pensa che il Voodoo sia solo uno specchietto per allodole e che non c’entri niente con gli orrendi delitti nei quali i cuori delle vittime vengono strappati dal petto, ma crede che sia un bluff per nascondere una faida fra organizzazioni criminali. 

La libreria di Gabriel in versione 2013.
New Orleans, antico centro multirazziale, è lo scenario perfetto scelto appositamente dalla Jensen, che fa da sfondo alla misteriosa e affascinante religione Voodoo e alla cultura sudamericana-creola immigrata, annidata nel cuore della città. 

Col passare dei giorni e progredendo nell’indagine, Gabriel scopre che i suoi incubi notturni sono profondamente legati a questi tremendi fatti di sangue e che la sua famiglia nasconde un segreto a dir poco incredibile. Per generazioni e generazioni, dal padre, al nonno, al bisnonno e così via, i suoi avi sono sempre stati degli Schattenjäger, ovvero dei Cacciatori di Ombre e che una maledizione perseguita la sua famiglia, da quando uno dei suoi antenati fallì nel compiere il suo dovere di Schattenjäger nella Charleston coloniale di secoli prima; ed è proprio a causa di questa maledizione che Gabriel ora si ritrova coinvolto nel caso che sta insanguinando New Orleans. Grazie anche all’aiuto di Grace, che in quest’avventura fa soltanto da spalla, ma che già nel secondo capitolo della saga diviene un personaggio decisamente più importante, Gabriel arriverà a capire molte cose sugli omicidi, sul Voodoo e sulla sua misteriosa famiglia.

La libreria di Gabriel in versione 1993.
Prima di addentrarmi nei tecnicismi del gioco, vorrei spendere qualche parola sui personaggi principali di questa saga, perché stiamo parlando di un videogioco di stampo adulto (come Ripper del resto) dietro al quale si nasconde una vera scrittrice, oltre che game designer, e questo, cari miei, spicca come Venere all’alba, contrariamente a tante altre avventure che, seppur ben realizzate, non sono comunque all’altezza dal punto di vista della narrazione e soprattutto della caratterizzazione dei personaggi. Qui lo zampino di uno scrittore c’è e si vede. Sarebbe quindi un peccato limitarsi a parlare del comparto grafico o del gameplay “solamente” perché si tratta di un videogioco. 

Il comparto storico, ad esempio, è curatissimo e coinvolge il giocatore senza annoiarlo con lunghe lezioni sul passato di New Orleans o sulla complicata religione Voodoo, ma anzi, scorre accanto al gameplay in modo fluido e leggero, fondendosi con la perfetta sceneggiatura. Da videogiocatrice vi consiglio di dimenticare il Voodoo di Monkey Island perché in questo caso non c’è ombra di parodia. Si tratta di una storia seria, un romanzo avvolto in quello che molti conoscono come realismo magico, senza però dimenticare l’ironia pungente e caustica che contraddistingue il personaggio di Gabriel Knight.

La cappella privata della residenza Ritter, in Baviera, Germania, nel gioco del 1993.
La cappella privata della residenza Ritter, in Baviera, Germania, nel gioco del 2013.

E’ mia intenzione, con questi post dedicati al mondo videoludico, accendere una luce su ciò che c’è dietro, perché personalmente sono stanca di coloro che pensano al videogioco come a qualcosa che con la cultura e con l’intelligenza non ha niente a che fare, qualcosa che azzera il cervello e funge solo da passatempo, perché non è così. E’ esattamente il contrario. (Candy Crash, Farmville e compagnia bella, ovviamente non fanno testo). Ripper, di cui vi ho parlato qualche post fa, è una vera e propria opera cinematografica che niente ha da invidiare a un film di Hollywood e Gabriel Knight è un’opera letteraria che niente ha da invidiare ad una Rowling.

Gabriel è un personaggio fra i meglio caratterizzati nella storia delle avventure grafiche e, anche se a tratti ricalca il cliché del bel tenebroso, a guardarlo bene ci si rende conto che non è facile sulle prime prendere una posizione d’amore o di odio nei suoi confronti. E’ uno sbruffone, disordinato, squattrinato, sempre in jeans e maglietta, donnaiolo, poco rispettoso e per niente attento ai sentimenti altrui. Egocentrico ed egoista pensa solo a se stesso e al suo tornaconto personale. 

Nello stesso tempo è un uomo tormentato che riesce a instillare tenerezza, dannatamente ironico e dissacrante, strappa spesso un sorriso o una sana risata. Nel secondo capitolo in particolare, di cui vi parlerò più avanti – a mio parere il migliore in assoluto dei tre – appare anche come un uomo fragile, imperfetto, e l’empatia che si riesce a provare nei suoi confronti è grande, esattamente come quando leggendo un buon libro si diventa inconsapevolmente amici del protagonista al punto da volergli bene e da provare uno strano senso di protezione nei suoi confronti. Quando il lato oscuro di Gabriel emerge, la leggera antipatia provata per quello sbruffone si dissolve magicamente e al suo posto compare un sentimento di affetto e comprensione. 

Lo stesso tipo di empatia la si finisce per provare verso Grace. Attratta quasi inconsapevolmente dal magnetismo di Gabriel, ma sufficientemente intelligente da capire che è un uomo difficile, con il quale sarebbe molto pericoloso instaurare una relazione poiché porterebbe quasi sicuramente a soffrire, si sforza di mantenere un certo distacco, di non cadere preda del suo fascino e delle sue simpatiche, ma comunque sensuali avance. Fra i due c’è un’attrazione molto simile a quella che esiste fra Mulder e Scully, e non è azzardato nemmeno suggerire il paragone fra i due lavori. Possiamo dire che tutta la saga di Gabriel Knight è una versione alla Lovecraft di X-Files. Non fatevi quindi ingannare da chi vuole spacciare GK per un poliziesco perché non lo è, così come non lo era X-Files, anche se i protagonisti della serie erano due agenti dell’FBI intenti a risolvere casi.


Gabriel e il detective Mosely sulla scena del crimine.
Quando Gabriel scopre la storia della sua famiglia e viene messo di fronte al suo destino come Schattenjäger, deve fare i conti con tutto questo finendo col maturare sotto gli occhi del giocatore e piano piano il suo carattere si mussa divenendo più umano e meno egoista, pur mantendosi fedele a certi aspetti quali l’ironia al vetriolo o l’attrazione eccessiva per il gentil sesso. Se all’inizio è facile provare una punta di antipatia per lui, con lo scorrere del tempo è impossibile non scoprirsi affezionati a quest’uomo in fin dei conti fragile e così confuso da un potere più grande di lui che, per altro, preferirebbe di gran lunga non avere. Combattere contro forze sovrannaturali non è certo quel che Gabriel vorrebbe fare nella vita; vita che invece passerebbe volentieri in compagnia di buon cibo, ottimo vino, belle donne e con la fama ottenuta dai suoi libri. In ogni modo Gabriel lotterà sempre con la determinazione e testardaggine tipica di chi è consapevole di non avere avuto scelta e si abituerà al nuovo e strano titolo di Schattenjäger, impresso nel suo stesso DNA. Imparerà ad affrontare le sue paure, proteggere chi ama e onorare la tradizione di una famiglia composta da Guerrieri della Luce, in perenne lotta contro le forze dell’oscurità.

Nei capitoli successivi anche Grace acquisterà uno spessore inaspettato e da secchiona e semplice spalla, imparerà a conoscere davvero Gabriel e a volergli bene per quello che è, supportandolo, proteggendolo, sgridandolo quando necessario, divenendo a tratti persino coprotagonista. L’amico e detective Mosely, in leggero sovrappeso e in possesso di un’intelligenza non molto brillante, rimarrà sempre presente, ma con un ruolo leggermente secondario. Nel corso della saga vedremo altri personaggi e in particolar modo nel secondo capitolo, la loro caratterizzazione sarà eccezionale sotto ogni aspetto. 


Il museo del Voodoo
Per quanto riguarda Sins of the Fathers, gli altri personaggi che incontreremo sono l’enigmatico Dr.John, proprietario di un museo dedicato alla religione Voodoo da lui considerata innocua ed estranea agli omicidi di New Orleans, la ricca e bellissima Malia Gadde, intrappolata suo malgrado in un ruolo di spicco della società e altri personaggi secondari ben caratterizzati utili allo svolgimento della narrazione. In questo capitolo faremo anche la conoscenza, insieme allo stesso Gabriel, di un suo stretto parente, l’ultimo Schattenjager della sua famiglia, Wolfgang Ritter.

Passando al gameplay posso dirvi che si tratta, come anticipato, di un’avventura punta e clicca costellata da dialoghi ed enigmi a volte un pochino ostici, ma sempre logici e ben congegnati, altre volte piuttosto intuitivi, necessari però ai fini della trama. Ci sono anche pochissime sezioni arcade, momenti in cui è facile lasciarci le penne e qualche enigma a tempo, tutto risolvibile non per forza con un determinato ordine. Già dall’inizio del gioco le location visitabili sono diverse, ma dopo un comprensibile e iniziale spaesamento, non è difficile comprendere come muoversi. Un altro aspetto gradevole è che il gioco non si svolge soltanto a New Orleans, ma anche in Europa, dove è possibile vedere un’anticipazione di quella che sarà una delle location del secondo capitolo della saga di Gabriel Knight. Ogni volta che il giocatore farà un passo utile ai fini della trama, come da tradizione, Sierra ci darà punti esperienza, utili alla fine, per capire se è stato tralasciato qualcosa, invogliandoci magari a rigiocarlo.

Graficamente, sia il primo gioco del 1993 che il nuovo remake del 2013, sono lavori eccellenti, sia in game che nei filmati d’intermezzo, per la maggior parte composti da immagini statiche a vignette che richiamano la graphic novel della Jensen (scaricabile gratuitamente dalla rete cliccando qua). A questo proposito devo obbligatoriamente citare anche l'adattamento romanzato della Jensen, ahimé solo in inglese, in vendita su Amazon.

Il doppiaggio in inglese, considerando il cast di cui vi ho già parlato, è eccelso, mentre quello in italiano è un pochino meno curato, soprattutto per la voce della narratrice fuori campo e la colonna sonora composta da Robert Holmes, marito di Jane Jensen, è invece davvero stupenda e curata. 


La mappa di New Orleans
L’interfaccia di gioco a icone è molto semplice e classica e non spicca particolarmente per originalità. Per il videogiocatore d’avventure navigato, insomma, è un normale cliché con la solita possibilità di manipolare gli oggetti in inventario, osservarli da vicino, averne una breve descrizione o accedere alla mappa. 
Come per ogni capitolo di GK, viene fornito uno strumento che automaticamente registra le conversazioni, utile per poterle riascoltare in qualunque momento. 

Concludendo la mia personalissima recensione, posso solo consigliarvi di giocare a tutti e tre i capitoli di questa meravigliosa saga, perché se amate le avventure grafiche, non potete per niente al mondo farvele scappare. Prossimamente vi parlerò anche dei successivi due seguiti, The Beast Within e Il mistero di Rennes-le-Château.

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