giovedì 14 gennaio 2016

# Diario di viaggio # Messico

127.0.0.Cancún, Quintana Roo - Messico


Cancún, Quintana Roo, Stati Uniti Messicani
22 Aprile 2007

Il nostro viaggio volge ormai al termine; domani abbiamo il primo volo di ritorno che ci riporterà a Città del Messico, prima tappa del nostro meraviglioso tour. Da lì prenderemo il secondo aereo per Madrid e poi il terzo per l’Italia.

Risaliti sul pullman, abbiamo lasciato alle nostre spalle Chichén Itzá e dopo altri 300 chilometri siamo entrati nello stato di Quintana Roo, precisamente nell’appariscente e carissima Cancún, a sole due ore e mezza di volo da Los Angeles.


Famosissima nell’immaginario collettivo come meta turistica dalle spiagge bianchissime, acqua cristallina, grattacieli alla Miami e movida h24, Cancún riserva anche delle sorprese. E’ vero, posso confermare la sua incredibile somiglianza con Miami, in Florida e questo, per me, è il suo aspetto negativo. Grattacieloni, centinaia di locali acchiappa turisti in stile Las Vegas, movida forse eccessiva e anche po’ kitsch, rovinano quella sua atmosfera paradisiaca da palme gigantesche, cocktail con tanto di ombrellino, magari servito in una noce di cocco, amache che dondolano su sabbia bianca, sole e acqua caraibica. 

Cancún sorge sulla penisola dello Yucatán, nel Messico meridionale, e si affaccia direttamente sul suo splendido Golfo. Conta circa 360 mila abitanti residenti, ma d’estate la popolazione aumenta vertiginosamente e affolla spiagge e locali. Cancún si può dividere in due macro aree: una nella parte continentale, dove c’è la vera e propria città, mentre l’altra è un’isola a forma di sette, unita alla terra ferma tramite due ponti, lunga ben 22 chilometri, su cui si estende la zona alberghiera.

Il suo nome significa “Nido di Serpenti” e riflette, senza volerlo, anche la sua moderna 
atmosfera fatta di sfarzi e lusso che solo in pochi possono permettersi. 


Pensate che fino al 1970 era un’isola quasi completamente deserta, conosciuta da pochissime anime (giusto un manipolo di pescatori). La sua posizione geografica, relegata nella regione più dimenticata dei Caraibi, aveva reso quella lingua di terra quasi un miraggio nel deserto. Non era altro che una duna a forma di sette, con alcuni tratti larghi solo venti metri, separata dalla terra ferma da due stretti canali che collegavano il mare in una serie di lagune. Immaginatevi le sue rive completamente ricoperte da una fittissima vegetazione di mangrovie che nascondevano spiagge inesplorate e laghi dall’acqua bassissima più simili a larghe pozze infestate da serpenti, iguane, uccelli e pesci colorati. 

Cancún nasce quindi come isola paradisiaca, vergine e selvaggia per divenire un progetto turistico colossale. Dal 1970 a oggi, questa meraviglia della Natura è diventata una vera e propria città tentacolare. Fortunatamente al suo interno conserva ancora le testimonianze del passaggio Maya, sia nella zona alberghiera, dove si possono ammirare le Rovine di El Rey, sia sulla terraferma dove ci sono quelle di El Meco.  


Cancún ha un aspetto particolarissimo e riflette completamente il suo lato consumistico, i suoi natali e la traduzione del suo nome. Sulla stretta e lunghissima isola sabbiosa che un tempo ospitava la foresta di mangrovie, enormi hotel extra lusso lambiscono le acque cristalline che sfoggiano una quantità impressionante di piscine, bar, ristoranti, SPA, palestre, discoteche, terrazze e gazebi altamente chic per la clientela d’elite. 

Poi ci si sposta verso il centro città, dove i quartieri residenziali ospitano la media borghesia e dove probabilmente vivono proprietari alberghieri o dirigenti d’azienda. 

Spostandosi ancora verso l’entroterra, s’incontra invece una gigantesca periferia particolarmente degradata, con tanto di capanne a prendere il posto delle case in mattoni ed è qui che in maggioranza vivono i camerieri dei ristoranti e il personale degli alberghi. 

In ogni modo, che la si ami o la si odi, Cancún è una città con un’identità definita, quattro università, tesori culturali inestimabili e bellezze naturali sia dal punto di vista della flora che della fauna. Impossibile rimanere delusi se si è amanti della natura, dello sport, delle immersioni, della movida, della gastronomia, del relax e del mare.

Personalmente ho amato l’aspetto “hi tech”, quanto meno della zona alberghiera e in parte del centro città, ovviamente quello naturalistico (il mare è la fine del mondo!) e quello gastronomico (si mangia benissimo); in compenso non ho affatto amato il sapore posticcio che solo un luogo creato ad hoc per turisti con i soldi, può avere. La mia sensazione è stata quella di entrare in un gigantesco parco giochi e non in una vera e propria località messicana. 


Oserei quasi dire che Cancún non è il Messico e non lo rappresenta minimamente. Anzi, se c’è qualcosa che Cancún rappresenta veramente è l’America. Lo stile di vita, lo spirito, il design architettonico, le star che spesso si vedono rappresentate nelle strade o fuori dai locali, sono tutta una gigantesca “americanata”. Pensate solo che alcune zone del centro si chiamano Portofino, Palermo, Saint Tropez, Nizza, California… oppure che fra i vari alberghi dai nomi molto “Zio Sam”, c’è persino l’Hard Rock Hotel.



Resta comunque innegabile il suo fascino libertino, dove è facile pensare di poter fare tutto quel che si vuole (tipico dell’America infatti, e non certo del Messico), e i suoi meravigliosi colori naturali: il Mar dei Caraibi che sfuma dal vetro al blu scuro passando per tutta una serie di azzurre tonalità, il cielo che diventa rosa durante l’alba e rosso fuoco al tramonto, il bianco accecante della sabbia, il verde della vegetazione, i colori dei fiori e delle luci della città. Insomma, odiarla completamente è impossibile, ma amarla almeno un po’, beh, è facilissimo.


Il nostro hotel è il Krystal Grand Punta Cancun, albergo 4 stelle di una bellezza straordinaria, facente parte, ma guarda un po’ che combinazione, del gruppo Vacation Store Miami.
Splendido, pulitissimo, perfetto. La hall mi piace in particolar modo, circolare, con questo soffitto altissimo ad attirare in su i nasi degli ospiti. Per non parlare delle immense vetrate del lounge bar che si affacciano sull’azzurro che non ha orizzonte, dove prima di cena abbiamo fatto un romanticissimo aperitivo guardando il tramonto sul mare… un momento indimenticabile. Se volete vedere qualche foto dell'hotel, fate un clic qua.


A cena -l’ultima, ahimé, perché domani come ho detto ripartiamo- siamo andati in un ristorante strepitoso sulla spiaggia, il Mocambo, dove oltre ad aver mangiato divinamente, sotto un tetto di legno e paglia, cullati dal suono delle onde a pochi metri da noi, un bravissimo sassofonista ci ha deliziato con del jazz, regalandomi anche una magistrale Take Five (il mio pezzo preferito).

Maledizione di Montezuma a parte, questo Tour non poteva finire in modo migliore.   

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