domenica 26 luglio 2015

Listography #33: Places You'd Like To Visit

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Dopo una serie di post lunghi e complessi, l’idea di spezzare il ritmo tornando al buon vecchio Progetto Listography, non mi dispiace affatto. Vediamo un po’ di cosa tratta l’argomento di oggi:

Posti che ti piacerebbe visitare.


Bamboo Forest - Giappone 

Forse qualcuno di voi si ricorderà che in un vecchio Listography affrontai già questo tema, ma possiamo sempre approfondire, così potrete suggerirmi qualche luogo o darmi qualche dritta sui posti che meritano una visitina. Che ne dite? Al momento la mia attenzione è rivolta all’estero, perché l’Italia spero di gironzolarla quando sarò in pensione. Confidando di arrivarci e di essere anche in salute, tiè.

1) Cominciamo con una meta che bramo da sempre: Il Giappone.


Wisteria Tunnel - Giappone

Amante di anime e manga, d’invenzioni bizzarre, di ramen e sushi (anche se rigorosamente veg), di tecnologia, di arti marziali interne - sì lo so, sono più Cina che Giappone, ma sempre di Oriente si tratta, non fate i pignoli! - e vicina alla filosofia dello Shintoismo, mi piacerebbe un giorno visitare questo paese che trovo meraviglioso pur con tutti i suoi difetti, caccia alle balene in primis.

2) Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti d’America.


Maine - USA 

Come sopra, pur essendo un paese stracolmo di difetti, vorrei un giorno fare un coast to coast e vedere città come New Orleans, New York, Los Angeles, Chicago, San Francisco o Las Vegas, senza dimenticare però le piccole località come Roswell, Fairport Harbor, Mendocino County, Lunenburg o Martha’s Vignard. Mi piacerebbe tantissimo vedere il Maine, la Nuova Scozia e il New England, quindi la costa est, per intenderci.

Si tratta di una costa punteggiata di “Cove”, (prima che me lo chiediate la risposta è NO, non esiste la famosa Cabot Cove de La signora in giallo, ma esistono decine e decine di altri Cove, come Perkins Cove, ad esempio); piccolissimi paesini, spesso di pescatori, fatti di casette di legno colorato, a volte a picco sul mare e circondate da perfetti giardini all’inglese.

Ok, è molto Finland questa cosa, me ne rendo conto, e forse è per questo che vorrei tanto andarci un giorno.


Crystal Cave - Islanda 

3) Al terzo posto ci sono Gran Bretagna e Islanda. Oh come mi piacerebbe fare un giretto da quelle parti. Soprattutto in Islanda. Prima però ho in programma di fare una capatina al 221/B di Baker Street a Londra. Sapete com’è…

4) Essendo ormai di casa in Finlandia, ma non avendo mai visto la Lapponia (più che altro per una questione di money), vorrei andare anche a Rovaniemi un giorno e magari arrivare fino a Capo Nord sulla Sampo fra i ghiacci.



5) A proposito di navi, sogno da sempre una crociera sui fiordi norvegesi e sono certa che prima o poi ci riuscirò.

6) Una notte, non molto tempo fa, feci un sogno stranissimo ambientato in cima alle scogliere a picco sul mare della Normandia e da quel giorno desidero tantissimo vederla.



7) Amando e collezionando fari marittimi, vorrei visitarne quanti più possibile e magari un giorno vorrei poter alloggiare qualche notte in uno di essi. Il mio cuore, sappiatelo, vive a Strömmingsbådan. Qui:



C’è da dire che ho sempre sognato di poter vedere tutto il mondo prima di tirare le cuoia, quindi questo post ha in effetti poca valenza. Posso solo stilare una classifica basata sulle priorità e al momento direi che son queste.

Diciamo che detesto il caldo umido e afoso, mentre amo il freddo, la pioggia, il sole tiepido, i ghiacci e la neve, quindi sì, non mi dispiacerebbe andare anche in Egitto, in India o in Africa un giorno, ma sono mete che tengo per ultime soltanto perché il caldo mi terrorizza.
In Messico e il Guatemala ho beccato una dose di caldo talmente assassino che mi basterà ancora per qualche anno e in questo momento sto scrivendo da una Bologna rovente, quindi per ora niente posti esotici, grazie! ^^’

sabato 18 luglio 2015

127.0.0.San Juan Chamula e San Lorenzo Zinacantán, Chiapas - Messico - Giorno 9

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Inizio il post di oggi con una premessa: questo sarà un post piuttosto lungo, ma affascinante, soprattutto per coloro che amano il mistero e le antiche leggende Maya, quindi portate pazienza e se vi va, rimanete un po’ con me.


San Cristóbal De Las Casas, San Juan Chamula e San Lorenzo Zinacantán
Chiapas, Stati Uniti Messicani
18 Aprile 2007

La giornata di oggi è partita con un’ottima colazione a buffet in hotel e un giro all’affollato Mercato Municipal di San Cristóbal dove ho acquistato del piccantissimo peperoncino Habanero da portare in Italia. Dopo una breve visita alla Iglesia (chiesa) di Santo Domingo, abbiamo preso il nostro pullman e siamo partiti alla volta delle comunità indigene di San Juan Chamula e San Lorenzo Zinacantán

Non sono molto distanti da San Cristóbal de las Casas, eppure le differenze nei modi di vivere, di pregare, di mangiare e di vestire, sono davvero marcate. Passeggiare per queste comunità Tzotzil è qualcosa che vi porta oltre la soglia del tempo, ve lo assicuro. I Maya Tzotziles sono uno dei principali gruppi indigeni del Chiapas e costituiscono circa un terzo della popolazione indigena dell’intero stato. In queste montagne della Sierra Madre si parla spagnolo, ma anche l’antica lingua Tzotzil, la lingua Maya. Siamo a circa 2200 metri sul livello del mare.



La prima tappa è stata presso San Juan Chamula, a circa 10 chilometri da San Cristóbal, dove nella piazza del paesino gli uomini, vestiti con tuniche nere (o bianche) strette in vita chiamate chujes, giocano a carte e chiacchierano, mentre le donne vendono frutta e verdura, nelle loro giacche ricamate dette hupiles, sopra larghe mantelle colorate e gonne nere lunghe fino alle caviglie. 


Fotografia di Annalisa
La piazza è divisa in due zone, una sacra e una no, nella zona sacra vi rientra la chiesa e nell’altra il pittoresco mercato pieno di colori e di donne. Qui ho visitato la chiesa che più mi ha colpito in assoluto: la cattedrale di San Juan Bautista, dove il rito cattolico si affianca serenamente ai misteriosi riti pre ispanici e, lo giuro sui miei gatti, si tratta di un luogo incredibile. L’impatto emotivo che si ha varcando la soglia di questa piccola cattedrale è pazzesco. 

Purtroppo è severamente vietato scattare fotografie al suo interno, perché i Chamula credono che le foto rubino loro lo spirito (inoltre gira la leggenda che si rischino 3 giorni di carcere e sinceramente la prospettiva non era delle più allettanti), perciò vi dovrete accontentare delle mie parole e di uno scatto rubato che ho trovato in rete del quale, ovviamente, citerò la fonte, così se proprio devono arrestare qualcuno, non arrestano me. 


Interno della chiesa - Fonte: Siemens
Fonte: Wikipedia
Il pavimento della chiesa è letteralmente cosparso di aghi di pino e il profumo che emana è qualcosa di unico. Non ci sono panche né altari, ma migliaia di candele disseminate ovunque, dal pavimento all’abside e l’odore di cera, incenso e pino avvolge con tale violenza da inebriare completamente i sensi. 
L’illuminazione è merito delle poche finestre colorate e delle candele che con la loro fiamma tremula gettano lunghe ombre danzanti sulle nicchie delle navate che ospitano pregiate statue in legno di diversi santi, messe in fila e che tengono in mano o appesi al collo, specchi in cui i fedeli vedono riflessa la loro immagine. 
Alcune persone sono inginocchiate a terra; mangiano, cantano, pregano, bevono sorsate di Cola e ruttano forte, facendo uscire dal loro corpo gli spiriti del male. Un’altra bevanda rituale che sono soliti consumare in chiesa è il Posh, un alcolico a base di canna da zucchero.


Mariano Gonzalez Chavajay: Oculista indigena (Indigenous eye doctor), 1993
Questa è la terra dei curanderos, i guaritori. Questa comunità pratica antichi rituali di guarigione e per alcuni dei quali vengono usate ossa, uova e polli vivi che sacrificano in chiesa, mangiandoli poi come alimento sacro o seppellendoli davanti alla casa delle persone malate che hanno bisogno di guarire. A tal proposito voglio fare una parentesi sulla figura del guaritore perché la trovo dannatamente affascinante (sacrificio di animali vivi a parte che trovo aberrante, soprattutto in tempi moderni).



In Messico esiste da secoli una figura chiamata curandero. A dire il vero ne esistono di due tipi: il guaritore “normale”, detto appunto curandero e quello “scelto dal fulmine”, il granicero.

Pedro Rafael Gonzalez Chavajay: La Comadrona (The midwife) 1996
Questi guaritori operano per mezzo della medicina tradizionale, tramandata di generazione in generazione dalle antichissime tradizioni pre e post ispaniche. Questi uomini sono i detentori di un sapere quasi dimenticato e ormai ne esistono sempre meno, perché i giovani, chiamati a prendere il posto degli anziani, tendono a rifiutare l’incarico che, oltretutto, viene svolto a titolo gratuito e comporta molte responsabilità. 
Questi due tipi di guaritori si specializzano poi in altri sottotipi e si ritrovano in gruppi creando chiese, confraternite o associazioni. E’ possibile quindi trovare i Curanderos Espiritistas (che operano guarigioni di tipo medianico), Espiritualistas (l’equivalente della chiesa, utile alla guarigione dello spirito), Yerberos (guaritori che usano erbe), Hueseros (coloro che riparano ossa rotte), Parteras (le levatrici), Brujos (gli stregoni o sciamani), ecc…

Il granicero, invece, è colui che ha la sfortuna di venir colpito da un fulmine; il fatto che sopravviva significa che è stato scelto come guaritore, acquisendo poteri paranormali, come la possibilità di manipolare il clima, aiutato da esseri spirituali definiti i ‘lavoratori del tempo’ (trabajadores temporaleños) con i quali è entrato in contatto a seguito della traumatica esperienza. Se chi viene colpito dal fulmine invece muore, la sua anima si unisce agli spiriti del tempo. Il granicero è un curandero che oltre a dedicarsi alle “normali” attività di guarigione, è in grado di modificare e manipolare gli elementi atmosferici, richiamando o allontanando nubi, scatenando fulmini, piogge, ecc…

--Piccolissima parentesi per appassionati come me: Anche a voi ha ricordato la splendida puntata di X-Files, D.P.O. (Titolo italiano: Fulmini), con il bravissimo attore seminostrano Giovanni Ribisi e il grande Jack Black?--




I graniceros sono organizzati in corporazioni, ognuna delle quali fa riferimento a un suo luogo sacro, una grotta per la precisione, da essi chiamata Templo (il tempio). Il gruppo è molto ristretto e i suoi componenti si differenziano da altri guaritori per essere stati scelti “desde Arriba”, cioè dall’Alto. Questi guaritori non possono rifiutare il loro destino, pena l’atroce morte causata dalle conseguenze del fulmine che li ha colpiti.

Nel caso siate in viaggio da queste parti e vi interessi approfondire l’argomento, il Museo de Medicina Maya di San Cristóbal dedica molto spazio alla storia e alla teoria della medicina Maya indigena e dei rituali che si svolgono proprio a San Juan Chamula.
  
Chiudendo questa affascinante parentesi sulle tradizioni locali, torno a parlarvi dei Chamulas che sono anche ottimi artigiani; producono tessuti decorati a mano, di splendida fattura, con cui creano giacche, gonne, mantelle e borse. I loro lavori di artigianato si possono trovare in molti mercati della zona. 


Fonte: Wikipedia
E’ una comunità particolare questa, perché sono soprattutto le donne a lavorare, mentre gli uomini oziano, giocano a carte o discutono fra loro. San Juan è un luogo pazzesco, personalmente mi ha colpita moltissimo. L’incredibile varietà dei colori che si possono vedere qui è meravigliosa. La chiesa, tutta bianca come la neve, ha un ingresso stracolmo di colore. Tre archi di tre misure in scala, il più esterno verde chiaro, il medio blu e il più interno verde scuro, incorniciano la porta in legno della chiesa e sono decorati con molti colori diversi come il bianco, l’arancio, il rosso, l’ocra, il viola e l’azzurro. Tutti simbolismi Maya abilmente nascosti agli occhi dei conquistadores, come decorazioni a forma di fiori che invece nascondono croci.


Queste due simpatiche ragazze stanno "tessendo" una penna per me, col mio nome.
La seconda tappa è stata Zinacantán, un’altra comunità indigena piuttosto vicina a San Juan Chamula e il suo nome significa "il luogo dei pipistrelli". 

Diversamente da San Juan, questa comunità è leggermente più ospitale nei confronti degli stranieri e qui abbiamo potuto interagire molto di più con la popolazione arrivando persino a visitare la casa di una famiglia davvero gentile che ci ha invitato ad assaggiare delle strepitose tortillas cotte sul momento, direttamente sulla brace e sulla pietra. Riempite di formaggio fresco e saporitissimo, spezie e verdure, erano a dir poco deliziose. Dubito che si possano mangiare così buone in qualsiasi ristorante. 


E' fuori fuoco, lo so, perdonatemi : )
La casa di questa famiglia è una misera capanna, con un paio di letti, qualche vecchio mobile, un piccolo altare per pregare, un cortile con qualche animale domestico e una cucina buia e dannatamente povera. Eppure è gente sorridente, ospitale, gentile. Dopo questo inaspettato pranzo, se così vogliamo chiamarlo, ci hanno mostrato gli abiti che vengono tessuti dalle donne del posto nei loro grandi telai che di solito tengono nei cortili. 

Alle coppiette appena sposate, come anche nel nostro caso, hanno fatto indossare gli abiti cerimoniali che vengono usati nel rito del loro matrimonio. Coloratissimi e ai nostri occhi, decisamente buffi, (in particolare quelli dello sposo) come potete vedere : )


Abiti tradizionali per la cerimonia del matrimonio.
Qui vengono coltivati e venduti tantissimi fiori e la piccola chiesa cattolica di Zinacantán ne è piena. Questa zona del Messico è particolarmente attaccata alla terra e ai suoi frutti, lo è in modo assolutamente sacro. Alcune coltivazioni, come il mais, ad esempio (pianta d’importanza vitale per il Messico, sia come alimento che come radicato simbolismo Maya) vengono lavorate esclusivamente a mano, con lo scopo di lasciare “pura” la terra, rispettandola senza violarla con strumenti invasivi come gli aratri. Quasi tutte le donne camminano scalze con lo scopo di mantenere un costante contatto con la terra. Gli aghi di pino riempiono i pavimenti di moltissime chiese, poiché il pino è considerato dal popolo Maya un canale di collegamento con gli spiriti degli antenati e con gli altri mondi, quelli terreni (o meglio sotterranei) e quelli celesti.

Princesa tz'utujil con sus flores - Chema Cox & Edwin Gonzalez

Queste comunità sono un'esplosione di colori. Gli uomini indossano grandi cappelli di paglia ornati con frutta, fiori e lunghi nastri variopinti, le croci nei campi che indicano i luoghi in cui vivono le divinità dei loro antenati sono altrettanto colorate. I mercati sono pieni di stoffe sgargianti, fiori bellissimi, frutti profumati e legumi dalle mille sfumature. Le donne tessono nei loro cortili abiti splendidi e il sole fa brillare i colori usati per decorare le candide chiese. E' un luogo unico, pregno di energia e magia. Se un giorno passerete dalle parti del Chiapas, non dimenticate queste due mete, perché ne vale veramente la pena.

Terminato il nostro giro sulle montagne della Sierra Madre, siamo rientrati a San Cristóbal e avendo il resto della giornata libera, abbiamo deciso di approfittarne! Il nostro piccolo gruppetto affiatato si è separato dagli altri babbani e con una nuova guida, Stefania, abbiamo lasciato la città per avventurarci nel magnifico Canyon del Sumidero a bordo di velocissime barche a motore, per un'escursione all'insegna della natura selvaggia del Chiapas. Il Canyon merita un post a parte, perciò per oggi vi saluto qua, sperando di aver accresciuto la vostra fame di sapere.

Fonte dei dipinti: Arte Maya

domenica 12 luglio 2015

127.0.0.San Cristóbal de Las Casas, Chiapas - Messico - Giorno 8

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San Cristóbal De Las Casas, Chiapas, Stati Uniti Messicani
17 Aprile 2007

Eccoci a parlare nuovamente del nostro viaggio in Messico e in Guatemala. 
Ci siamo lasciati sulle sponde del magnifico lago di Atitlán, nella turistica località che prende il nome di Panajachel. Il nostro ultimo giorno in Guatemala è trascorso all’insegna degli acquisti, visto che dovevamo finire i Quetzal che ci erano avanzati nel portafogli. Un lavoro duro, ma qualcuno doveva pur farlo! 
In mattinata abbiamo ripreso il nostro piccolo pullman e ci siamo diretti al confine. 


Carretera Interamericana 
La Mesilla è un villaggio nel comune di La Libertad, nel Dipartimento di Huehuetenango, ancora in Guatemala. 


Donne del posto che vendono viveri agli automobilisti di passaggio fermi, come noi, a posti di blocco.

A La Mesilla, siamo arrivati dopo ore di lunghe, desolate e assolate strade e una volta sbrigate le formalità doganali per rientrare in Messico abbiamo cambiato mezzo e ritrovato Silvia, la nostra guida messicana. Il pullman col quale girovaghiamo adesso, è bello grande, pulito e comodo. Molto meglio del vecchio e scarcassato trabiccolo guatemalteco. Dopo questa breve sosta utile e ristoratrice, ci siamo diretti verso la nostra prossima meta, lo Stato del Chiapas, nello specifico a San Cristóbal De Las Casas, dove ci siamo uniti a un altro gruppo di turisti di varie nazionalità.


Un tipico autobus messicano, da e per La Mesilla.
















Ora siamo 42 (che come si sa è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, sull'universo e tutto quanto) e in mezzo a queste 42 persone c’è un numero spropositato di rompicoglioni, giusto per usare un francesismo. Stavamo tanto bene in una decina… ma io dico, perché unire due gruppi a metà viaggio?! Va beh, dovremo tollerare questa fastidiosissima marmaglia di soggetti con la puzza sotto al naso e l’ombrellino bordato di pizzo per ripararsi dal sole, manco fossimo sul Nilo in un film con Poirot… 




Bene, dicevamo: San Cristóbal De Las Casas. In poche parole: una bellezza in pieno stile coloniale magnificamente conservata. Epperò non bastano poche parole, per un posto come San Cristóbal e anzi, di cose da raccontare ce ne sarebbero veramente tantissime. 


La Vallata. Fonte: Wikipedia
Cominciamo col dire che siamo in una fertile valle circondata dalle montagne della Sierra Madre; questa cittadina fondata nel 1528 da Diego de Mazariegos durante l'espansione spagnola verso il sud del Messico, oggi conta più di 120 mila abitanti divisi in varie etnie discendenti dai Maya, riconoscibili dai diversi colori del loro sgargiante abbigliamento. 
San Cristóbal è il fulcro economico e politico della regione di Los Altos de Chiapas. Il tratto di Cordillera che collega il Messico al Guatemala. Fu capitale del Chiapas prima dell’attale Tuxla Gutiérrez, ma attualmente si può comunque considerare la capitale culturale. 



Dagli anni settanta è diventata una meta turistica molto ambita e fa parte del gruppo delle Città Magiche o Pueblos Magicos, un’iniziativa votata al turismo, che raccoglie le città più belle sotto il profilo storico, culturale e ambientale. La splendida chiesa di Santo Domingo, risalente al 1547, esempio grandioso del barocco messicano, vanta un numero notevole di visitatori l’anno e non è da meno nemmeno il museo Na Bolom, situato nel Barrio (quartiere) el Cerillo, dove è possibile vedere una discreta collezione di reperti Maya.





San Cristóbal deve il suo nome al frate domenicano Bartolomé De Las Casas, che denunciò le vessazioni inflitte dai Conquistadores alle popolazioni locali; è suddivisa in piccoli quartieri, ognuno rinomato per un’attività particolare che vi si svolge, come ad esempio la lavorazione del ferro battuto, e la sua pianta "a griglia", sviluppata attorno al Parque Central, permette di visitarla a piedi molto facilmente. Le piazze sono dominate da chiese barocche, molte antiche dimore, sono state trasformate in Posadas con splendidi chiostri ornati da giardini e due templi, uno dedicato a San Cristóbal e uno alla Virgen de Guadalupe, sembrano vedette che osservano il centro da opposte colline. Le casette coloniali che bordano il parco sono basse e coloratissime, le strade sono in ciottolato e ad ogni angolo c’è un tipico mercato o anche solo alcune isolate bancarelle molto pittoresche. 



La cattedrale. Fonte: Wikipedia

Diverse strade sono chiuse al traffico e convergono verso la piazza centrale che porta vari nomi come Zocalo, el Parque Central, Plaza de 31 de Marzo o ancora Parque Vicente Espinoza, dove si trovano il Palacio Municipal, costruito nel 1885, un impressionante edificio storico che presenta una serie di archi sostenuti da colonne in stile classico, la cattedrale e la Chiesa di Santo Domingo, color senape; un incontro di influenze barocche, moresche e indigene di grande fascino. Prima che faccia buio è possibile ammirare la sua splendida facciata illuminata dal sole che tramonta. 



Il chiosco al centro dello Zocalo. Fonte: Wikipedia.

Questa zona della città è il centro nevralgico del turismo e degli stessi cittadini che soprattutto di sera amano ritrovarsi, magari ascoltando la musica dal vivo che viene suonata nel chiosco al centro della piazza da ottimi musicisti, per poi sparpagliarsi nei locali di cui la cittadina è piena. Gli ampi viali attorno allo Zocalo sono disseminati di comode panchine in ferro battuto e seduti lì si può godere di tutta la bellezza che questo luogo regala al visitatore.


San Cristóbal, vi assicuro, è magnifica.

Mansión del Valle
Ovunque si possono trovare agenzie di viaggio, scuole di lingua, piccoli cinema, musei, mercatini, botteghe, caffè e ristoranti. Insomma, la bohémien San Cristóbal De Las Casas è una cittadina molto famosa, attiva e piena di turismo; dalle comitive al singolo viaggiatore ‘zaino in spalla’. Vi sono anche moltissime soluzione per alloggiare in questa deliziosa città e per quanto ci riguarda, dormiremo presso lo splendido Mansión del Valle, in Diego de Mazariegos 39, Barrio de la Merced.

I coloratissimi fagioli del mercato. Fonte: Annalisa.
Domani ci aspetta una lunga escursione presso le comunità indigene che abitano queste montagne, perciò la giornata di oggi l’abbiamo passata a zonzo fra gli splendidi vicoli di questa piccola perla del Chiapas. Il Mercato Municipal, frequentato dagli Indios, è enorme e fra le sue bancarelle è possibile trovare soprattutto frutta e pescato. Il centro storico è abitato soprattutto da ladinos, mentre il popolo Maya lo si trova nei mercati, intento a vendere stoffe, coperte, abiti e artigianato in argento, legno e cuoio sulle bancarelle attorno alla chiesa di Santo Domingo o al mercato municipal, dove si può trovare di tutto, come peperoncino, frutta, erbe medicinali, verdure di ogni tipo, tantissime varietà di fagioli secchi meravigliosamente colorati e pannocchie arrostite con carne soffritta in sughi piccanti. 

Chiesa di Santo Domingo. Fonte: Wikipedia.
La cucina qui in Chiapas, ma in particolar modo a San Cristóbal, è unica rispetto a qualsiasi altra parte del Messico. Si possono assaggiare un numero spropositato di piatti a base di pollo, maiale e manzo preparati con erbe aromatiche molto particolari e condimenti locali che non troverete altrove. 
Questo video a dir poco meraviglioso, vi mostrerà San Cristóbal De Las Casas in tutto il suo splendore, cosa che io non sono riuscita a fare con le mie parole. Guardatelo e riempitevi gli occhi di bellezza. 



sabato 4 luglio 2015

127.0.0.Atitlán, Guatemala - Giorno 7

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Lago di Atitlán, Guatemala
16 Aprile 2007

Reduci dall'intensa giornata passata fra le piante di caffè e il pittoresco artigianato locale di Chichicastenango, ci siamo spostati sulle rive del meraviglioso lago di Atitlán; questo famoso lago è situato sugli altopiani del Guatemala ed è il più profondo dell’America centrale, arrivando a toccare i 340 metri. Lo specchio d’acqua è alla base di profondi calanchi e scarpate e, esattamente come Antigua, è circondato da tre vulcani spettacolari, le cui cime superano i 3000 metri: il San Pedro, il Tolimán e l’omonimo Atitlán

Fonte: Wikipedia

Sulle pendici e sulle rive sono sorti nei secoli piccoli villaggi e agglomerati urbani dove la cultura Maya è ancora prevalente e dove gli abitanti indossano tutt’oggi i costumi tradizionali, nonostante le diverse etnie. Il più grande di questi è Santiago Atitlán. Il lago si trova a circa 50 km da Chichicastenango (stessi km anche da Antigua) e per arrivarci serve un’oretta. Il suo nome significa “in acqua” ed è noto come uno dei laghi più belli del pianeta. Cosa che posso confermare senza alcun dubbio. 

Tutto attorno al lago vi sono immense distese di colture agricole come mais, cipolle, fagioli, zucche, pomodori, cetrioli, aglio, pepe verde, fragole, piantagioni di caffè e frutteti di avocado. Si tratta di un lago ricco non solo di flora, ma  anche di fauna e fornisce alle popolazioni che vi abitano, molto pescato. La zona tutto attorno è diventata un parco nazionale nel 1955 e vanta una particolarità; la presenza di un vento “strano”, che spira nella tarda mattinata e nel pomeriggio, chiamato Xocomil, 'il vento che porta il peccato'. Si dice che sia l'incontro di venti caldi provenienti dal Pacifico con quelli freddi provenienti da nord. Lo stesso vento, se ricordate il mio precedente post, che rende l'aroma del caffè guatemalteco unico nel mondo.


Ci siamo fermati sulle rive di questo magnifico lago, in una località turistica che prende il nome di Panajachel (siamo a circa 1500 metri sul livello del mare), un comune facente parte del Dipartimento di Sololá. Pare sia un’ottima base per la visita alle località limitrofe. Soggiorniamo presso l’Hotel Porta del Lago, la sistemazione forse più modesta dove abbiamo alloggiato fino ad ora, ma probabilmente quella con la vista migliore. La portafinestra della nostra camera da letto dà direttamente sull’acqua (piscina e lago) e sui vulcani alle sue spalle, regalandoci un’alba e un tramonto a dir poco mozzafiato. 

La vista dalla nostra stanza

Considerando che non esiste una strada che circondi per intero questo enorme bacino e che colleghi tutti i paesi fra loro, abbiamo dovuto raggiungere Santiago Atitlán in barca, mentre Santa Catarina Palopó e San Antonio Palopó siamo riusciti a visitarle via strada perché collegate direttamente a Panajachel. Nell’ottobre del 2005, quindi due anni fa, proprio qui, l’uragano Stan ha distrutto circa un centinaio di case a causa di un’enorme colata di fango che si è portata via tutto. In Guatemala le vittime sono state più di 1900, una vera catastrofe. 

Panajachel, comunque sempre festosa e multiculturale è una cittadina con piccole casette basse, mercati colorati lungo le strade, soprattutto nella principale Calle Santander, dove è possibile trovare moltissime belle cose a prezzi stracciati, tantissime Apecar rosse molto buffe che fungono da taxi per i turisti e hotel con splendidi giardini, come l’Hotel Atitlan Gardens, dal cui molo abbiamo preso una piccola barchetta a motore che ci ha portato a Santiago. 

L'Infinity Pool dell'hotel Gardens

Purtroppo, avendo poco tempo a disposizione e mille cose da vedere, non abbiamo potuto visitare il Santuario delle Farfalle, di cui ci hanno solo parlato; si tratta di un luogo dove vola libero un numero spropositato di farfalle appartenenti a specie diverse. Sarebbe stato molto bello. 

Come dicevo, dal molo dell’Hotel Garden, abbiamo preso una piccola barchetta a motore e siamo andati a visitare Santiago Atitlán, un pittoresco paesino pieno di gente, montagne di avocado, sole, cappelli di paglia, fontanelle, bambini e sorrisi. L’unica pecca è stata sentire la voce di Eros Ramazzotti sollevarsi da una bancarella, ma del resto, in Guatemala il popolo italico sembra ben visto e artisti come Ramazzotti o la Pausini, sono dei veri e propri idoli. La cittadina si trova nella baia fra due dei tre vulcani che circondano il lago; il San Pedro e il Tolimán, che per chi non lo sapesse è l’altro affascinante nome della costellazione Alpha Centauri. 


Qui la maggior parte dei residenti discende dal popolo Maya. Nel cuore del paese c’è una grande chiesa dedicata a San Giacomo Apostolo, che domina il lato opposto del Parc Central. Risale al 1572 ed è stata restaurata più volte a causa di svariati terremoti. Dietro l’altare vi sono pannelli che rappresentano i tre vulcani sovrastanti il lago e lungo le pareti della navata centrale grandi sculture di legno che rappresentano alcuni santi. Ogni statua è vestita con tuniche di vero tessuto, fatte a mano dalle donne del posto e cambiate ciclicamente ogni anno. 



I pannelli in legno dell'altare, divisi in alto nella simbologia cristiana e in basso nella rappresentazione della cultura preispanica, sostenuti simbolicamente dai "portatori del mondo" (una sorta di putti) raccontano la storia del paese, dalla sua nascita alla conquista spagnola, ma parlano anche della storia più recente e di quando la chiesa stessa offriva un riparo ai rifugiati e agli innocenti, fornendo un tetto, cibo e protezione. 


Rafael ci ha spiegato come è nata l'arte della tessitura, un'arte antichissima radicata lungo tutto il lago e di come i colori delle vesti distinguano le varie etnie guatemalteche. Nella piazza antistante la scalinata che porta all’ingresso della chiesa, abbiamo visto scolaresche fare l’ora di ginnastica, ridendo e giocando a palla. Grandi risate hanno riempito l’aria, miste al dolce profumo delle montagne (letteralmente!) di deliziosi avocado, ammucchiati un po' dappertutto nelle piazzatte del paese, fra una bancarella e l'altra di artigianato locale. 


Santiago mi è piaciuta particolarmente perché abbiamo avuto la fortuna di visitarla in un momento di evidente serenità e non dimenticherò mai quel faccino furbetto che ha accettato di posare per un mio scatto. E’ sfocatissima, lo so, avevo paura che il birbante mi scappasse di corsa, quindi ho scattato in tutta fretta, ma per me è un regalo prezioso e vale di più mille foto tecnicamente perfette. 

La stessa cosa posso affermarla per Santa Caterina e San Antonio Palopò. Gente sorridente, venditori che non pressano più di tanto i turisti, tempi rallentati, paesini ancora incontaminati, pochissima gente di fuori. A Santa Caterina ho avuto l'impressione che gli unici turisti fossimo noi. Le donne lavano ancora i vestiti nel lago, le case sono di fango e paglia e Dio solo sa come facciano a stare in piedi, l'artigianato, in particolar modo i tessuti, sono straordinari. Grandi telai in legno spuntano da molte case, e le lattine vuote di Cola o altre bibite gassate, vengono usate dalle donne per arrotolare in buffi gomitoli i fili di cotone colorati. 


La candida chiesetta arroccata in cima al paese, alla quale si arriva tramite una salita non troppo faticosa, è modesta, spoglia, un po' raffazzonata, ma meravigliosa nella sua posizione e nell'energia che emana. Dalle sue panche, guardando all'esterno, si vede solo la distesa d'acqua del lago e dal suo piccolissimo piazzale adornato da una grande croce si gode di una vista mozzafiato sui vulcani. Stare seduti lì, su quella panche, con la schiena rivolta all'altare, è una cosa che tocca, che ti entra dentro. Abituati alle auto, allo smog, alle corse, al cemento, al caos, alla folla, ai turisti, alle comodità e alla tecnologia, ritrovarsi in un posto come Santa Caterina Palopò, ferma il concetto del Tempo e lo congela in un istante meraviglioso, immobile, con le sue lancette ferme nel 1500. Non penso, con le mie parole, di riuscire a descrivere le sensazioni che ho provato e la bellezza che ha riempito i miei occhi. 


Rafael ci ha accompagnato a casa di una famiglia indigena che, molto probabilmente, tollera branchi di turisti curiosi in cambio di un piccolo compenso pattuito con l'agenzia di viaggio. Chiamarla casa è oggettivamente un eufemismo, però. E' una costruzione di sabbia e paglia, piena di polvere e terra. Il pavimento una strada sterrata, i muri scrostati, le ragnatele negli angoli, niente vetri alle finestre, una sorta di forno in mattoni e legna come cucina e preferisco non immaginare l'aspetto del bagno. 

Una donna molto, molto anziana, inginocchiata nel cortile della capanna, tesseva una bellissima stoffa colorata. Un'altra donna più giovane, forse la figlia, tesseva in casa, utilizzando un telaio molto più grande, a pedali. Un'altra donna ancora, chissà, forse sempre figlia dell'anzianissima signora, ci ha mostrato la particolare acconciatura che viene fatta alle donne esclusivamente a Santa Caterina, mentre una bambina, bellissima come tutte le bambine guatemalteche, probabilmente figlia sua, ci osservava senza capire una parola, con un'espressione divisa fra il divertito e il curioso. Come fossimo strani e affascinanti animali. 

Mi sono fatta acconciare con il loro particolarissimo nastro colorato lungo un paio di metri, pagando qualche Quetzal alla simpatica signora e dopo, in separata sede, col cuore strizzato nel petto, ho fatto una domanda a Rafael.

"Queste persone così povere... beh... non soffrono alla vista di tutti questi turisti con scarpe firmate e costose macchine fotografiche al collo? Io, sinceramente, mi sento in colpa a stare qua, in casa loro, a fotografarli come fossero solo attrazioni."

La risposta di Rafael, così piena d'orgoglio per la sua terra e per il suo popolo fiero, mi ha stupito e commosso profondamente. Non dimenticherò mai le sue parole.

"Questa gente non è povera. Certo, non ha macchine fotografiche costose o scarpe firmate, ma in Guatemala il cibo non manca mai. La pancia è sempre piena, nessuno qui muore di fame. Noi siamo ricchi." 

Rafael ha ragione. La vera ricchezza è un'altra cosa ed è un vero peccato che siano così pochi a comprendelo. Il Guatemala è una terra meravigliosa.



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