lunedì 12 maggio 2014

# InterView

InterView: Trieste - Romina

Il 22 aprile 2011, nel mio vecchio blog, creai una rubrica intitolata InteView, illustrandola più
o meno così...

Ho creato una nuova etichetta dove racchiuderò svariate interviste incentrate sui viaggi.
Questa etichetta, che ho chiamato InterView’ è tutta dedicata al cuore dei viaggiatori. 
Uno spazio per coloro che hanno lasciato un pezzettino del loro cuore da qualche parte. Non si tratta di interviste con il puro scopo di ottenere informazioni di viaggio; non è una guida turistica ciò che vorrei costruire, ma un diario di emozioni. Saranno piccoli frammenti di vita, e anche se quindici di voi mi parleranno di Roma, ad esempio, i vostri cuori mi racconteranno certamente quindici storie diverse. La mia passione per i viaggi e per le scoperte, è nota a tutti coloro che mi conoscono. Per me la parola ‘Viaggio’ non significa valigia, aereo, check in, hotel, ecc… Viaggio significa percorso, creazione, empatia nei confronti di un luogo. E’, in tutto e per tutto, una degustazione da fare con i cinque sensi. Significa vedere con occhi nuovi, assaggiare i sapori del mondo, sentirne le musiche o i dialetti, toccare con mano tessuti, annusare profumi di spezie.
Il Viaggio per me è una scoperta continua, uno scambio di conoscenze senza giudizi. Queste interviste nascono per quei luoghi a cui siamo affezionati. Per me Helsinki è come una persona, un’amica. Se avesse un cellulare la chiamerei per chiederle come sta, per farmi raccontare i suoi segreti, per poterla consolare quando sta male, per ridere con lei a crepapelle, per sfogare la mia rabbia confidandole i miei pensieri.
Questo per me è il Viaggio. Quel senso di malinconia che ti coglie mentre sei sul treno o sul volo di ritorno. Quando ti viene spontaneo salutare ad alta voce il luogo che stai lasciando. Quando una volta a casa, dopo mesi, ti scopri a ripensare alle strade che hai visto, alle persone che hai conosciuto e ti assale la voglia di tornarci, di googolare alla ricerca di una webcam che ti faccia rivedere un pezzetto di quel posto dove, passeggiando magari sul molo di un porto, dalla tasca dei jeans ti è scivolato via un pezzetto di cuore.
Questa è InterView. Se anche voi avete lasciato un pezzetto di cuore da qualche parte e avete voglia di raccontarmelo, scrivetemi:
lighthousely@gmail.com

Sarebbe un vero peccato perdere i pezzetti di cuore che mi avete donato, quindi è d'obbligo che io migri l'etichetta dal vecchio blog a 127.0.0.1
Ecco a voi la prima intervista, del 27 aprile 2011.




TRIESTE

Questa intervista per la rubrica InterView, per me ha un significato particolare perché riguarda una persona che in pochissimo tempo è diventata una delle persone più care della mia vita. La sorella che non ho mai avuto.
L’amore che lei prova per Trieste è lo stesso tipo di amore che io provo per Helsinki e da questa intervista, per altro meravigliosa, traspare perfettamente.
Voglio ringraziarla per il tempo che mi ha donato e vorrei davvero che tutte le mie prossime interviste prendessero esempio da questa.
Grazie Romi.

Perché Trieste? Come è sbocciato l’amore?

Perché Trieste? Perché Trieste è una linea di confine, e come tutte le linee di confine mi seduce, per vocazione sua propria. Amo tutto quello che non si può definire, perché ti tocca inventare parole nuove per renderne la bellezza.

Trieste è questo: è indefinibile.
E’ il porto dell’Impero Asburgico, la Porta di Sion, il rifugio per gli sbandati, l’anima commerciale di un Mondo che non esiste più. E non è, allo stesso tempo, nessuna di queste cose. L’amore è nato grazie ad una citazione di Svevo, nel romanzo “La coscienza di Zeno”.
Diceva: “Le lacrime non sono espresse dal dolore, ma dalla sua storia (…) Si piange quando si grida all’ingiustizia”.
L’ho letta a diciott’anni e ho pensato: Cavolo, uno così dev’essere per forza nato in una città interessante! E da lì ho cominciato a cercare Trieste.

Quale punto particolare della città hai più nel cuore? 

Il Molo Audace, indubbiamente. Una striscia di cemento a capofitto in un blu cobalto. Inizi a camminare che sei in centro città, arrivi alla “zima” e ti ritrovi in mare aperto. Come sulla prua di una nave. Una volta ho letto che chiunque vada sul molo Audace, non può che pensare al suicidio. In effetti, basta un niente per scivolare in un abisso blu e forse tanti hanno concretizzato il pensiero per davvero. Ma secondo me quello che prevale, alla fine, è la Vita.


Su Trieste tu ci hai fatto addirittura la Tesi di Laurea. Ci trascrivi un pezzetto della Tesi che per te ha un significato particolare?

“Però questa città di nessuno e quindi di tutti, questa frontiera naturale, questa terra che la vocazione e la condanna ad essere limen ce l’ha impressa nel patrimonio genetico, ha anche una capacità sorprendentemente naturale di salvarsi e di riscattarsi da sola, proprio attraverso, come già abbiamo avuto modo di osservare alla Risiera, la “naturalezza della memoria“.

Dice ancora Covacich a tal proposito:
La cosa suggestiva di questo posto è che si sia affermato nelle abitudini dei triestini come palestra naturale per il running. Gli stessi sentieri che qualche anno fa vedevano gruppi di fuggiaschi in preda al panico ora assistono ad altre corse, ad altre fughe“.
Eccola qua, tutta sua, tutta naturale, l’istintiva grandezza e la reale propensione di Trieste: Riscattare la memoria, trasformandola in più leggera quotidianità. Se non si può fuggire dal dolore, allora lo si utilizza come la migliore palestra di running del mondo.”

Ci parli di un personaggio triestino che ami in particolar modo?

Anita Pittoni, una fra tutte. Io la definisco la Madonna degli anni ’40. Una donna versatile, poliedrica, artista fino al midollo, una che si sapeva costantemente re- inventare senza però tradire mai la sua essenza. E’ stata stilista, collaboratrice con Giò Ponti per gli interior di alcune navi da crociera, costumista e scenografa per Brecht, ed infine imprenditrice culturale, la prima imprenditrice culturale triestina, fondando la casa editrice Lo Zibaldone, che giustamente (e con una punta di amarezza) Ara e Magris definiscono: “Una delle tante occasioni mancate di Trieste”.

Soprattutto, è stata una donna, disinibita, colta e volitiva, una pasionaria della cultura, un’eroina dei suoi tempi. E’ stata, anche, una donna profondamente innamorata. Di Giani Stuparich, il “suo” Giani, presente in absentia, un uomo che l’amava a suo modo, un uomo che l’abbandonava e la feriva, ma che le riempiva di Luce il cuore.
Un uomo presente, ma che non c’era.
Lei ha saputo amarlo con grazia e proprio a lei, a questa donna cercata ed abbandonata fino allo sfinimento,  in punto di morte, lo scrittore ha lasciato tutti i suoi manoscritti. Una storia d’amore straziante, e straziantemente reale.

Ho letto la tua Tesi e fra molte cose, una mi ha toccato in modo particolare. La descrizione che Covacich fa di Trieste: Oggi la mia città è una Sissi col body di lycra. E’ una Sissi col piercing, i capelli blu cobalto, una salamandra tatuata sul collo. Ha ancora le dita affusolate della principessa, ma si mangia le unghie.
Anche per te Trieste è una principessa che si mangia le unghie?

Sì, totalmente, visceralmente, completamente.

E’ una Principessa, conscia della responsabilità immane che si porta sulle spalle, proiettata verso il futuro abbastanza da osare un tatuaggio ed un piercing (presumibilmente, alla lingua) ma anche abbastanza consapevole del proprio drammatico passato da non poter fare a meno, ogni tanto, di rosicchiarsi le unghie.

C’è un aspetto negativo che hai notato di Trieste o dei suoi abitanti?

Di Trieste, il quieto autocompiacimento in un decadimento di maniera. “No se pol” (Non si può!) è la stizzita reazione basic del triestino medio, di fronte a qualunque iniziativa di rilancio turistico e/o socioculturale della città. Inoltre, la rudezza del triestino tipo, la totale assenza di salamelecchi, le reazioni spesso brusche, sono qualcosa a cui bisogna farci la mano. Derivano sempre, ad essere pignoli, dalla capacità di aver trasformato il dramma in miglior palestra per il running del mondo. Chi ha molto sofferto, non perde tempo nelle smancerie. Non le trova necessarie.


Ti invito a cena in un ristorantino di specialità triestine, cosa ti va di mangiare?

Declinerei gentilmente la jota, forse il più caratteristico dei piatti triestini, ed anche uno dei più rappresentativi della peculiarità dell’essere Trieste: una zuppa a base di crauti, pancetta e patate, con aggiunta di fagioli e salsiccia, tanto per gradire. Un piatto intenso, difficile da apprezzare al primo colpo, coraggioso.

Mi servirei un piatto di gnocchi de pan, tenterei un assaggio di gulasch, retaggio della cucina ungherese (una sorta di spezzatino di manzo con patate) ma soprattutto mi godrei il pesce freschissimo del golfo, declinato in mille modi, e gli insuperabili calamari fritti della Trattoria al Faro, accompagnati da un piatto di verdure appena colte, freschissime. Come dolce, immancabile il Prestniz, di probabile origine ungherese, composto da pasta sfoglia, zucchero, noci, pinoli e mandorle o, ancora meglio, la celeberrima  Putizza, dolce carsolino di pasta lievitata con un morbido e profumato ripieno di rum, cannella, chiodi di garofano e noce moscata. Menzione d’onore anche alla Sacher Torte: solo a Vienna se ne può assaggiare una altrettanto buona.
E per concludere, un ottimo caffè, come a Trieste li sanno fare, magari un “gocciato”, ovvero un espresso con una goccia di crema di latte in mezzo.
Il conto lo pagavi tu, giusto?

Della storia di questa città di confine, cosa ti è rimasto particolarmente impresso?

Il dolore, il decadimento, la perdita, lo strazio. Ma soprattutto, la straordinaria capacità, tutta triestina, di reagire allo strazio convivendo con la cicatrice e trasformandola in esorcizzazione. L’assenza di radici, quassù, è diventata un’opportunità.


Cosa provi quando sei lì e la Bora mette a dura prova il tuo equilibrio?

Mi piace. Già di mio vivo costantemente in equilibrio precario, come su una barca. La Bora serve solo a ricordarmelo un po’ meglio. Allargo le braccia, punto i piedi e mi godo la sensazione di libertà ineffabile dell’essere sballottata dai refoli.


Alcune parole per Saba, Joyce e Svevo.

Saba era come il suo Canzoniere: brusco e voracemente sensuale. L’essenza di Trieste fatta uomo e diventata, per vocazione sua naturale, poesia.

Joyce era l’artista sulla linea di confine, il ricercatore instancabile di un linguaggio nuovo per “dire” le cose, e a Trieste ha trovato la culla che, forse, non ha mai avuto (oltre che diversi sollazzamenti a Cavana, per il quieto vivere della moglie, a casa coi pargoli).
Svevo invece è la peculiarità fatta persona dell’essere triestino: il suo vero nome era Ettore Schmitz. Italo Svevo come pseudonimo è un evidente inchino alla vocazione cosmopolita della sua città.

Secondo te, chi intende visitare Trieste per la prima volta cosa non deve assolutamente perdersi?

Il Molo Audace, per primissima cosa: l’esperienza di perdersi in mare aperto a due passi dal centro pulsante della vita cittadina è qualcosa di straniante. Il silenzio che si sente lassù, sull’ultimo gradino, il rumore dell’acqua contro il cemento, il fucsia intenso dei tramonti, sono il nucleo stesso dell’ “Effetto Trieste”.

E poi piazza Unità d’Italia, la più grande d’Europa aperta sul mare, come le quinte di uno spettacolo improvvisato, Piazza Oberdan, un vortice agorafobico ma vibrante, e la Città Vecia, Cavana, dove un tempo Joyce andava appunto a sollazzarsi nei bordelli, un dedalo di stradine corrucciate e vecchissime, che portano sù sù, fino alla Tergeste Romana, sul colle di San Giusto.
Ah, menzione d’onore per la chiesa Serbo Ortodossa di San Spiridione: la riconosci subito, è esattamente accanto a quella cattolica di Sant’Antonio Nuovo, all’imbocco del Canal Grande. Sembra il Tempio di Aladino, ha le cupole azzurre e all’interno c’è un’energia che mozza il fiato. Assistere ad una funzione ortodossa là dentro è qualcosa che, anche a chi non crede, puntella il cuore.

Miramare è un luogo incantevole. Il suo parco sul mare delizioso e i triestini ci passano il tempo a fare jogging o a passeggio, lanciando solo qualche sfuggevole occhiata al Castello. Una familiarità che diventa empatia. Ma non è disinteresse. Piuttosto è un amore che non ha bisogno di continue nuove prove. 
Ci parli un pò di questo Castello e di ciò che tu senti per lui?

Della storia non credo sia necessario dire tantissimo, è la parte che mi interessa, sì, ma che si trova declinata in mille sfumature su qualunque buona guida turistica: diciamo che era il nido d‘amore perduto di Massimiliano d’Asburgo, fratello minore dell’Imperatore Francesco Giuseppe, spinto dall’ambizione e dagli intrallazzi reali a partire per il Messico, quattro anni dopo la costruzione del suo castello bianco, un giovanotto romantico ed idealista che ha trovato la morte in Sudamerica per mano dei Ribelli e che ha lasciato a Trieste una sposa ragazzina, Carlotta, pare destinata ad impazzire di dolore (e di noia) senza l’adorato consorte.

Dentro non ci sono mai stata, fedele alla Leggenda triestina che i laureandi non debbano metterci piede, pena la procrastinazione a tempo indefinito della Laurea.
Miramare è il mio arrivo a Trieste. Quando, dal finestrino del treno, vedo apparire la sagoma de castelletto bianco, affacciato sul Golfo, spaurito e straniato, anche lui, come il Molo Audace, mi sento a casa. Il mio amore per Trieste, come per Miramare, non ha bisogno di nuove prove. Basta che io mi sieda là, all’inizio del molo privato, dove c’è la Sfinge, dove le scalinate digradano dolcemente in mare, con una Coca Cola ed un libro, e non c’è bisogno di aggiungere una sillaba in più. In comune con i triestini, ho da sempre la disinvoltura naturale davanti alla bellezza.

Nel 1943 i nazisti convertirono la vecchia risiera di San Sabba nell’unico lager con forno crematorio dell’Europa meridionale. Hai visitato la risiera? Ce ne parli un pò?

Non ho mai avuto il coraggio di visitarla, ma ho studiato a lungo la sua storia, non tanto per la Tesi quanto per un mio progetto editoriale. La Risiera è la più vistosa delle cicatrici di Trieste, quella con cui non si può non fare i conti, quella che i triestini hanno dovuto prima accettare, e poi trasformare in esorcizzazione, quella che dal 1975 è diventata, grazie ad un magistrale recupero ad opera dell’architetto Romano Boico, Civico Museo della Risiera di San Sabba. Era un ex stabilimento per la pilatura del riso, appunto, diventato poi, ad opera dei nazisti, l’unico campo di sterminio con forno crematorio su suolo italiano. Pochi sanno che anche noi abbiamo avuto una piccola Auschwitz, l’onere di accogliere l’orrore è toccato proprio a Trieste: sincronisticamente, l’unica città in grado di tollerarlo.

Trieste è una linea di confine, penosamente fragile, ma anche spigliatamente abituata a convivere con il dramma: solo Trieste poteva accogliere la sfida di come trasformare questa carcassa color sangue,coi mattoni a vista ed i buchi neri al posto delle finestre, in memoria. Trieste non ha scelto di radere al suolo la Risiera, non ha optato per la fuga, ma per l’esorcizzazione: accanto alla Risiera, diventata museo, i triestini portano i loro cani a passeggio e vanno a fare la spesa nel vicino centro commerciale.
Romano Boico ha avuto un’idea geniale per “rendere l’idea” del forno crematorio, divelto dai nazisti in fuga: creare nel cortile un terribile percorso in acciaio, leggermente incassato, l’impronta del forno, del canale del fumo e della base del camino, l’assenza che diventa sostanza ed inaugura il Paradosso Trieste: Quassù non occorre che qualcosa vi sia tangibilmente, per risultare reale.
Come Stuparich per Anita Pittoni, Trieste ha perfettamente compreso quanto la “presenza in absentia” sia tangibilità allo stato puro. Anche questo, vedi, è l’Effetto Trieste.

Parlando di cose meno tristi. Ci racconti un aneddoto divertente che hai vissuto laggiù? 

Più che lassù, durante un viaggio per andare lassù.

Ero in treno, ovviamente deserto, con mia zia ed una sua amica: le stavo accompagnando da cicerone a Trieste. Seduta vicino a noi, solo una dimessa vecchietta, salita a Venezia.
Bon, ero lì con la mia guida, e per fare la figa mi sono messa a fare un lungo sermone si triestini, sui loro difetti, sulla fenomenologia del “No se pol”, sull’istintiva diffidenza verso il turista, fino a trascendere in commenti poco diplomatici sulla scarsa affabilità triestina e sul fatto che un minimo di simpatia in più aiuterebbe il rilancio turistico della città. A quel punto, dopo aver sproloquiato un quarto d’ora ed essermi abbandonata tutta tronfia e soddisfatta di me sul sedile, la vecchiettina si volta tutta arzilla verso di noi e, in  perfetto triestino, ci dice: “Comunque se avete bisogno di notizie sulla mia città, chiedete pure!”

Stai per tornare a casa e vuoi comprarti un souvenir, cosa acquisti come ricordo?

Un pacchetto di caffè, il migliore si possa trovare in Italia, ed una lattina con dentro la Bora. Esistono davvero!


Ultima domanda: Se Trieste fosse:

Un colore:  Il colore del mare di notte, quando vi si riflette dentro la luce dei lampioni
Un sentimento: Struggimento
Un aggettivo: Cangiante
Una persona: Mio fratello S.

2 commenti:

  1. Ciao cara :) ho trovato il tuo blog per caso cercando informazioni su Helsinki su Tripadvisor. Sono partita dal primo link, ho letto diversi post e mi sono meravigliata di quanto i miei e i tuoi pensieri sulla Finlandia siano simili, dunque sono approdata al secondo e infine eccomi qui.
    Non posso che sorridere leggendo che Helsinki è una tua amica. Io non ci sono mai stata, di viaggi ne ho fatti diversi e in molti posti bellissimi ma sono profondamente convinta che lei, Helsinki, deve dirmi qualcosa. Mi chiama da anni.

    Mi trovi pienamente d'accordo sul pensiero che c'è dietro questa tua nuova iniziativa dell'InterView, io amo viaggiare proprio perchè amo vivere le città del mondo per collezionare esperienze, sapori e odori nuovi. Proprio per questo credo che ti scriverò presto una mail, abbiamo tanti di quei pensieri in comune che non saprei da dove cominciare.
    Mi piacerebbe moltissimo partecipare all'InterView ma qualcosa mi dice che la città più bella da raccontare sarà quella che spero di vedere a luglio per il mio compleanno. Helsinki.

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  2. Ciao carissima Folle! Posso dirti che ti considero già un'amica? :) Scusa se non ti ho risposto prima, ma ero (appunto) a Helsinki. Sono appena atterrata e appena arrivata a casa, dove per altro fa un caldo assassino. Stamattina a Helsinki pioveva e c'erano 12 gradi ^^ Tornare a casa e trovare il tuo commento mi ha reso felice come nemmeno puoi immaginare. Aspetto con ansia una tua mail perché sospetto che diventeremo amiche davvero! Spero che tu possa andare a Helsinki a luglio perché se deve dirti qualcosa, sono certissima che lo farà, esattamente come ha fatto con me la prima volta che ci ho messo piede. Lei è un'amica sul serio, per me. E' l'unico posto che sento davvero Casa. Ti aspetto via mail! Un abbraccio.
    Light

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