mercoledì 25 giugno 2014

InterView: Napoli - Valeria

25 giugno 0 Comments

Napoli per me è stata un colpo di fulmine. Quando ci sono andata la prima volta, l’ho guardata negli occhi e mi sono immediatamente innamorata.
Voglio dedicare quindi questa mia quarta intervista, per la mia etichetta InterView a Valeria. Una mia collega, nonché carissima amica napoletana Doc, che ha la sua città natale nel cuore.
Grazie Vale, mi hai donato uno spaccato di Napoli che strizza veramente il cuore.

Ribalterei il detto, sapete? Non potete mica morire, se prima non avete visto Napoli.

'Vide Napule, e po’ muore.’ Cosa c’è di vero in questo detto? 

Mah… di vero c’è quello che ognuno di noi vuole vedere nel suo cuore!
Il detto si riferisce piuttosto alla cosiddetta “pace dei sensi”, ovvero la comunemente detta: morte!! La vista del mare, del Vesuvio, l’allegria che talvolta si respira nella Napoli di chi sa guardarla con gli occhi del cuore, crea quasi una sorta di estasi dei sentimenti, delle emozioni. Guardare la luna specchiarsi nel mare all’ombra di Castel dell’Ovo… non c’è droga che tenga… Per questo vedi Napoli e ti si calma il cuore. Quasi come nella morte, vista in questa caso come un evento “positivo”, appunto di “pace estrema”.

Questa è un’intervista particolare perché tu sei napoletana verace. Le interviste che ho fatto fin’ora sono tutte frutto di viaggi mentre nel tuo caso, hai la città natale nel cuore. Spiegheresti ai lettori che non ci sono mai stati cos’ha Napoli di così meraviglioso? 

Tanto per cominciare è la città nella quale sono nata! Speciale per forza perché come per ogni uomo, il paese natale regala il primo respiro che incamera nei polmoncini ancora addormentati, stampandosi come un marchio nell’anima! 
Vi parlerò di Napoli attraverso le leggende dalle quali ne derivano le origini e sarete trascinati dalla magia!
Napoli è collegata al celebre mito della Sirena Parthenope, per questo i napoletani sono detti partenopei. Parthenope fu la sirena che non riuscì, con il suo canto, ad ammaliare Ulisse che pur di resistere, si fece legare all’albero maestro della nave. Per questo motivo la sirena morì sull’isolotto Megaride, dove oggi sorge Castel Dell’Ovo. E’ proprio qui che un gruppo di coloni fondò il primo nucleo cittadino (V secolo a.C) detto proprio Partenope.
Una seconda leggenda invece narra che la sirena napoletana si fosse innamorata del centauro Vesuvio e questo amore scatenò la gelosia di Zeus che li punì ferocemente: lui diventò un vulcano, lei la città di Napoli…
A parte le leggende, Napoli è straordinaria strutturalmente parlando, poiché è una delle poche città al mondo che ha conservato l’antico tracciato viario greco – romano fatto di cardini e decumani (i suggestivi vicoli di Napoli).
E’ per questo che il centro antico della città è incluso nell’elenco dei beni considerati patrimonio dell’Umanità protetto dall’Unesco!

Quale punto di Napoli hai particolarmente nel cuore e perché? 

Porto nel cuore la mia città, Torre Annunziata, cittadina alle falde del vulcano, a pochi km da Napoli. Città della pasta e dei pastifici, città di mare e di pescatori. Se passate da Napoli, fate un giro anche li. A dispetto di quello che dicono e di tutti i problemi della città, Torre Annunziata è un presepio sul mare…

Non voglio parlare dei problemi di Napoli che tutti noi conosciamo perché balzano sulle cronache dei giornali, voglio concentrarmi sugli aspetti stupendi di questa città. Uno di questi è la pizza. Dove si mangia la pizza più buona di tutta Napoli?

Una delle più antiche e note pizzerie di Napoli è “Antica Pizzeria” da Michele a Forcella. Sulle pareti della pizzeria due poesie che hanno il titolo delle pizze servite, poche ma buone, A Margherita e A Marinara!

Ci parli un po’ di San Gennaro e del suo ricorrente miracolo del sangue?

San Gennaro è detto anche “faccia gialla” poiché la sua statua è di bronzo!

Il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro avviene 3 volte l’anno: la vigilia della prima domenica di Maggio, il 16 Dicembre, ovvero anniversario dell’eruzione del Vesuvio, e il 19 Settembre, data del martirio. Nelle tre date suddette il sangue contenuto nelle ampolle di vetro, normalmente rappreso, si liquefa spontaneamente. Il sangue ribolle divenendo rosso vivo. Se ciò non accade è presagio di sventura. L’ultima volta che il sangue non si è sciolto, Settembre 1980, a Napoli ci fu il terremoto. Gennaro era il Vescovo di Benevento incarcerato in seguito alle persecuzioni contro i cristiani ad opera di Diocleziano nel III secolo, decapitato a Pozzuoli. La processione del miracolo inizia dal duomo, (cappella del tesoro) fino ad arrivare a Santa Chiara. E’ un’esperienza unica.

Andiamo a cena in un ristorantino di specialità napoletane, cosa mi consigli di mangiare?

A’ menesta maretata (la minestra sposata)! Piatto tipico napoletano, dalla lunghiiiissima preparazione: selezioni di carni e verdure, e unione sublime dei due ingredienti! Bietole, cicoria, cime di rapa, cavolo cappuccio, cotenne di maiale grasse, tracchie osso di prosciutto, salsicce e lardo a volontà!
Mozzarella di bufala, leggendariamente cibo prelibato e riservato solo agli Dei! Si narra infatti che la mozzarella sia stata inventata da una figlia di Giove che viveva nella Campania Felix. La ninfa all’alba di ogni giorno mungeva le sue bufale e dopo un laborioso e segreto procedimento ottenuto dal latte, filava la cagliata e da questo tenero impasto ne “mozzava” pezzi di forma sferica, ottenendo la Mozzarella di Bufala!
Come dolce: pastiera e sfogliatella e per finire il mitico caffè!

Tu sei giovanissima, ma essere napoletani dentro non ha nulla a che fare con l’età, quindi ti farò lo stesso questa domanda: La musica napoletana, ce ne parli un po’? 

Per parlarvi della musica Napoletana sceglierò due pezzi tratti dai miei 2 brani preferiti, dei quali cercherò di spigarne il significato perché al di la delle parole, in molti casi si tratta di vere e proprie poesie, la musicalità Partenopea ha uno stampo che definirei melanconico, che suscita nell’ascoltatore amarezza e pace, malinconia struggente, ma sempre speranza. Sentimenti allo stato puro.

La prima che cito è “Core ‘Ngrato” (cuore ingrato): di A. Sisca, musiche di S. Cardillo.
(Un innamorato ferito e abbandonato dice alla sua amata):
Catari, pecchè me dice sti parol amare? (Caterina perchè mi dici parole amare?)
Pecchè me parle, e o’ core me turmiente, Catari? (Perché parlando mi tormenti il cuore…Caterina?)
Nun te scurdà ca t’aggio dato ‘o core, Catari nun te scurdà! (Non dimenticare che ti ho dato il mio cuore, non dimenticarlo mai!)
Core, core ‘ngrato t’hai pigliato a vita mia, tutt’ è passato e nun ce pienze cchiù? (Cuore, cuore ingrato, hai rubato la mia vita, ma adesso tutto e passato e a me non ci pensi più?)

Il secondo testo è “O ssaje comm fa ‘o core” (lo sai come batte il cuore…): di Massimo Troisi, musiche di Pino Daniele.
(Un uomo racconta la difficoltà e il dolore provocati dall’essersi innamorato di una donna già impegnata):
Tu stive ‘nzieme a n’ato  je te guardaje 
(Tu eri fidanzata con un altro e io rivolsi a te uno sguardo)
e primma ‘e da’ ‘o tiemp all’uocchie pe’ s’annammurà’ gia s’era fatt’ annanze’ o core 
(E prima che gli occhi potessero innamorarsi alla tua vista, tu eri già nel mio cuore)
A me, a me ‘o ssaje comme fa o core quann’ s’è nnammurat 
(Lo sai come batte il cuore quando si è innamorato)
Struggenti e sognanti! Buon Ascolto!

Se ti dico: Mesàle. Cosa mi rispondi? 

Ti rispondo che sento l’odore di casa! Del pranzo della domenica, vedo gli occhi dei miei genitori e di mia sorella.

Mesàle è la tovaglia che si utilizza per preparare la tavola per il pranzo o la cena. Quando si tira fuori o’ mesàle siamo tutti felici!!
Deriva probabilmente da mensa, e da commensale!

C’è un detto napoletano che mi piace moltissimo:

“Pure ‘nu caucio ‘nculo fa fa’ ‘nu passo ‘nnanze.”

Tu hai lasciato Napoli per trasferirti al nord. E’ stata una scelta difficile, diciamo pure dolorosa come un calcio nelle terga! E’ vero che fa fa’ ‘nu passo ‘nnanze? 

Il detto si riferisce alle cosiddette raccomandazioni, per andare avanti nella vita (per fortuna non sempre) serve un calcio nel sedere.

A me nessuno me lo ha dato in quel senso, tutto quello che ho è solo merito mio e delle persone che mi hanno sostenuto volendomi bene.
Si!….è doloroso vivere lontano da Napoli.

Secondo te, chi intende visitare Napoli per la prima volta cosa non deve assolutamente perdersi? 

Le voci, gli odori, e quello che c’è intorno. Intendo dire che chi visita Napoli deve guardare dovunque tranne che dove cammina. Deve immergersi senza paura dello scippatore di turno, deve volare facendosi trasportare dalla magia. Napoli è nascosta li, non in quello che vedi con gli occhi analitici e freddi. Napoli è nell’aria… e nel suo meraviglioso cielo che le fa da specchio… tenete lo sguardo fisso in su e vedrete Napoli!

Io sono stata a Napoli una volta sola, l’anno scorso e ci ho lasciato il cuore. E’ bellissima, di una bellezza paradossale, malgrado le sue cicatrici. Tutt’ora se mi capita di parlarne mi si incrina la voce di commozione. Perché Napoli è così maledettamente struggente? 

Tutto ciò che è maledetto porta con se un fascino speciale. E’ il fascino delle viscere. Napoli è meravigliosa perché è una donna primitiva. Nasconde in se il bene e il male allo stato primordiale, quasi senza educazione. E’ vero, gli uomini primitivi vivevano come le bestie, la civiltà ci ha insegnato tante cose, ma ci ha reso aridi, artificiali, poco spontanei. Napoli è tutto il contrario. E’ una donna bella al mattino, un bambino che beve dal collo della bottiglia e il sorriso di chi non chiede nulla, solo di essere amato un po’. E’ la semplicità che tutti forse nella vita cerchiamo invano, per essere felici.

Come può un turista visitare i quartieri spagnoli, a detta di tutti, molto pericolosi?

Comportandosi come se fosse a casa propria. Il linguaggio del corpo dice più di ogni altra cosa e i mascalzoni di ogni paese, sono degli ottimi osservatori!

Ci scrivi una poesia al volo, una cosetta improvvisata che viene dal cuore, sul Golfo di Napoli? 

Pur’ rind u’ cor (anche nel mio cuore),
ti sento tormentata,
Vorrei poter fare qualcosa,
ma ti ho abbandonata,
e si l’ammore pò guarì e ferit (e se l’amore può guarire le ferite),
io posso solo continuare ad amarti,
sperann’ nu’ bell juorn (sperando che un bel giorno),
e m’ scetà  nzin a ttè (di svegliarmi tra le tue braccia).

Cosa ti manca di più in assoluto della tua città da quando vivi al nord? (affetti di parentela a parte, ovvio) 

Mi manca la cognizione del tempo. Qui tutto va troppo in fretta e la vita è già breve di per se. Il tempo va scandito con il respiro. Da quando sono qui non riesco più a farlo. 

Visto che Napoli è la tua città, farò una cosa alla Marzullo: Fatti una domanda su Napoli e datti una risposta! 

Domanda: Perché si dice che i napoletani hanno una marcia in più?

Risposta: Lo spiego con la motivazione addotta al conferimento della medaglia d’oro al valore militare conferita a Napoli nel 1943, durante le 4 giornate di Napoli:

“Con un superbo slancio patriottico sapeva ritrovare, in mezzo al lutto e alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce disumana rappresaglia. Impegnata un’impari lotta col secolare nemico offriva alla patria nelle Quattro Giornate di fine settembre 1943, numerosi eletti figli. Col suo glorioso esempio additava a tutti gli italiani la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria.”
Napoli, 27 – 30 settembre 1943.

Ultima domanda: Se Napoli fosse: 

Se Napoli fosse una pianta… sarebbe una pianta grassa. Perché lei e la sua gente si adattano dovunque, perché ha dovuto cacciare fuori tante spine per difendersi, e cosi come le piante grasse conservano l’acqua per i momenti di siccità… Napoli si arrangia sempre, conserva sempre qualcosa per vivere ancora un giorno… cosi la sua gente ha sempre una candela per trovare un po’ di luce nella lunga e buia notte che sembra non finire mai…

domenica 22 giugno 2014

InterView: Helsinki - Marina

22 giugno 5 Comments
Eccomi di ritorno con una nuova intervista! Questa volta parliamo con Marina.

Marina mi ha contattato dopo aver trovato il mio blog in rete. Di lì a poco sarebbe partita per un 3 giorni di Full Immersion in quel di Helsinki, per passarci il capodanno e aveva quindi bisogno di qualche dritta.
Al suo ritorno ho colto al volo l’opportunità di un’intervista.
Le fotografie che vedrete in questo post sono tutte opera sua.
Andiamo a leggere cosa dice Marina della mia amata Helsinki :)

Sei stata a Helsinki per capodanno, ci racconti come mai la scelta è ricaduta proprio sulla capitale della Finlandia? 

Ogni anno mi organizzo per poter andar fuori qualche giorno a Capodanno; quest’anno, dopo essere stata l’anno scorso a Parigi, avevo voglia di fare qualcosa di più insolito… di scegliere una città che non fosse blasonata come tante! Considerando la mia passione per il freddo e di conseguenza per i paesi freddi (ed essendo già stata a Stoccolma) ho preso subito in considerazione la Finlandia e quindi Helsinki. Non sapendo bene cosa aspettarmi, ho cominciato a spulciare internet per sapere che esperienza avrei avuto, per capire che “stile” ha la città che mi apprestavo a visitare e per capire se questa mia idea potesse davvero piacermi. Da lì il passo è stato breve all’acquisto effettivo dei biglietti Norwegian Air, esattamente il 17 Agosto 2011!!! :-)

 Piazza del Senato

Tre notti sono davvero poche per una città così piena di cose da vedere, ti è piaciuta al punto che pensi di tornarci un giorno?

La città mi è piaciuta moltissimo, così come la sua gente! Così sobri e precisi e al tempo stesso socievoli e gentili… passeggiare tra le vie di Helsinki, mi è sembrato come essere a casa, come essere tornata in un posto già familiare. Non penso di tornarci, bensì ne sono sicura… questa volta magari per spingermi anche oltre questo “inizio” di nord che mi attrae sempre di più.

Puoi dirci cosa ti ha colpito di più?

Ti sembrerò ripetitiva, ma di nuovo ti rispondo la sobrietà…che emana tanta sicurezza e senso di star bene. Quando passeggiavo per le vie centrali di Helsinki, tra i suo palazzi in stile, o nei parchi, tra gli alberi e le tante panchine, o in piazza davanti al candore del Duomo… tutto mi dava un senso di benessere, di pulito e di nulla di cui preoccuparsi! Mi dirai, 'certo sei in vacanza'… eppure tra tutti i posti che ho visitato e tra tutte le città asiatiche o europee, non mi sono mai sentita come in questa città in particolare… nemmeno a Stoccolma (la prima città in cui ho avuto questo tipo di sensazioni) si sente così forte quanto siano stati capaci di mantenere un ambiente sano e sicuro.
Pensa che il 31 Dicembre il Kiasma, museo che tu conosci molto meglio di me, era aperto alle famiglie… ed era pieno di bambini biondi con i rispettivi genitori.
Arte moderna e bambini… wow!!
Ancora una cosa… le case non hanno persiane alle finestre! Gli appartamenti nelle zone residenziali addirittura hanno veri e propri salotti esposti verso l’esterno come balconi e protetti dalle temperature dal vetro… quando cominciano ad accendersi le luci si ha davvero il senso di vita!

 Museo di arte moderna, Kiasma

C’è qualcosa che non hai gradito?

Solo una cosa… non c’era la neve!!! Quest’anno forse un po’ in ritardo, è arrivata a un paio di giorni dal mio ritorno… stamattina guardavo la webcam… e la città è tutta bianca!! Avrei tanto voluto vedere il mare ghiacciato!! Sarà per la prossima volta…

 Esplanadi

Parlaci di cosa hai mangiato!

Ho mangiato naturalmente tantissimo salmone! E’ la mia passione e qui davvero ho superato me stessa cominciando a mangiarne già dal mattino a colazione :-))
E che salmone ragazzi!!! Altro che quello che si compra nei nostri supermercati… al mercato coperto del porto di Helsinki, vedevo tutto rosa!!!
Ma oltre a questo, ho mangiato tanto formaggio e carne di renna, filetti di alce e mirtilli e un burro da farmi venire l’acquolina al solo ricordo, sul pane di segale davvero superbo!
Tutto annaffiato dalla buonissima Lapin Kulta, birra locale… intervallata da qualche Guinness!! :-P

Ravintola Savotta

Quali posti hai visitato di Helsinki?

Ho cercato di sfruttare al massimo il tempo a disposizione, quindi dopo aver avuto un primo assaggio del centro città passeggiando a piedi durante il pomeriggio del giorno d’arrivo, ho subito approfittato della mia Helsinki Card dal mattino successivo, prendendo il traghetto per Suomenlinna, dove ho visitato il Museo e le mura di cinta e poi ho percorso l’intero sentiero turistico dell’isola. Dopo esserci rifocillati al mercato coperto, nel pomeriggio siamo stati al Kiasma e poi ai grandi magazzini Stockmann.


Suomenlinna

Abbiamo sfruttato molto anche il primo giorno dell’anno, facendo il tour della città che ci ha dato modo di visitare la chiesa scolpita nella roccia, Temppeliaukio, il monumento a Sibelius, la zona dei cantieri navali, di vedere Casa Finlandia e lo stadio. Per finire, al termine del giro turistico, ci siamo recati alla Cattedrale di Uspenski e a passeggiare senza meta nei vicoli della penisola di Katajanokka. Tornati al porto, per rilassarci un po abbiamo fatto il circuito del tram T3, in pratica un vero tour della città!
Anche dal punto di vista culinario non abbiamo perso tempo a cercare i ristoranti che potevano stuzzicarci di più! Così la prima sera siamo stati al Savotta, ristorante tipico che si trova proprio sulla piazza del Senato. Eravamo senza prenotazione e la sala era piena.. avevo ormai perso le speranze dopo che la biondissima cameriera era riuscita, non senza sforzi, a sistemare la coppia che ci precedeva e che, come noi, era senza prenotazione! E poi miracolo… certo che possiamo sistemarvi, se solo potreste ripassare tra circa 30 minuti! E così abbiamo fatto. Il gestore è stato così gentile da consigliarci tra le tante pietanze del menù, quelle che, secondo lui, valeva davvero la pena di assaggiare. A partire dal mitico antipasto misto di delicatezze finniche, per proseguire con coregone con contorno di insalata e una strana salsa buonissima e filetto d’alce con salsa di mirtilli e contorno di patate e formaggio fuso, per finire al dessert con tortino caldo di ribes neri e gelato al cioccolato bianco, tutto ottimo!!! Cena stupenda, cibo di vera qualità, sapori delicati e gustosi… che dire, nemmeno troppo caro se rapportato al costo della vita in Finlandia, voto 10!
La sera successiva siamo stati invece allo Zetor, proprio vicino ai grandi magazzini Stockmann e all’altro ristorante Virgin Oil. Qui l’ambiente cambia molto rispetto al Savotta. Da una parte il locale è adibito a disco pub, molto carino arredato con vecchi trattori che vengono ora utilizzati da banconi su cui fermarsi a bere e al cui centro c’è una piccola pista da ballo e un tavolo verde da gioco; dall’altra parte invece c’è la zona ristorante, anche questa molto rustica, con tavole apparecchiate di bianco e rosso e separè fatti di reti di metallo! Il cibo anche qui tipico e ottimo, abbiamo mangiato pane di segale e burro, blinì con salse di salmone, caviale e renna e per finire stufato di renna con contorno di purea di patate e immancabili mirtilli e bruschetta farcita del boscaiolo con pane in cassetta, bistecca di maiale, funghi e tanto formaggio fuso! Per contorno un’insalatina leggera per sgrassare! :-D L’ultima sera abbiamo preferito tenerci leggeri (per il volo del mattino successivo) e abbiamo preso un mega cheeseburger con pancetta e salse e contorno di patate fritte al Morrison’s, sempre centralissimo e sempre tutto annaffiato dalla Lapin Kulta.

 Ravintola Virgin Oil

Come ti è sembrata la popolazione finlandese?

Per quel poco che ho potuto vedere, assolutamente meravigliosa! La sera dell’ultimo dell’anno sono rimasta davvero allibita quando, dopo lo spettacolo di luci ed i tradizionali fuochi d’artificio, la folla che riempiva la piazza si è incanalata ordinatamente verso il porto e verso il parco Esplanadi, per poi andare ognuno dove voleva. L’anno scorso a Parigi per la calca avevo avuto molta paura!
Naturalmente non si può giudicare in così poco tempo l’atteggiamento di una popolazione… anche perchè di solito i difetti escono sempre fuori successivamente! :-)

 Piazza della Stazione

Ti è sembrata una città che funziona nel suo complesso? O c’è qualcosa che sistemeresti?

Anche in questo caso, in tre giorni di soggiorno non posso permettermi di affermare che sia tutto perfetto, forse (si spera per rincuorarsi!) anche loro avranno qualcosa che non va e anche qui la popolazione si lamenterà di cose di cui ci lamentiamo noi altri. Da quel che ho sentito durante questa vacanza comunque mi sembra che le cose, nella Finlandia in generale, vadano piuttosto bene… tasso di disoccupazione quasi zero, assistenza sanitaria e servizi alle famiglie direi super (non solo le donne finlandesi hanno 3 anni di maternità… ma i papà hanno anche la paternità!).
A questo proposito leggevo su una guida turistica dell’ente del turismo finlandese che, nascere in Finlandia, viene tutt’oggi paragonato a vincere la lotteria!!! Che altro dire?!?!!

Cos’hai comprato di bello da portare a casa?

Mi sono limitata a fare acquisti al mercatino scoperto, in piazza del mercato, e allo storico mercato coperto… anche perchè se ci si guarda intorno si fa presto ad acquistare di tutto… soprattutto tante cose belle per la casa, vista la loro famosa arte nel design.
Ho quindi acquistato prodotti alimentari del marchio Santa Claus, una fondazione finlandese che promuove cibi tipici e riutilizza parte del denaro raccolto a favore di attività benefiche che si curano di bambini in tutto il mondo. Inoltre ho comprato alcuni oggetti in legno raffiguranti alci o renne e cose molto tipiche di questo genere… insomma, sono rimasta in tema natalizio… tornando anche un po’ bambina!

 Artigianato di Design

Mercato coperto Kauppahalli

Quest’ultima non è esattamente una domanda.
Un pensiero su Helsinki, parla liberamente di quello che preferisci.

Ogni luogo in cui mi reco prende un piccolo posto nel mio cuore, forse per il modo in cui mi preparo prima di partire, forse perché scelgo con attenzione le destinazioni che decido poi di visitare… qualsiasi sia il motivo, anche stavolta è così, anche Helsinki è entrata a far parte del mio mondo personale, e si è “sistemata” tra i luoghi più amati… quelli in cui potrei vivere, quelli in cui mi sarebbe piaciuto nascere e quelli in cui sogno, nei momenti di avvilimento, di poter scappare!
Ma saprattutto uno di quei luoghi di cui rispetto e stimo lo stile di vita!


Un ringraziamento particolare a Marina, per la bellissima intervista e per le splendide fotografie.

martedì 17 giugno 2014

InterView: Finlandia - Maria

17 giugno 5 Comments

Un nuovo post sulla mia adorata Finlandia si affaccia nel mio blog!

Casualmente, ho avuto modo di conoscere una persona che condivide con me l’amore per questa favolosa terra, così ho pensato bene di non farmela scappare decidendo di farle una bella intervista! Ecco a voi, per InterView, l’amica Maria!

‘Finlandia amore mio.’ Come è sbocciato l’amore?

La mia professoressa d’inglese delle medie portò in classe uno di quei form da compilare per avere gli amici di penna. A me capitarono un paio di persone alle quali scrissi, ma che non mi risposero mai. E poi, un giorno, arrivò una lettera tutta azzurra da una ragazzina finlandese che è, tuttora, mia amica e corrispondente. Da quel momento tutto quello che viene dalla terra dei laghi, io lo guardo con un occhio particolare, mi sembra che sia a priori interessante!

Esattamente quali posti hai visitato?

Sono stata ad Oulu e nell’interno di quella zona, visitando paesi medio-piccoli e piccolissimi come Revonlahti e Raahe, ma ho visto anche Rovaniemi con l’Arktikum museum e il villaggio di Babbo Natale, Tampere e la sua bella cattedrale, oltre al parco dei divertimenti Sarkanniemi e la stazione sciistica di Iso-Syote. Purtroppo non ho avuto modo di visitare Helsinki (lo so, è ridicolo!) se si esclude l’aeroporto (che poi è a Vantaa, quindi nemmeno vale).

Quale di questi ti è rimasto particolarmente nel cuore e perchè?

Sembrerà strano, ma proprio il minuscolo paese natale (800 abitanti) della mia amica, Revonlahti: abitare immersi nel verde, fare la sauna e il bagno nel fiume per me sono state esperienze bellissime, oltre al fatto che sono stata accolta come una persona di famiglia.

Cos’è che proprio non capisci della Finlandia o dei suoi abitanti, diciamo quindi un aspetto negativo?

La mia risposta è senza dubbio vista con gli occhi della turista, ma ho notato che i rapporti interpersonali – soprattutto fra giovani uomini e donne – sembrano difficili se prima non sono aiutati da generose dosi di alcol. Ma io vengo dall’Italia del sud, dove anche la vecchietta in fila dietro di te al supermercato ti attacca bottone.

Hai tentato la lettura del poema epico finlandese Kalevala. Cosa ti ha colpito di questa lettura?

Il tono rapsodico e la totale sensazione di creazione di un mondo, almeno per la parte che pertiene alla cosmogonia: siamo abituati ad associare epica a Omero, ma in questo caso sembrerebbe più un incrocio tra Esiodo e un qualche poema vedico dalle centinaia di migliaia di versi. In una sola parola, vertiginoso.

Ti invito a pranzo a Helsinki, cosa ti va di mangiare?

Considerando che la Finlandia è l’unico Paese da me visitato in cui esistono dei fast food vegetariani, direi che possiamo farci un panino da Vegemesta.

Arto Paasilinna, celebre scrittore finlandese, cosa apprezzi di lui?

Il suo umorismo molto leggero e la sua capacità di raccontare situazioni paradossali e le loro ancor più assurde conseguenze come se fossero la cosa più normale del mondo.

Abbiamo gusti simili per quanto riguarda la musica, la tua canzone preferita nata da un gruppo finlandese?

Autumn Harmony, dei For my pain, un gruppo formato da vari musicisti (alcuni dei Nightwish, mentre il cantante è Juha Kylmanen dei Reflexion, band di Oulu). E’ una canzone molto malinconica, ma mi ricorda un periodo meraviglioso della mia vita. Ah beh, e poi qualsiasi cosa esca dalla bocca di Ville Valo.

Dicci una parolina in suomi!

Kiitos! (la prima parola che ho imparato dopo i bestemmioni sanguinosi, che notoriamente sono le cose che ci si insegna reciprocamente fra amici di lingua diversa)

Secondo te, chi intende visitare la Finlandia per la prima volta cosa non deve assolutamente perdersi?

D’estate o d’inverno, la meraviglia della sua natura… laghi, fiumi, boschi, ma attenti ai moscerini!

Se ti dico Alvar Aalto, cosa mi rispondi?

Il sanatorio di Paimio, da totale profana, perché era nel mio esame di storia dell’arte moderna all’università.

Un lato negativo e uno positivo della popolazione finlandese?

Negativo, come accennavo sopra, forse la diffidenza o la troppa timidezza, almeno agli occhi di un visitatore dell’area mediterranea. Lati positivi moltissimi: sono persone gentili e generose, e quando si affezionano a te è davvero come se fossi di famiglia.

Ci racconti un aneddoto divertente che ti è capitato laggiù?

L’ultima volta che sono andata a trovare la mia amica mi è capitato di dover passare una giornata da sola con sua madre, la quale parla poco inglese (sulle telefonate tra lei e la mia di madre, ci vorrebbe un’intervista a parte!) e, ovviamente, nessuna parola di italiano ma, non so dove, è riuscita a reperire un manuale di conversazione finlandese-italiano e abbiamo passato la giornata a ridere perché lei diceva in italiano cose tipo “ho la diarrea, potrebbe indicarmi un bagno?” e io di rimando tentavo di leggere in finlandese la traduzione di “grazie, ma preferisco che ci facciamo solo le coccole” e simili.

Stai per tornare in Italia e vuoi comprarti un souvernir, cosa acquisti come ricordo?

Un cappello sami! Anzi, no, ce l’ho già…

Qualche parola sul Salmiakki.

Dicono che sia quel tipo di cibo a cui devi fare il gusto. Come la Guinness, per intenderci. Sarà, ma la prima volta per me è stato un trauma! Ora però posso dire fieramente di aver mangiato la liquirizia salata!

Ultima domanda: Se la Finlandia fosse:

Un colore: verde

Un sentimento: nostalgia
Un aggettivo: magnetica

lunedì 12 maggio 2014

InterView: Trieste - Romina

12 maggio 2 Comments
Il 22 aprile 2011, nel mio vecchio blog, creai una rubrica intitolata InteView, illustrandola più
o meno così...

Ho creato una nuova etichetta dove racchiuderò svariate interviste incentrate sui viaggi.
Questa etichetta, che ho chiamato InterView’ è tutta dedicata al cuore dei viaggiatori. 
Uno spazio per coloro che hanno lasciato un pezzettino del loro cuore da qualche parte. Non si tratta di interviste con il puro scopo di ottenere informazioni di viaggio; non è una guida turistica ciò che vorrei costruire, ma un diario di emozioni. Saranno piccoli frammenti di vita, e anche se quindici di voi mi parleranno di Roma, ad esempio, i vostri cuori mi racconteranno certamente quindici storie diverse. La mia passione per i viaggi e per le scoperte, è nota a tutti coloro che mi conoscono. Per me la parola ‘Viaggio’ non significa valigia, aereo, check in, hotel, ecc… Viaggio significa percorso, creazione, empatia nei confronti di un luogo. E’, in tutto e per tutto, una degustazione da fare con i cinque sensi. Significa vedere con occhi nuovi, assaggiare i sapori del mondo, sentirne le musiche o i dialetti, toccare con mano tessuti, annusare profumi di spezie.
Il Viaggio per me è una scoperta continua, uno scambio di conoscenze senza giudizi. Queste interviste nascono per quei luoghi a cui siamo affezionati. Per me Helsinki è come una persona, un’amica. Se avesse un cellulare la chiamerei per chiederle come sta, per farmi raccontare i suoi segreti, per poterla consolare quando sta male, per ridere con lei a crepapelle, per sfogare la mia rabbia confidandole i miei pensieri.
Questo per me è il Viaggio. Quel senso di malinconia che ti coglie mentre sei sul treno o sul volo di ritorno. Quando ti viene spontaneo salutare ad alta voce il luogo che stai lasciando. Quando una volta a casa, dopo mesi, ti scopri a ripensare alle strade che hai visto, alle persone che hai conosciuto e ti assale la voglia di tornarci, di googolare alla ricerca di una webcam che ti faccia rivedere un pezzetto di quel posto dove, passeggiando magari sul molo di un porto, dalla tasca dei jeans ti è scivolato via un pezzetto di cuore.
Questa è InterView. Se anche voi avete lasciato un pezzetto di cuore da qualche parte e avete voglia di raccontarmelo, scrivetemi:
lighthousely@gmail.com

Sarebbe un vero peccato perdere i pezzetti di cuore che mi avete donato, quindi è d'obbligo che io migri l'etichetta dal vecchio blog a 127.0.0.1
Ecco a voi la prima intervista, del 27 aprile 2011.




TRIESTE

Questa intervista per la rubrica InterView, per me ha un significato particolare perché riguarda una persona che in pochissimo tempo è diventata una delle persone più care della mia vita. La sorella che non ho mai avuto.
L’amore che lei prova per Trieste è lo stesso tipo di amore che io provo per Helsinki e da questa intervista, per altro meravigliosa, traspare perfettamente.
Voglio ringraziarla per il tempo che mi ha donato e vorrei davvero che tutte le mie prossime interviste prendessero esempio da questa.
Grazie Romi.

Perché Trieste? Come è sbocciato l’amore?

Perché Trieste? Perché Trieste è una linea di confine, e come tutte le linee di confine mi seduce, per vocazione sua propria. Amo tutto quello che non si può definire, perché ti tocca inventare parole nuove per renderne la bellezza.

Trieste è questo: è indefinibile.
E’ il porto dell’Impero Asburgico, la Porta di Sion, il rifugio per gli sbandati, l’anima commerciale di un Mondo che non esiste più. E non è, allo stesso tempo, nessuna di queste cose. L’amore è nato grazie ad una citazione di Svevo, nel romanzo “La coscienza di Zeno”.
Diceva: “Le lacrime non sono espresse dal dolore, ma dalla sua storia (…) Si piange quando si grida all’ingiustizia”.
L’ho letta a diciott’anni e ho pensato: Cavolo, uno così dev’essere per forza nato in una città interessante! E da lì ho cominciato a cercare Trieste.

Quale punto particolare della città hai più nel cuore? 

Il Molo Audace, indubbiamente. Una striscia di cemento a capofitto in un blu cobalto. Inizi a camminare che sei in centro città, arrivi alla “zima” e ti ritrovi in mare aperto. Come sulla prua di una nave. Una volta ho letto che chiunque vada sul molo Audace, non può che pensare al suicidio. In effetti, basta un niente per scivolare in un abisso blu e forse tanti hanno concretizzato il pensiero per davvero. Ma secondo me quello che prevale, alla fine, è la Vita.


Su Trieste tu ci hai fatto addirittura la Tesi di Laurea. Ci trascrivi un pezzetto della Tesi che per te ha un significato particolare?

“Però questa città di nessuno e quindi di tutti, questa frontiera naturale, questa terra che la vocazione e la condanna ad essere limen ce l’ha impressa nel patrimonio genetico, ha anche una capacità sorprendentemente naturale di salvarsi e di riscattarsi da sola, proprio attraverso, come già abbiamo avuto modo di osservare alla Risiera, la “naturalezza della memoria“.

Dice ancora Covacich a tal proposito:
La cosa suggestiva di questo posto è che si sia affermato nelle abitudini dei triestini come palestra naturale per il running. Gli stessi sentieri che qualche anno fa vedevano gruppi di fuggiaschi in preda al panico ora assistono ad altre corse, ad altre fughe“.
Eccola qua, tutta sua, tutta naturale, l’istintiva grandezza e la reale propensione di Trieste: Riscattare la memoria, trasformandola in più leggera quotidianità. Se non si può fuggire dal dolore, allora lo si utilizza come la migliore palestra di running del mondo.”

Ci parli di un personaggio triestino che ami in particolar modo?

Anita Pittoni, una fra tutte. Io la definisco la Madonna degli anni ’40. Una donna versatile, poliedrica, artista fino al midollo, una che si sapeva costantemente re- inventare senza però tradire mai la sua essenza. E’ stata stilista, collaboratrice con Giò Ponti per gli interior di alcune navi da crociera, costumista e scenografa per Brecht, ed infine imprenditrice culturale, la prima imprenditrice culturale triestina, fondando la casa editrice Lo Zibaldone, che giustamente (e con una punta di amarezza) Ara e Magris definiscono: “Una delle tante occasioni mancate di Trieste”.

Soprattutto, è stata una donna, disinibita, colta e volitiva, una pasionaria della cultura, un’eroina dei suoi tempi. E’ stata, anche, una donna profondamente innamorata. Di Giani Stuparich, il “suo” Giani, presente in absentia, un uomo che l’amava a suo modo, un uomo che l’abbandonava e la feriva, ma che le riempiva di Luce il cuore.
Un uomo presente, ma che non c’era.
Lei ha saputo amarlo con grazia e proprio a lei, a questa donna cercata ed abbandonata fino allo sfinimento,  in punto di morte, lo scrittore ha lasciato tutti i suoi manoscritti. Una storia d’amore straziante, e straziantemente reale.

Ho letto la tua Tesi e fra molte cose, una mi ha toccato in modo particolare. La descrizione che Covacich fa di Trieste: Oggi la mia città è una Sissi col body di lycra. E’ una Sissi col piercing, i capelli blu cobalto, una salamandra tatuata sul collo. Ha ancora le dita affusolate della principessa, ma si mangia le unghie.
Anche per te Trieste è una principessa che si mangia le unghie?

Sì, totalmente, visceralmente, completamente.

E’ una Principessa, conscia della responsabilità immane che si porta sulle spalle, proiettata verso il futuro abbastanza da osare un tatuaggio ed un piercing (presumibilmente, alla lingua) ma anche abbastanza consapevole del proprio drammatico passato da non poter fare a meno, ogni tanto, di rosicchiarsi le unghie.

C’è un aspetto negativo che hai notato di Trieste o dei suoi abitanti?

Di Trieste, il quieto autocompiacimento in un decadimento di maniera. “No se pol” (Non si può!) è la stizzita reazione basic del triestino medio, di fronte a qualunque iniziativa di rilancio turistico e/o socioculturale della città. Inoltre, la rudezza del triestino tipo, la totale assenza di salamelecchi, le reazioni spesso brusche, sono qualcosa a cui bisogna farci la mano. Derivano sempre, ad essere pignoli, dalla capacità di aver trasformato il dramma in miglior palestra per il running del mondo. Chi ha molto sofferto, non perde tempo nelle smancerie. Non le trova necessarie.


Ti invito a cena in un ristorantino di specialità triestine, cosa ti va di mangiare?

Declinerei gentilmente la jota, forse il più caratteristico dei piatti triestini, ed anche uno dei più rappresentativi della peculiarità dell’essere Trieste: una zuppa a base di crauti, pancetta e patate, con aggiunta di fagioli e salsiccia, tanto per gradire. Un piatto intenso, difficile da apprezzare al primo colpo, coraggioso.

Mi servirei un piatto di gnocchi de pan, tenterei un assaggio di gulasch, retaggio della cucina ungherese (una sorta di spezzatino di manzo con patate) ma soprattutto mi godrei il pesce freschissimo del golfo, declinato in mille modi, e gli insuperabili calamari fritti della Trattoria al Faro, accompagnati da un piatto di verdure appena colte, freschissime. Come dolce, immancabile il Prestniz, di probabile origine ungherese, composto da pasta sfoglia, zucchero, noci, pinoli e mandorle o, ancora meglio, la celeberrima  Putizza, dolce carsolino di pasta lievitata con un morbido e profumato ripieno di rum, cannella, chiodi di garofano e noce moscata. Menzione d’onore anche alla Sacher Torte: solo a Vienna se ne può assaggiare una altrettanto buona.
E per concludere, un ottimo caffè, come a Trieste li sanno fare, magari un “gocciato”, ovvero un espresso con una goccia di crema di latte in mezzo.
Il conto lo pagavi tu, giusto?

Della storia di questa città di confine, cosa ti è rimasto particolarmente impresso?

Il dolore, il decadimento, la perdita, lo strazio. Ma soprattutto, la straordinaria capacità, tutta triestina, di reagire allo strazio convivendo con la cicatrice e trasformandola in esorcizzazione. L’assenza di radici, quassù, è diventata un’opportunità.


Cosa provi quando sei lì e la Bora mette a dura prova il tuo equilibrio?

Mi piace. Già di mio vivo costantemente in equilibrio precario, come su una barca. La Bora serve solo a ricordarmelo un po’ meglio. Allargo le braccia, punto i piedi e mi godo la sensazione di libertà ineffabile dell’essere sballottata dai refoli.


Alcune parole per Saba, Joyce e Svevo.

Saba era come il suo Canzoniere: brusco e voracemente sensuale. L’essenza di Trieste fatta uomo e diventata, per vocazione sua naturale, poesia.

Joyce era l’artista sulla linea di confine, il ricercatore instancabile di un linguaggio nuovo per “dire” le cose, e a Trieste ha trovato la culla che, forse, non ha mai avuto (oltre che diversi sollazzamenti a Cavana, per il quieto vivere della moglie, a casa coi pargoli).
Svevo invece è la peculiarità fatta persona dell’essere triestino: il suo vero nome era Ettore Schmitz. Italo Svevo come pseudonimo è un evidente inchino alla vocazione cosmopolita della sua città.

Secondo te, chi intende visitare Trieste per la prima volta cosa non deve assolutamente perdersi?

Il Molo Audace, per primissima cosa: l’esperienza di perdersi in mare aperto a due passi dal centro pulsante della vita cittadina è qualcosa di straniante. Il silenzio che si sente lassù, sull’ultimo gradino, il rumore dell’acqua contro il cemento, il fucsia intenso dei tramonti, sono il nucleo stesso dell’ “Effetto Trieste”.

E poi piazza Unità d’Italia, la più grande d’Europa aperta sul mare, come le quinte di uno spettacolo improvvisato, Piazza Oberdan, un vortice agorafobico ma vibrante, e la Città Vecia, Cavana, dove un tempo Joyce andava appunto a sollazzarsi nei bordelli, un dedalo di stradine corrucciate e vecchissime, che portano sù sù, fino alla Tergeste Romana, sul colle di San Giusto.
Ah, menzione d’onore per la chiesa Serbo Ortodossa di San Spiridione: la riconosci subito, è esattamente accanto a quella cattolica di Sant’Antonio Nuovo, all’imbocco del Canal Grande. Sembra il Tempio di Aladino, ha le cupole azzurre e all’interno c’è un’energia che mozza il fiato. Assistere ad una funzione ortodossa là dentro è qualcosa che, anche a chi non crede, puntella il cuore.

Miramare è un luogo incantevole. Il suo parco sul mare delizioso e i triestini ci passano il tempo a fare jogging o a passeggio, lanciando solo qualche sfuggevole occhiata al Castello. Una familiarità che diventa empatia. Ma non è disinteresse. Piuttosto è un amore che non ha bisogno di continue nuove prove. 
Ci parli un pò di questo Castello e di ciò che tu senti per lui?

Della storia non credo sia necessario dire tantissimo, è la parte che mi interessa, sì, ma che si trova declinata in mille sfumature su qualunque buona guida turistica: diciamo che era il nido d‘amore perduto di Massimiliano d’Asburgo, fratello minore dell’Imperatore Francesco Giuseppe, spinto dall’ambizione e dagli intrallazzi reali a partire per il Messico, quattro anni dopo la costruzione del suo castello bianco, un giovanotto romantico ed idealista che ha trovato la morte in Sudamerica per mano dei Ribelli e che ha lasciato a Trieste una sposa ragazzina, Carlotta, pare destinata ad impazzire di dolore (e di noia) senza l’adorato consorte.

Dentro non ci sono mai stata, fedele alla Leggenda triestina che i laureandi non debbano metterci piede, pena la procrastinazione a tempo indefinito della Laurea.
Miramare è il mio arrivo a Trieste. Quando, dal finestrino del treno, vedo apparire la sagoma de castelletto bianco, affacciato sul Golfo, spaurito e straniato, anche lui, come il Molo Audace, mi sento a casa. Il mio amore per Trieste, come per Miramare, non ha bisogno di nuove prove. Basta che io mi sieda là, all’inizio del molo privato, dove c’è la Sfinge, dove le scalinate digradano dolcemente in mare, con una Coca Cola ed un libro, e non c’è bisogno di aggiungere una sillaba in più. In comune con i triestini, ho da sempre la disinvoltura naturale davanti alla bellezza.

Nel 1943 i nazisti convertirono la vecchia risiera di San Sabba nell’unico lager con forno crematorio dell’Europa meridionale. Hai visitato la risiera? Ce ne parli un pò?

Non ho mai avuto il coraggio di visitarla, ma ho studiato a lungo la sua storia, non tanto per la Tesi quanto per un mio progetto editoriale. La Risiera è la più vistosa delle cicatrici di Trieste, quella con cui non si può non fare i conti, quella che i triestini hanno dovuto prima accettare, e poi trasformare in esorcizzazione, quella che dal 1975 è diventata, grazie ad un magistrale recupero ad opera dell’architetto Romano Boico, Civico Museo della Risiera di San Sabba. Era un ex stabilimento per la pilatura del riso, appunto, diventato poi, ad opera dei nazisti, l’unico campo di sterminio con forno crematorio su suolo italiano. Pochi sanno che anche noi abbiamo avuto una piccola Auschwitz, l’onere di accogliere l’orrore è toccato proprio a Trieste: sincronisticamente, l’unica città in grado di tollerarlo.

Trieste è una linea di confine, penosamente fragile, ma anche spigliatamente abituata a convivere con il dramma: solo Trieste poteva accogliere la sfida di come trasformare questa carcassa color sangue,coi mattoni a vista ed i buchi neri al posto delle finestre, in memoria. Trieste non ha scelto di radere al suolo la Risiera, non ha optato per la fuga, ma per l’esorcizzazione: accanto alla Risiera, diventata museo, i triestini portano i loro cani a passeggio e vanno a fare la spesa nel vicino centro commerciale.
Romano Boico ha avuto un’idea geniale per “rendere l’idea” del forno crematorio, divelto dai nazisti in fuga: creare nel cortile un terribile percorso in acciaio, leggermente incassato, l’impronta del forno, del canale del fumo e della base del camino, l’assenza che diventa sostanza ed inaugura il Paradosso Trieste: Quassù non occorre che qualcosa vi sia tangibilmente, per risultare reale.
Come Stuparich per Anita Pittoni, Trieste ha perfettamente compreso quanto la “presenza in absentia” sia tangibilità allo stato puro. Anche questo, vedi, è l’Effetto Trieste.

Parlando di cose meno tristi. Ci racconti un aneddoto divertente che hai vissuto laggiù? 

Più che lassù, durante un viaggio per andare lassù.

Ero in treno, ovviamente deserto, con mia zia ed una sua amica: le stavo accompagnando da cicerone a Trieste. Seduta vicino a noi, solo una dimessa vecchietta, salita a Venezia.
Bon, ero lì con la mia guida, e per fare la figa mi sono messa a fare un lungo sermone si triestini, sui loro difetti, sulla fenomenologia del “No se pol”, sull’istintiva diffidenza verso il turista, fino a trascendere in commenti poco diplomatici sulla scarsa affabilità triestina e sul fatto che un minimo di simpatia in più aiuterebbe il rilancio turistico della città. A quel punto, dopo aver sproloquiato un quarto d’ora ed essermi abbandonata tutta tronfia e soddisfatta di me sul sedile, la vecchiettina si volta tutta arzilla verso di noi e, in  perfetto triestino, ci dice: “Comunque se avete bisogno di notizie sulla mia città, chiedete pure!”

Stai per tornare a casa e vuoi comprarti un souvenir, cosa acquisti come ricordo?

Un pacchetto di caffè, il migliore si possa trovare in Italia, ed una lattina con dentro la Bora. Esistono davvero!


Ultima domanda: Se Trieste fosse:

Un colore:  Il colore del mare di notte, quando vi si riflette dentro la luce dei lampioni
Un sentimento: Struggimento
Un aggettivo: Cangiante
Una persona: Mio fratello S.

sabato 10 maggio 2014

Paralisi notturna e illusione ipnagogica o ipnopompica

10 maggio 0 Comments
Post tratto, e revisionato oggi, dal vecchio blog. Lo riporto perché ha riscosso un successo strepitoso e penso sia giusto lasciarlo online, visto che può essere ancora utile a tantissime persone che hanno testato personalmente questa esperienza non sapendo realmente di cosa si tratta.

17 Aprile 2010

Circa due mesi fa, ho rapito mio marito e l’ho portato in un bellissimo agriturismo che si chiama La Fenice, non troppo distante da Bologna. Fra parentesi ve lo consiglio, è un posto meraviglioso e si mangia divinamente. Ho scelto per noi due la stanza più bella e ci hanno dato una splendida torre del 1500. Nonostante fosse restaurata di recente, aveva ancora quel fascino particolare ricco di storia che solo un edificio così antico può esercitare. Una torre quadrata e bassa, soppalcata completamente in legno, con enormi finestroni di vetro colorato, tende di velluto pesante bordeaux, grandi termosifoni di ghisa lavorata, un caminetto magnifico, bagni con piastrelle raffiguranti regali animali e soffitti pieni di travi a vista scure. Il soppalco scricchiolava non poco ad ogni passo, il silenzio della campagna era avvolgente, dalle finestre una leggera nebbiolina lasciava intravedere il bosco tutto attorno, insomma un posto stupendo ma, almeno per me, leggermente inquietante, complice anche il clima ancora invernale. Il fatto di non dormire nel mio letto, di essere in preda ad una sottile  ansia, di sentirmi fuori luogo forse, la presenza di alcuni insetti, mi hanno regalato un sonno orribile.
Mi sono rigirata nel letto almeno un miliardo di volte, ero sempre all’erta e non so il perché.

Ad un certo punto è accaduta una cosa agghiacciante. Spiegarlo a parole non renderà mai e poi mai l’idea di cosa ho provato in quel momento. C’è mancato poco che ci lasciassi le penne dal terrore.
Ero a pancia in su, sveglissima che osservavo nella penombra le travi sul soffitto sopra la mia testa, quando qualcosa, o qualcuno, si è seduto su di me a cavalcioni. Un peso nitidissimo mi ha spinto, compresso e schiacciato sul materasso. Non riuscivo a muovere un muscolo, ma non dal terrore, ero proprio completamente paralizzata. Potevo muovere solo gli occhi, nemmeno il collo, un dito, un piede, niente. E questo peso su di me era ancora lì, lo sentivo benissimo, seduto sulla mia pancia, sul bacino, proprio come se qualcuno si fosse messo a cavalcioni sul mio corpo. Non era pesantissimo, non come un’adulto. Direi più come un cane o un bambino piccolo. Cercavo di muovermi e di gridare, ma non si apriva nemmeno la bocca, non mi usciva un filo d’aria dalla gola. In preda  al terrore ho cercato di restare lucida, di capire cosa stesse succedendo e di calmarmi. Dopo un paio di minuti sono riuscita, con una fatica mondiale, a spostare le braccia, le gambe, piano piano ho riacquisito la possibilità di muovermi e di parlare, ma la voce era bassissima, come se avessi gridato tutta la notte.

Qualche altra volta mi era successo di sentirmi quasi paralizzata di notte, ma mai in questo modo, e assolutamente MAI ho sentito qualcuno sedersi su di me.
Essendo io una persona scettica e razionale, pur rimanendo talvolta affascinata da fatti senza un'apparente spiegazione scientifica, il giorno dopo mi sono fiondata su internet e ho cercato una spiegazione.
L’ho trovata immediatamente. Si chiama Paralisi Notturna. E nel mio caso è stata combinata con un’Illusione Ipnagogica (O Ipnopompica).

Non so se l’avete mai provata questa combo micidiale, ma vi assicuro che io ero assolutamente certa di essere sveglia, vedevo il soffitto e le travi. Sono anche assolutamente certa di aver sentito qualcosa o qualcuno sedersi su di me e schiacciarmi sul materasso.
E’ incredibile ciò che il nostro cervello riesce a fare. Incredibile che la nostra coscienza possa distaccarsi da ciò che fa il corpo. Sono rimasta profondamente colpita da questa esperienza, che per altro non auguro al mio peggior nemico. Ho avuto la tremarella tutto il giorno successivo.
Sono affascinata dalla nostra mente. Non avevo mai avuto un’allucinazione ed è una cosa incredibile, tutt’ora faccio fatica a credere di essermi immaginata tutto. Del resto basta riflettere sul fatto che si chiamano "Allucinazioni", o "Illusioni", proprio perché sono indistinguibili dalla realtà.

Ecco una breve spiegazione tratta da Wikipedia di entrambe le esperienze e la foto della torre del 1500 dove abbiamo soggiornato.

La paralisi nel sonno, detta anche paralisi ipnagogica, è un disturbo del sonno in cui nel momento prima di addormentarsi o, più comunemente, al risveglio ci si trova senza la possibilità di potersi muovere. Questo disturbo dura molto poco (al massimo 2 minuti dal risveglio o pochi secondi prima di addormentarsi), talvolta qualcosa in più, ma mai per un tempo troppo lungo, consiste nel fatto che tutti i muscoli del corpo sono paralizzati, e la persona in cui si manifesta è del tutto cosciente e riesce a controllare solamente pochissimo del suo corpo, in certi casi solo il movimento degli occhi, della lingua o alcuni lievissimi movimenti degli arti, comunque durante le paralisi la respirazione è sempre assicurata.
Questo stato di paralisi è dovuto dalla persistenza dello stato di atonia che i muscoli presentano durante il sonno ed è causato da una discordanza tra la mente e il corpo: il cervello è attivo e cosciente, e il soggetto riesce spesso a vedere e sentire chiaramente ciò che lo circonda, nonostante ciò il corpo continua a rimanere in stato di riposo. Ciò solitamente incute nell’individuo affetto terrore e angoscia. Le cause più comuni sono: mancanza di riposo, stress, ritmi di sonno irregolari. Spesso la “vittima” di tale paralisi tende a gridare, talvolta chiedendo aiuto, ma quando cercherà di farlo non griderà, bensì emanerà solo un lieve sussurro ed avrà la sensazione sgradevole, di sentire la propria voce soffocata da qualcosa di anomalo.
La paralisi notturna “è una delle scoperte sul sonno più sorprendenti: durante ogni fase REM (per 4 o 5 periodi ogni notte, dunque, e per un totale di circa 90 minuti) il corpo dell’uomo (ad eccezione degli occhi) è completamente paralizzato, non è possibile muoversi e si perde il controllo dei muscoli. Probabilmente, questa paralisi ha la funzione di difendere l’individuo dai movimenti inconsulti provocati dal sogno” (Piero Angela, 1994). Perciò il periodo di paralisi durante il sonno sembra normale. Ciò che è insolito è l’associazione di questo ad uno stato cosciente della mente.

Le paralisi nel sonno vanno distinte dalle illusioni ipnagogiche con le quali però possono accompagnarsi causando sensazioni particolarmente vivide e talvolta terrificanti.

L’incubo di Johann Heinrich Füssli rappresenta un’illusione ipnagogica.


Questa fase dura da qualche secondo a diversi minuti in cui alcuni o tutti i sensi, ma in particolar modo vistaudito e tatto, possono risultare coinvolti e frequentemente è molto difficoltoso per il soggetto distinguere l’allucinazione dalla realtà. Alcune volte le allucinazioni ipnagogiche possono costituire un’esperienza piuttosto spaventosa, specialmente perché l’illusione consiste in soggetti terrificanti; nel momento in cui si vive l’esperienza l’approccio migliore consiste nel riflettere che tutto ciò che si sta manifestando non è reale e calmare il proprio panico di fronte a queste illusioni (visive, tattili e uditive) in quanto si alimentano dalle stesse paure del soggetto dormiente, poi scompaiono lasciando il posto ad un sonno ristoratore.

Ricapitolando, non è niente di paranormale, ma si tratta di pura e semplice scienza. Capisco però, perché fino al secolo scorso, queste esperienze, hanno collaborato alla diffusione dello spiritismo e del paranormale. 

There's no place like 127.0.0.1