sabato 22 novembre 2014

Gabriel Knight - Sins of the Fathers

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1993
Quest’oggi torniamo a parlare di videogiochi per l’etichetta Frammenti Videoludici e dopo avervi decantato la bellezza di Ripper della Take Two Interactive, ho deciso di passare a un altro grandissimo capolavoro. 

Sto parlando di Gabriel Knight, dell’autrice Jane Jensen, sviluppato dalla Sierra Entertainment.

2013
Avendo amato profondamente questa saga e preferendo andare con ordine, per prima cosa, vi parlerò del primo capitolo uscito nel 1993 e magistralmente rifatto per l’anniversario nel 2013 (disponibile dal 2014) dalla casa produttrice Pinkerton Road, di cui la Jensen è fondatrice e proprietaria: Gabriel Knight - Sins of the Fathers, le colpe dei padri.

Vent’anni fa uscì soltanto in inglese, ma nel 2006 alcuni appassionati rilasciarono una patch in italiano, per la gioia di moltissimi, compresa la mia. Sia il primissimo che il remake, sostanzialmente quasi identico, con l’eccezione di grafica e design migliorati nonché dell’audio in italiano, sono strutturati a “giorni”, divenuti poi nel secondo e terzo gioco della saga, “capitoli”. Le azioni da compiere portano il giocatore alla fine di ogni giornata, che non termina, appunto, se non si è fatto tutto il possibile. 

Nel 1993 il gioco uscì su Floppy Disk, ma ebbe così tanto successo che la Sierra decise di farne anche una versione CD, con tanto di dialoghi recitati da attori del calibro di Tim Curry (The Rocky Horror Picture Show e molti altri), Mark Hamill (Luke Skywalker in Star Wars, ad esempio) e Michael Dorn (Uno su tutti: Star Trek).

A questo punto passo a raccontarvi un po’ di trama, anche se qualunque videogiocatore appassionato di avventure grafiche che si rispetti, non può non conoscere questa saga da cima a fondo.

Gabriel Knight
Chi è Gabriel Knight?

Gabriel è soprattutto uno scrittore dell’oscuro in stile Allan Poe e Lovecraft, decisamente squattrinato e nemmeno tanto talentuoso, che gestisce la sua piccola e antica libreria di New Orleans chiamata Saint George

In questo primo capitolo, Sins of the Fathers, Gabriel ha da poco assunto un’assistente molto graziosa, tale Grace Nakimura. 

Grace Nakimura
Mentre Grace si occupa dei pochissimi clienti, dei conti e delle scartoffie, Gabriel, colto dall’ennesimo blocco dello scrittore e da distraenti e stancanti incubi notturni a dir poco terrificanti che si susseguono sempre uguali ogni notte, inizia a indagare su una serie di omicidi che stanno accadendo in città, apparentemente legati all’antica religione del Voodoo, nella speranza di trovare l’ispirazione per il nuovo libro. 

Il suo amico di vecchia data Mosely è il detective incaricato del caso e grazie a questa conoscenza Gabriel può accedere ad alcune prove rinvenute sulle scene dei delitti. La polizia pensa che il Voodoo sia solo uno specchietto per allodole e che non c’entri niente con gli orrendi delitti nei quali i cuori delle vittime vengono strappati dal petto, ma crede che sia un bluff per nascondere una faida fra organizzazioni criminali. 

La libreria di Gabriel in versione 2013.
New Orleans, antico centro multirazziale, è lo scenario perfetto scelto appositamente dalla Jensen, che fa da sfondo alla misteriosa e affascinante religione Voodoo e alla cultura sudamericana-creola immigrata, annidata nel cuore della città. 

Col passare dei giorni e progredendo nell’indagine, Gabriel scopre che i suoi incubi notturni sono profondamente legati a questi tremendi fatti di sangue e che la sua famiglia nasconde un segreto a dir poco incredibile. Per generazioni e generazioni, dal padre, al nonno, al bisnonno e così via, i suoi avi sono sempre stati degli Schattenjäger, ovvero dei Cacciatori di Ombre e che una maledizione perseguita la sua famiglia, da quando uno dei suoi antenati fallì nel compiere il suo dovere di Schattenjäger nella Charleston coloniale di secoli prima; ed è proprio a causa di questa maledizione che Gabriel ora si ritrova coinvolto nel caso che sta insanguinando New Orleans. Grazie anche all’aiuto di Grace, che in quest’avventura fa soltanto da spalla, ma che già nel secondo capitolo della saga diviene un personaggio decisamente più importante, Gabriel arriverà a capire molte cose sugli omicidi, sul Voodoo e sulla sua misteriosa famiglia.

La libreria di Gabriel in versione 1993.
Prima di addentrarmi nei tecnicismi del gioco, vorrei spendere qualche parola sui personaggi principali di questa saga, perché stiamo parlando di un videogioco di stampo adulto (come Ripper del resto) dietro al quale si nasconde una vera scrittrice, oltre che game designer, e questo, cari miei, spicca come Venere all’alba, contrariamente a tante altre avventure che, seppur ben realizzate, non sono comunque all’altezza dal punto di vista della narrazione e soprattutto della caratterizzazione dei personaggi. Qui lo zampino di uno scrittore c’è e si vede. Sarebbe quindi un peccato limitarsi a parlare del comparto grafico o del gameplay “solamente” perché si tratta di un videogioco. 

Il comparto storico, ad esempio, è curatissimo e coinvolge il giocatore senza annoiarlo con lunghe lezioni sul passato di New Orleans o sulla complicata religione Voodoo, ma anzi, scorre accanto al gameplay in modo fluido e leggero, fondendosi con la perfetta sceneggiatura. Da videogiocatrice vi consiglio di dimenticare il Voodoo di Monkey Island perché in questo caso non c’è ombra di parodia. Si tratta di una storia seria, un romanzo avvolto in quello che molti conoscono come realismo magico, senza però dimenticare l’ironia pungente e caustica che contraddistingue il personaggio di Gabriel Knight.

La cappella privata della residenza Ritter, in Baviera, Germania, nel gioco del 1993.
La cappella privata della residenza Ritter, in Baviera, Germania, nel gioco del 2013.

E’ mia intenzione, con questi post dedicati al mondo videoludico, accendere una luce su ciò che c’è dietro, perché personalmente sono stanca di coloro che pensano al videogioco come a qualcosa che con la cultura e con l’intelligenza non ha niente a che fare, qualcosa che azzera il cervello e funge solo da passatempo, perché non è così. E’ esattamente il contrario. (Candy Crash, Farmville e compagnia bella, ovviamente non fanno testo). Ripper, di cui vi ho parlato qualche post fa, è una vera e propria opera cinematografica che niente ha da invidiare a un film di Hollywood e Gabriel Knight è un’opera letteraria che niente ha da invidiare ad una Rowling.

Gabriel è un personaggio fra i meglio caratterizzati nella storia delle avventure grafiche e, anche se a tratti ricalca il cliché del bel tenebroso, a guardarlo bene ci si rende conto che non è facile sulle prime prendere una posizione d’amore o di odio nei suoi confronti. E’ uno sbruffone, disordinato, squattrinato, sempre in jeans e maglietta, donnaiolo, poco rispettoso e per niente attento ai sentimenti altrui. Egocentrico ed egoista pensa solo a se stesso e al suo tornaconto personale. 

Nello stesso tempo è un uomo tormentato che riesce a instillare tenerezza, dannatamente ironico e dissacrante, strappa spesso un sorriso o una sana risata. Nel secondo capitolo in particolare, di cui vi parlerò più avanti – a mio parere il migliore in assoluto dei tre – appare anche come un uomo fragile, imperfetto, e l’empatia che si riesce a provare nei suoi confronti è grande, esattamente come quando leggendo un buon libro si diventa inconsapevolmente amici del protagonista al punto da volergli bene e da provare uno strano senso di protezione nei suoi confronti. Quando il lato oscuro di Gabriel emerge, la leggera antipatia provata per quello sbruffone si dissolve magicamente e al suo posto compare un sentimento di affetto e comprensione. 

Lo stesso tipo di empatia la si finisce per provare verso Grace. Attratta quasi inconsapevolmente dal magnetismo di Gabriel, ma sufficientemente intelligente da capire che è un uomo difficile, con il quale sarebbe molto pericoloso instaurare una relazione poiché porterebbe quasi sicuramente a soffrire, si sforza di mantenere un certo distacco, di non cadere preda del suo fascino e delle sue simpatiche, ma comunque sensuali avance. Fra i due c’è un’attrazione molto simile a quella che esiste fra Mulder e Scully, e non è azzardato nemmeno suggerire il paragone fra i due lavori. Possiamo dire che tutta la saga di Gabriel Knight è una versione alla Lovecraft di X-Files. Non fatevi quindi ingannare da chi vuole spacciare GK per un poliziesco perché non lo è, così come non lo era X-Files, anche se i protagonisti della serie erano due agenti dell’FBI intenti a risolvere casi.


Gabriel e il detective Mosely sulla scena del crimine.
Quando Gabriel scopre la storia della sua famiglia e viene messo di fronte al suo destino come Schattenjäger, deve fare i conti con tutto questo finendo col maturare sotto gli occhi del giocatore e piano piano il suo carattere si mussa divenendo più umano e meno egoista, pur mantendosi fedele a certi aspetti quali l’ironia al vetriolo o l’attrazione eccessiva per il gentil sesso. Se all’inizio è facile provare una punta di antipatia per lui, con lo scorrere del tempo è impossibile non scoprirsi affezionati a quest’uomo in fin dei conti fragile e così confuso da un potere più grande di lui che, per altro, preferirebbe di gran lunga non avere. Combattere contro forze sovrannaturali non è certo quel che Gabriel vorrebbe fare nella vita; vita che invece passerebbe volentieri in compagnia di buon cibo, ottimo vino, belle donne e con la fama ottenuta dai suoi libri. In ogni modo Gabriel lotterà sempre con la determinazione e testardaggine tipica di chi è consapevole di non avere avuto scelta e si abituerà al nuovo e strano titolo di Schattenjäger, impresso nel suo stesso DNA. Imparerà ad affrontare le sue paure, proteggere chi ama e onorare la tradizione di una famiglia composta da Guerrieri della Luce, in perenne lotta contro le forze dell’oscurità.

Nei capitoli successivi anche Grace acquisterà uno spessore inaspettato e da secchiona e semplice spalla, imparerà a conoscere davvero Gabriel e a volergli bene per quello che è, supportandolo, proteggendolo, sgridandolo quando necessario, divenendo a tratti persino coprotagonista. L’amico e detective Mosely, in leggero sovrappeso e in possesso di un’intelligenza non molto brillante, rimarrà sempre presente, ma con un ruolo leggermente secondario. Nel corso della saga vedremo altri personaggi e in particolar modo nel secondo capitolo, la loro caratterizzazione sarà eccezionale sotto ogni aspetto. 


Il museo del Voodoo
Per quanto riguarda Sins of the Fathers, gli altri personaggi che incontreremo sono l’enigmatico Dr.John, proprietario di un museo dedicato alla religione Voodoo da lui considerata innocua ed estranea agli omicidi di New Orleans, la ricca e bellissima Malia Gadde, intrappolata suo malgrado in un ruolo di spicco della società e altri personaggi secondari ben caratterizzati utili allo svolgimento della narrazione. In questo capitolo faremo anche la conoscenza, insieme allo stesso Gabriel, di un suo stretto parente, l’ultimo Schattenjager della sua famiglia, Wolfgang Ritter.

Passando al gameplay posso dirvi che si tratta, come anticipato, di un’avventura punta e clicca costellata da dialoghi ed enigmi a volte un pochino ostici, ma sempre logici e ben congegnati, altre volte piuttosto intuitivi, necessari però ai fini della trama. Ci sono anche pochissime sezioni arcade, momenti in cui è facile lasciarci le penne e qualche enigma a tempo, tutto risolvibile non per forza con un determinato ordine. Già dall’inizio del gioco le location visitabili sono diverse, ma dopo un comprensibile e iniziale spaesamento, non è difficile comprendere come muoversi. Un altro aspetto gradevole è che il gioco non si svolge soltanto a New Orleans, ma anche in Europa, dove è possibile vedere un’anticipazione di quella che sarà una delle location del secondo capitolo della saga di Gabriel Knight. Ogni volta che il giocatore farà un passo utile ai fini della trama, come da tradizione, Sierra ci darà punti esperienza, utili alla fine, per capire se è stato tralasciato qualcosa, invogliandoci magari a rigiocarlo.

Graficamente, sia il primo gioco del 1993 che il nuovo remake del 2013, sono lavori eccellenti, sia in game che nei filmati d’intermezzo, per la maggior parte composti da immagini statiche a vignette che richiamano la graphic novel della Jensen (scaricabile gratuitamente dalla rete cliccando qua). A questo proposito devo obbligatoriamente citare anche l'adattamento romanzato della Jensen, ahimé solo in inglese, in vendita su Amazon.

Il doppiaggio in inglese, considerando il cast di cui vi ho già parlato, è eccelso, mentre quello in italiano è un pochino meno curato, soprattutto per la voce della narratrice fuori campo e la colonna sonora composta da Robert Holmes, marito di Jane Jensen, è invece davvero stupenda e curata. 


La mappa di New Orleans
L’interfaccia di gioco a icone è molto semplice e classica e non spicca particolarmente per originalità. Per il videogiocatore d’avventure navigato, insomma, è un normale cliché con la solita possibilità di manipolare gli oggetti in inventario, osservarli da vicino, averne una breve descrizione o accedere alla mappa. 
Come per ogni capitolo di GK, viene fornito uno strumento che automaticamente registra le conversazioni, utile per poterle riascoltare in qualunque momento. 

Concludendo la mia personalissima recensione, posso solo consigliarvi di giocare a tutti e tre i capitoli di questa meravigliosa saga, perché se amate le avventure grafiche, non potete per niente al mondo farvele scappare. Prossimamente vi parlerò anche dei successivi due seguiti, The Beast Within e Il mistero di Rennes-le-Château.

mercoledì 19 novembre 2014

Listography #23: Your favorite websites

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I miei siti preferiti.




Lista cortissima, oggi.

Tendo a fare zapping sulla rete, come facevo quando guardavo la TV. Fra parentesi, non la guardo più da almeno otto anni.

I siti dove vado spesso sono quelli relativi ai quotidiani, per tenermi informata (o disinformata a seconda della testata ^^) sugli avvenimenti del mondo. C'è da dire, appunto, che i giornalisti ormai sono dannatamente ridicoli e poco professionali, quindi leggo sempre, ma con riserva. Ogni due notizie decenti, cadono in un fake o nella solita bufala. E' roba da matti.

Un altro posto che frequento spessissimo è il blog di Paolo Attivissimo, il Disinformatico, una sicurezza contro la disinformazione che gira in rete, ve lo consiglio calorosamente, soprattutto se cascate spesso nelle succitate bufale.

Dovrebbero farci un salto anche i giornalisti di cui sopra. Eviterebbero le solite figuracce.

Ovviamente vado anche su Visit Helsinki, Visit Finland, sul sito dell'Helsinki Times, su TripAdvisor e su quello del National Geographic.


Frequento anche siti come Adventure's Planet, Spazio Games, Tom's Hardware e Hardware Upgrade. 

Non potrei vivere senza Wikipedia e Youtube.

Se per siti intendiamo anche i Social Network, allora includo Facebook, dove la mia presenza è quasi quotidiana, anche se si limita a una mezz'oretta al giorno solo la sera, giusto perché faccio qualche giochino azzeracervello o posto qualche foto. Facebook non è la vita vera, ma molti tendono a dimenticarlo.

Twitter non lo capisco e mai lo capirò e tutte le altre piattaforme non soddisfano i miei requisiti.

Per il resto, come ho detto, faccio zapping. Gironzolo spesso su siti di scienza o di viaggi. Ogni tanto frequento qualche blog, ma solo se sono come sopra, a tema scienza o viaggi. 

Per oggi concludo qua, ma tornerò presto con un nuovo post sulla Baviera e con la recensione tutta mia di un'avventura grafica a mio parere meravigliosa, quindi stay tuned

lunedì 17 novembre 2014

127.0.0.Monaco di Baviera -Schloss Linderhof- Giorno 8

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"Anch'io voglio sottrarmi all'infernale crepuscolo, che mi vuole sempre trascinare nella sua atmosfera caliginosa: voglio essere beato nel crepuscolo degli dei della sublime solitudine montana, lontano dal 'giorno', nemico odioso, lontano dall'infuocato aspetto del sole del giorno! Lontano dalla vita quotidiana e profana, dalla scellerata politica che vuole irretirmi con i suoi tentacoli e che tanto amerebbe soffocare completamente ogni poesia." 


Ludwig II Re di Baviera



Siete pronti per un post bello corposo, pieno di fascino, storia e dettagli romantico-misteriosi? 

Bene, perché oggi, continuando il Diario di Viaggio in quel della Baviera, vi porto per mano a visitare uno dei suoi famosi castelli, il più piccolo, nonché l’unico terminato e dove il Re Ludwig II, abitò per otto anni; un record se pensiamo che uno dei suoi soprannomi era il Re Folle, perché la sua inquietudine lo portava a stancarsi presto un po’ di tutto e a cambiare rapidamente idea su molte cose.
Il giovanissimo Re non aveva intenzione di trasformare il posto in una sontuosa residenza reale, al contrario, sognava di farne un’abitazione privata, un eremo di corte per se stesso, isolato, immerso in una splendida natura lussureggiante e distante dalla caotica Monaco. Ludwig era un sognatore e amante, fra le altre cose, dell’architettura francese, perciò il progetto iniziale doveva essere ispirato al Petit Trianon di Versailles.

Sto parlando di Schloss Linderhof, che, a seconda delle versioni raccontate, prende il suo nome da un imponente tiglio secolare (Linde, in tedesco) presente nel parco da sempre (la versione vera) o dai Linder, la famiglia inizialmente affidataria del terreno (la versione falsa). Ludwig, che aveva con gli alberi una relazione quasi sacra, fece costruire fra i suoi rami una sorta di casa, un rifugio raggiungibile con una scaletta e ordinò ai giardinieri di prendersi cura di quell'albero per sempre.  

Questo castello si trova nel sud della Baviera, vicino a Oberammergau e la sua storia risale al 1400, ma in quel periodo era solo un podere, proprietà della vicina abbazia benedettina di Ettal. Il Re Massimiliano II, padre di Ludwig, trasformò il podere in un padiglione reale di caccia (Königshäuschen) e nel 1869, il figlio ventunenne lo ereditò realizzando uno dei suoi tanto amati rifugi intimi e personali. Era una zona, quella della valle del Graswang, che Ludwig conosceva e amava fin da bambino. 

Nel 1879, quindi dieci anni dopo, Linderhof venne ultimato e l’anno successivo nacque in tutto il suo splendore il magnifico giardino che circonda la residenza e che si estende per la bellezza di 50 ettari percorsi da sette chilometri di sentieri.



All’interno della tenuta è possibile ammirare svariate meraviglie, come le perfette geometrie delle siepi e dei fiori, le fontane e le statue che adornano il giardino in un miscuglio perfettamente armonizzato di rococò francese, rinascimento italiano e persino in stile inglese. Il grande bacino d'acqua, di fronte al castello, con una fontana a tempo il cui getto raggiunge i 25 metri di altezza, così come i tre livelli dei giardini terrazzati, sono coronati dal Tempio di Venere, e dalla Fontana di Nettuno, con le sue cascate a 30 livelli, che donano al tutto un aspetto d'incomparabile bellezza.


Altre costruzioni del parco visitabili sono la Capanna di Hunding, che riproduce la semplice ma splendida scenografia della “Valchiria” di Richard Wagner, ovvero la seconda opera della tetralogia de “L’Anello del Nibelungo”, nella quale un maestoso albero affonda le sue radici nella terra mentre i suoi 

rami trapassano il tetto attraversando alcune fessure, il Padiglione da Musica, e i due splendidi padiglioni di stampo orientale: il Maurischer Kiosk, un chiosco moresco che ospita piante esotiche , il “trono dei pavoni persiani”, incensiere, tavolini da fumo e da caffè provenienti direttamente dalla Persia, e la Marokkanisches Haus, la casa marocchina, costruita interamente in Marocco, smontata e ricostruita in Baviera dove è stata abbellita ulteriormente, con le sue tre stanze chiamate il Salone, il Fumoir e la Sala da Pranzo.

Un posto che vi riempirà gli occhi di sfolgorante bellezza lasciandovi a bocca aperta e senza fiato per almeno cinque minuti di orologio (giuro) è la Venusgrotte, la Grotta di Venere. Una vera e propria grotta artificiale ispirata alla Grotta Azzurra di Capri, con tanto di stalattiti alte circa dieci metri, tempestate di schegge di vetro così da riflettere la luce, che rendono il tutto meravigliosamente fiabesco.


Di una magnificenza che ha dell’incredibile, con i suoi riflessi d’azzurro ondeggianti sul soffitto irregolare di pietra e la piccola, deliziosa imbarcazione a forma di conchiglia immersa nell’acqua turchese, vi emozionerà senz’ombra di dubbio.

Ludwig, e c’è da capirlo, amava passare ore e ore in questa grotta, facendosi cullare dal dondolio della banca, a immaginare gli eroi delle sue opere epiche preferite e a riflettere sul suo status di Re e sulla responsabilità nei confronti del popolo bavarese. La Grotta di Venere è un posto magico e surreale, ve lo assicuro, e lo spettacolo di luci rotanti e colorate fornito dalla prima centrale elettrica della Baviera (24 generatori provenienti da Norimberga e Parigi), lo rende unico e inimitabile. Il Re, volendo usufruire della Grotta anche in pieno inverno, fece installare persino delle stufe all'interno di alcune stalattiti. 

La scenografica grotta rievoca una scena del "Tannhäuser" (l’atto I), opera del compositore Richard Wagner, amico intimo del Re.

Fra le creazioni di Re Ludwig II vi è anche l'Eremo di Gurnemanz, tratta dall'allestimento dell'opera wagneriana "Parsifal", utilizzata come capanno di caccia sempre presso Linderhof. Anche se ormai l'arredamento interno è andato completamente perduto, è sempre possibile gustare la bellezza dell'edificio pittoresco, ristrutturato di recente. 

Entrando nella vera e propria residenza, la cui facciata si erge su un basamento in bugnato rustico, si comprende immediatamente che, nonostante Ludwig avesse sognato una piccola casa privata (per quanto senza dubbio lussuosa), ciò che alla fine venne eretto è comunque un palazzo fra i più sfarzosi del mondo, nel tipico stile rococò da lui amato, con soffitti e pareti interamente affrescate da scene mitologiche, decorazioni d’oro, stemmi reali, pietre preziose, lampadari in cristallo di Boemia da ben 108 candele e dal peso di 500 chili, specchiere grandi come vetrate che poste una davanti all’altra allungano le stanze all’infinito, marmi pregiati, statue che riproducono perfettamente grandi opere originali del Louvre, collezioni di porcellane raffinate, decine di quadri, orologi di 300 anni fa ancora perfettamente funzionanti, pavoni di porcellana Sèvres a grandezza naturale (uno dei quali veniva posto fuori dal castello quando il Re vi soggiornava) , rarissimi tavolini in malachite dono di una zarina russa, poltrone e divani Gobelin originali, drappeggi, broccati e arazzi, da lasciare senza fiato.
In uno spazio relativamente piccolo, la concentrazione d’arte e bellezza, lusso e sfarzo è assolutamente incredibile. E’ tutto studiato nel minimo dettaglio, le armonie dei colori degli affreschi con le stoffe, la posizione delle finestre rispetto al paesaggio circostante, la perfetta geometria del tutto. Come questa residenza non risulti kitsch e pacchiana, è un vero mistero.

La residenza comprende svariate stanze e fra quelle aperte al visitatore bisogna menzionarne necessariamente alcune:

Il vestibolo è la prima stanza in cui il visitatore mette piede. Alzando lo sguardo salta all’occhio uno stucco dorato magnifico che rappresenta il Sole con due putti laterali che sorreggono una scritta in latino: Nec Pluribus Impar (Non inferiore ai più). Il motto dei borboni. Sotto al sole, una statua nera di Luigi XIV di Francia a cavallo.

La sala delle udienze, mai utilizzata per questo scopo, ospita una maestosa scrivania insolitamente sovrastata da un baldacchino di stoffe pregiate e di stucchi d’oro che rappresentano emblemi della pace, della guerra, della pittura e della musica. Il grosso stemma bavarese foderato d’ermellino, pare proveniente dal mantello reale di Re Ottone di Grecia, zio di Ludwig, sottolinea l’importanza di questa stanza.

La sala degli specchi, progettata non solo da un architetto, ma persino da uno scenografo, espone quadri che ritraggono la vita di corte francese del 1600, due caminetti tempestati di lapislazzuli e un tappeto realizzato con piume di struzzo. In questa sala il Re era solito mettersi a leggere in piena notte, alla danzante luce delle candele che si riflettevano a centinaia sugli specchi creando un effetto spettacolare. A stupire è anche il maestoso gioco di specchi che rende la stanza una sorta di galleria luminosa riflettendo gli ori e gli affreschi della stanza e un lampadario fatto a bracci con cascate di tralci, fiori, angeli e corone. Il tutto scolpito direttamente e magnificamente nell’avorio.

La stanza da letto, di circa cento metri quadri, è immersa anch’essa nell’atmosfera francese e bavarese, con uno splendido letto a baldacchino rivestito di velluto blu finemente decorato con lo stemma reale bavarese sorretto da angeli, sotto il soffitto affrescato e dedicato al Re Sole, Luigi XIV di Francia. A destra, fra i ricami, è inserita un'acquasantiera e l'inginocchiatoio personale del Re, decorato con l'immagine di San Giorgio. 

Nella sala del trono è possibile ammirare l’elegante seduta decorata con piume di struzzo.

I salottini (gabinetti) rosa, argento e lilla sono semplicemente deliziosi e ospitano ritratti di personaggi francesi della corte di Versailles.



Nella  Stanza della Musica (o camera degli arazzi Est e Ovest) c’è un bellissimo pianoforte/armonium verticale chiamato Aeolodion, decorato da centinaia di stucchi dorati. Alcune voci affermato che sia stato fatto costruire dal Re per l’amico Richard Wagner, il quale però non poté suonarlo mai.

E ora, visto che una promessa è una promessa, passiamo ai dettagli romantico-misteriosi.

La sala da pranzo.

Riccamente decorata da intagli in bianco e oro che richiamano le attività produttive atte a rifornire la cucina reale, come la pesca, la caccia, l’agricoltura e il giardinaggio e da un lampadario meraviglioso, la stanza ospita un tavolo assolutamente particolare e unico nel suo genere.
Un tavolo che possiede persino un nome:  Tischlein-deck-dich, ovvero “il tavolo magico che si apparecchia da solo”. Tavolo che è possibile trovare anche in un altro castello di Ludwig II, di cui parlerò in un post a parte.

Come funziona è presto spiegato: La pavimentazione sotto i piedi dell’elegante tavolino nasconde in realtà una botola segreta. Un sistema sofisticato di carrucole, simile a un moderno passa vivande, portava il tavolo al piano sottostante, dove vi erano le cucine e dove veniva quindi apparecchiato e imbandito per poi riportarlo di sopra, davanti al Re pronto a mangiare. In questo modo il sovrano non veniva disturbato durante il pasto dal via vai dei camerieri e dei valletti.

Questa la spiegazione più famosa, ma le cose non stanno esattamente così. Ludwig era una persona molto particolare (motivo per cui vi racconterò la sua affascinante storia in uno o più post a parte) e non amava essere guardato direttamente negli occhi. Inoltre il Re faceva apparecchiare la tavola per due o tre persone, malgrado mangiasse sempre da solo, poiché immaginava di essere a tavola con Luigi XIV e Luigi XV, conversando con loro come fossero reali. 

Solitario, romantico, schivo e allergico verso i doveri politici di un Re, amava dormire di giorno e vivere di notte, uscendo da solo a cavallo o con una delle sue slitte dorate, sapientemente intagliate dagli artigiani di corte e dotate di illuminazione elettrica, da Linderhof, che lui chiamava Meicost Ettal, anagramma da lui inventato di una frase attribuita al Re Sole:  "l'État c'est moi" (Lo Stato sono io), fino al lago di Plansee in Tirolo. Quelle slitte che lo hanno accompagnato in decine e decide di passeggiate notturne avvolto dalla natura mozzafiato delle Alpi bavaresi, ora sono custodite nel museo delle carrozze di  Schloss Nymphenburg.

Schloss Linderhof
Linderhof 12, 82488 Ettal

Per arrivare a Linderhof potete prendere il treno da Monaco fino a Oberammergau e poi il bus 9622 fino al castello, oppure, con il bus turistico che parte ogni giorno da Monaco e porta in diversi castelli nell’arco di tutta la giornata. Potrete acquistare il biglietto unico (per visitare varie location fuori Monaco) al Tourist Information in Marienplatz.


E ora gustatevi questo video :)


Come sempre ringrazio Wikipedia per le foto. 
Soltanto una è stata scattata da me ed è la fontana.

"Solo l'amore delle anime è consentito, 
quello dei corpi invece è maledetto".

sabato 15 novembre 2014

Listography #22: The most memorable friends from your past

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Gli amici più memorabili del mio passato.

Non citerò quindi gli amici che frequento tutt'oggi.

In ordine del tutto casuale cito:

Marzia. Compagna delle elementari, grande amica. Ciao Marzia, boccoli d'oro e occhi azzurri come il cielo, so che mi leggi anche da lassù insieme a Deborah e a quasi tutta la sua classe.

Cristina. Compagna delle elementari, medie e superiori con la quale sono ancora in sporadico contatto dopo la bellezza di 30 e passa anni. E' la famosa amica "culo a mandolino" di cui ho parlato in qualche Listography fa :)

Carlo. Ormai vive a Milano da anni e non ci vediamo quasi più. Siamo ancora in contatto grazie a Facebook, ma dal mio cuore non andrà mai via.

Roberto. Ex collega. Ho passato con lui circa tre anni della mia vita, ridendo come mai prima. Di una simpatia e allegria fuori misura. Probabilmente è la persona più simpatica che conosca. Raramente ci sentiamo ancora via sms e vorrei poterlo vedere spesso. Lo adoro! Il suo consiglio per qualunque problema è "Scoreggia che ti passa!" Come non si può amare un amico così? :)

Luca. Ho passato con lui un bellissimo, anche se dannatamente travagliato, periodo della mia vita. Gli ho voluto molto bene e oggi, quando mi capita di pensare a lui, lo faccio con molto affetto.

Eugenia. E' stata come una sorella maggiore d'Anima per qualche tempo. Non ci vediamo da una vita, ma ogni tanto la penso con tantissimo piacere. Ricordo il giorno in cui ci siamo conosciute ed è stato sicuramente un incontro karmico, molto para e poco normale. Il suo bel bimbo pieno di boccoli ormai sarà un ometto. 

Barbara. Compagna fin dalle elementari, anche se non di classe, siamo tornate in contatto sporadico via Facebook da un annetto circa. Per colpa di uno screzio adolescenziale che ricordo molto bene, ci siamo separate tantissimi anni fa, ma con lei ho passato anni e anni a ridere come una matta. Praticamente vivevo a casa sua e queste cose non si dimenticano. 

Ne citerei altri, ma questi sono stati i più importanti e voglio ancora molto bene a tutti loro, anche se la vita, pur non volendo, ci ha allontanato.



mercoledì 12 novembre 2014

127.0.0.Monaco di Baviera -Hellabrunn- Giorno 7

12 novembre 2 Comments
Münchner Tierpark Hellabrunn

Carissimi, eccomi qui anche oggi, pronta a sfrantecarvi gli zebedei con i miei post.  Proseguiamo il Diario di Viaggio in quel della Germania e spostiamoci al Tierpark Hellabrunn Zoo.

Una premessa importante:

Tendenzialmente detesto gli zoo, così come detesto il circo e qualunque altra attrazione dove a farne le spese sono gli animali, ma in questo caso la faccenda è diversa. Possiamo dire che si tratta di una lodevole eccezione. 


Hellabrunn non è soltanto uno zoo, ma un geo-zoo, giardino zoologico e parco faunistico.

Copre un’area di circa 36 ettari ed è stato fondato nel 1911. Si tratta del più antico geo-zoo del mondo, dove gli animali, a differenza di uno zoo comune, vivono disposti secondo il luogo di provenienza, spostandosi in branchi, greggi o mandrie, in un enorme spazio all’aperto il  più simile possibile al loro ambiente naturale.

Hellabrunn ospita qualcosa come 4 mila esemplari e molti di loro sono in via di estinzione. Questo giardino zoologico dedica moltissime delle sue attività alla preservazione delle specie in pericolo, motivo per cui, come ho detto prima, lo trovo lodevole. Alcuni degli animali in via di estinzione sono il tapiro malese, il gibbone, il bisonte canadese o il lemuride.


Durante la visita consiglio di non dimenticare il polario; la voliera più grande d’Europa (farete fatica, guardando all’insù, a capire dove termina) che ospita fra le altre specie, anche ibis, aironi e cicogne; il terrario e l’Acquarium, dove meravigliosi pesci tropicali nuotano liberi in un grande giardino acquatico.

Un’altra cosa che apprezzo di questo parco faunistico è la grande libertà di movimento che viene lasciata agli animali, leoni compresi, divisi dal pubblico praticamente solo da un largo e profondo fossato. In questo geo-zoo le gabbie sono quasi un miraggio.

Un’attrazione divertente ed educativa per i bambini è il Kindertierpark, un settore dedicato a tutti i tipi di animali domestici che possono venir visti da vicino e persino accarezzati.

Agli adulti meno paurosi invece consiglio di visitare Villa Dracula, una grotta dove potrete passeggiare a stretto contatto con decine di pipistrelli tropicali liberi di volarvi sulla testa.

Come in ogni altra zona di Monaco, troverete alcuni Biergarten sparsi per il parco, dove potrete sorseggiare una birra e riposare i piedi affaticati. Mi raccomando, come sempre, di munirvi di scarpe comode e di prendere una mappa del giardino all’ingresso. 36 ettari sono tanti e perdersi in questo stupendo parco è facilissimo.


Potrete raggiungere il Giardino Zoologico, che si trova sulle sponde dell’Isar, col bus 52 o con la metro U3 scendendo alla fermata  Thalkirchen

La visita al parco vi ruberà un’intera giornata. Per ulteriori informazioni fate un clic qua! 

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