sabato 4 ottobre 2014

# Una stanza senza libri è come un corpo senza Anima.

Il gioco di Ripper

Dunque, da dove comincio questo post? Direi da una premessa. 

Malgrado io sia una discreta lettrice, ammetto la mia sovrana ignoranza nei confronti di Isabel Allende, della cui penna non ho mai letto niente, forse a causa del deterrente “Paula”, libro che racconta la storia vera della figlia, morta giovanissima a causa di una terribile e devastante malattia. Sono refrattaria a libri dal tenore triste e drammatico, anche a quelli che alla fine vogliono portare un messaggio di speranza. La mia vita è stata sufficientemente triste e drammatica e, detto tra noi, non ho più voglia di immedesimarmi nel dolore altrui. Certo, se mi capita di leggere sul giornale qualche tragedia (e capita tutti i giorni visto che viviamo su un dirigibile marrone senza elica e timone), ci empatizzo anche se non vorrei, me ne dispiaccio, ci soffro, ma di qua a volermi autoinfliggere svariate ore di lettura straziante dove i personaggi soffrono, piangono, si suicidano, subiscono ingiustizie, si disperano e muoiono, beh, no grazie.

Questo il motivo per cui mi sono sempre tenuta lontana da Allende, Pessoa, Yoshimoto e compagnia piagnucolante. Piuttosto una sana risata con Lucianina Littizzetto o una trasecolata nelle mutande con un buon Stephen King o un Palanhiuk. Si può parlare di malinconia, di tristezza e di eventi dolorosi anche frammentando questi momenti con parti ironiche e delicate, ma alcuni scrittori sembrano non averlo capito, sfornando tragedie greche contemporanee dal prologo all’epilogo e da questi scrittori io rifuggo.

Detto questo, lo so da me che della Allende dovrei leggere almeno La casa degli spiriti,  quindi finitela di sfrantecarmi gli zebedei. Prima o poi lo farò.

Tornando a noi e al post, questa doverosa e lunga premessa l’ho fatta perché oggi ho intenzione di parlarvi del primo libro che ho letto, e ho appena terminato, di Isabel Allende. Ta da da daaaan! Il gioco di Ripper.


Ricorderete sicuramente che qualche post fa vi ho parlato di Ripper, un videogioco della Take Two Interactive, del 1996. Durante la stesura di quel post, mi sono rinfrescata la memoria su alcuni aspetti del capolavoro videoludico in questione, gironzolando online e per puro caso mi sono imbattuta in questo libro. Incuriositissima dal fatto che Isabel Allende ha dichiarato di essersi ispirata proprio al mio amato videogioco e che finalmente ha sperimentato un altro genere letterario, ovvero il thriller, mi sono detta ok, compriamolo. Vediamo se questa scrittrice tanto osannata, è davvero il fenomeno di cui tutti parlano. Se è considerata una semidea, vorrà dire che è in grado di scrivere qualunque genere, sfornando solo capolavori ineguagliabili!

Ebbene, mi sbagliavo di grosso.

Partiamo dal principio, con un po’ di trama.

Indiana Jackson ha solo 33 anni e sua figlia Amanda è già un’adolescente. La donna rimase incinta al liceo in seguito a una storiella con un ragazzo che dovette per forza sposare, ma che lasciò qualche anno dopo a causa delle sue scappatelle, divorziando. L’ex marito è ora il capo della sezione omicidi di San Francisco, mentre lei è terapeuta in una clinica olistica, dove cura i suoi pazienti, compreso un barboncino con l’artrosi, con aromaterapia, massaggi, pietre, oli essenziali e altre tecniche non riconosciute dalla medicina ufficiale, in cui lei crede profondamente. Karma ed energie spirituali sono il suo pane quotidiano. Affetta dalla sindrome della crocerossina un po’ troppo buonista e disneyana, Indiana è una donna generosa, altruista, tendenzialmente boccalona e inconsapevolemente sensuale nonostante i suoi chili di troppo. Bionda, burrosa e un po’ grezza, Indiana è il cliché che fa da perno, attorno al quale ruota tutto il libro (nonché tutti i protagonisti maschili) e sinceramente, Dio solo sa perché.

Amanda è un’adolescente altrettanto cliché. Quindicenne con un intelletto superiore alla media, ama le storie di vampiri, licantropi e tutto quello che è misterioso e splatter, come i casi di omicidio di cui si occupa suo padre. Insomma una bimbaminkia emo che legge Twilight e libri sui serial killer, solo più intelligente della media. Con un padre irresponsabile che, non sapendo dove parcheggiare Amanda quando era piccolissima, se la portava sulle scene del crimine lasciandola in auto, credendo così che non potesse vedere eventuali budella sparpagliate sull’asfalto. Un genio, insomma.

Figlia di una donna troppo ingenua un po’ insipida e di un uomo poco furbo che inspiegabilmente è stato messo a capo della sezione omicidi, Amanda per fortuna sembra aver preso il sale in zucca dal nonno Blake, farmacista, padre di Indiana, un uomo ancora giovane per essere già nonno e con il sogno di fare lo scrittore. 

Un altro personaggio molto importante è Ryan Miller, un ex Navy Seal dell’esercito degli Stati Uniti che ha perso una gamba in guerra, durante una delle tante missioni a caccia di Osama Bin Laden. L’ex soldato macho, sexy e muscoloso, affetto da sindrome post traumatica e appena uscito da una dipendenza verso l’alcol, gira in compagnia di Attila (che fantasia, raga) il suo cane soldato, compagno in ogni missione. E’ un molosso pieno di cicatrici, occhi freddi e calcolatori, intelligentissimo, addestrato dall’esercito come un’arma letale, con addirittura zanne di titanio. 

Ryan conosce per caso Indiana e fra loro scatta una bella amicizia che da parte di Miller si trasformerà poi in amore. Peccato che Indiana abbia occhi solo per Alan Keller. Un cinquantacinquenne con cui ha una storia da quattro anni. Alan è ancora molto affascinante nonostante abbia molti anni più di lei e, anche se ad Indiana non importa nulla, è pieno zeppo di soldi. Collezionista d’arte, membro di una famiglia molto facoltosa e del jet set, avrà un ruolo particolare nella vita della protagonista che a stento arriva a fine mese, spesso per colpa sua visto che dispensa le sue cure a destra e a manca a prezzi ridicoli e talvolta persino gratis, solo per altruismo.

Amanda, con quattro amici sparsi per il mondo e il nonno, partecipa a un gioco di ruolo online che si chiama per l’appunto Il gioco di Ripper. I giocatori, ognuno col proprio nick name e la propria peculiarità, si ritrovano in rete, con cuffia e microfono su Skype, a spulciare indizi e proporre ipotesi al fine di individuare la vera identità dello Squartatore.

Abbiamo un ragazzino afroamericano orfano, bambino prodigio, esperto di logica deduttiva che si fa chiamare Sherlock Holmes e vive a Reno; Abatha una ragazza anoressica con le visioni per colpa della fame che fa la sensitiva e che viene ricoverata ogni tre per due; Esmeralda, un ragazzino paraplegico della Nuova Zelanda in sedia a rotelle che interpreta una gitana e Sir Paddington, colonnello inglese in pensione interpretato da un ragazzino del New Jersey che soffre di agorafobia e non esce mai di casa.

Quando la madrina di Amanda, Celeste Roko, un’astrologa nota per le sue profezie, avverte la popolazione che un “bagno di sangue” sta per colpire San Francisco, e un primo omicidio accade sul serio poco dopo, Amanda e i giocatori di Ripper decidono di spostare l’indagine dalla finzione videoludica alla realtà, aprendo un’indagine per scoprire chi è l’assassino. Gli omicidi si susseguono e le indagini procedono anche con l’aiuto del nonno di Amanda, che partecipa a Ripper nel ruolo dello sbirro Kabel.

Qui mi fermo per non fare spoiler e passo alla mia personalissima recensione.

Prima di tutto confermo quel che si dice dello stile narrativo di Isabel Allende. E’ davvero una scrittrice coi fiocchi. Ha uno stile narrativo fluido, scorrevole, pulito e di facilissima comprensione. Quando racconta sembra una mamma che consola un bambino spaventato da un incubo in piena notte raccontandogli una fiaba: deliziosa. 

Passando invece alla trama, posso dire senza remore che è veramente inconsistente. Mi spiego meglio:

Il libro parte con un bell’incipit in pieno stile CSI Las Vegas; nulla di nuovo sotto il sole in quanto a originalità, ma quanto meno il libro parte in quarta. Peccato che dopo poche pagine il thriller si metta in pausa e parta un vero e proprio romanzo rosa. Romanzo che dura trecento e passa pagine, nel quale veniamo a sapere tutto su Indiana, Alan e Ryan. Scopriamo chi sono i pazienti e i colleghi di Indiana, come lei e Ryan si sono conosciuti, come lei si è messa con Alan, eccetera, eccetera, eccetera. E sottolineo eccetera. 

Trecento pagine intervallate piuttosto di rado da capitoli inerenti Amanda e un nuovo omicidio, gettato lì nel mezzo del romanzo familiare come un sassolino in uno stagno. Il vero thriller riparte dopo più di due terzi di libro e rincorre di fretta un finale un po’ posticcio e raffazzonato, scritto quasi per forza. Per dovere. Eh, ormai ho promesso al mio pubblico un thriller, quindi devo dar loro un assassino e un movente. Ora la smetto col romanzo e spiego chi e perché ha ucciso tutta questa gente.

Il sapore che lascia in bocca è questo. 

Ciò non toglie che sia scritto in modo magistrale e che si legga tutto sommato volentieri, ma in quanto al thriller, beh… spero che per Isabel Allende questo sia il primo e l’ultimo esperimento in questa direzione e che torni ai suoi romanzi pregni di realismo magico nei quali è un mostro sacro. Spennellare un thriller di realismo magico è commettere un grosso errore.

La suspence? L’originalità? La complessità per il lettore di capire chi è l’assassino? Non c’è niente di tutto questo. Non appena la scrittrice ha presentato un personaggio in particolare, ho capito al volo che era lui, il serial killer. Il perché poi se la prenda con Indiana è un vero mistero. Fino all’ultimo i suoi omicidi hanno uno scopo, il serial killer, per quanto scontato e poco originale, agisce con logica uccidendo con un senso e la trama sta in piedi, ma ad un certo punto la storia devia verso Indiana senza il benché minimo perché. Oddio, un micro perché a dire il vero esiste, l’ho trovato, ma si tratta di una scusa, un pretesto talmente fragile e banale che preferisco pensare non ci sia. Preferisco pensare che la trama non stia in piedi e che il collegamento fra l’assassino e Indiana non esista.

Non voglio nemmeno sapere perché un Navy Seal strafigo come Miller, dotato di un arto praticamente bionico come Pistorius e di un cane che è tutto tranne che un batuffoloso barboncino, non si metta un giubbotto antiproiettile prima di gettarsi a capofitto in una missione altamente pericolosa. 

Concludendo mi sento di consigliare questa lettura solo ed esclusivamente agli amanti e fedeli lettori di Isabel Allende o a coloro che amano i romanzi puri e semplici, ma allo stesso tempo lo sconsiglio caldamente a tutti gli appassionati di thriller, perché ne Il gioco di Ripper, un thriller non c’è. Anzi, c'è, ma non sta granché in piedi.

Ah, un ultimo appunto. Ripper, il gioco di ruolo investigativo che portano avanti Amanda, i suoi amici e suo nonno, risolvendo addirittura il caso alla fine del libro, non è minimamente ispirato a Ripper della Take Two Interactive. Sono due giochi completamente diversi. Quello inventato dalla Allende si riduce a una riunione online ogni tanto, una videoconferenza su Skype, dove cinque persone discutono di indizi, autopsie, rapporti della polizia ottenuti dal padre di Amanda (cosa a mio parere alquanto inverosimile), mentre il secondo è un vero videogioco, un’avventura grafica con un classico game play fatto da clic, sfondi 2D, transizioni video e momenti arcade.

Sono talmente diversi che mi è sorto il dubbio di aver capito male le parole della Allende, quando ha dichiarato di aver preso spunto per il suo libro da questo vecchio gioco.   

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