domenica 12 luglio 2015

127.0.0.San Cristóbal de Las Casas, Chiapas - Messico - Giorno 8

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San Cristóbal De Las Casas, Chiapas, Stati Uniti Messicani
17 Aprile 2007

Eccoci a parlare nuovamente del nostro viaggio in Messico e in Guatemala. 
Ci siamo lasciati sulle sponde del magnifico lago di Atitlán, nella turistica località che prende il nome di Panajachel. Il nostro ultimo giorno in Guatemala è trascorso all’insegna degli acquisti, visto che dovevamo finire i Quetzal che ci erano avanzati nel portafogli. Un lavoro duro, ma qualcuno doveva pur farlo! 
In mattinata abbiamo ripreso il nostro piccolo pullman e ci siamo diretti al confine. 


Carretera Interamericana 
La Mesilla è un villaggio nel comune di La Libertad, nel Dipartimento di Huehuetenango, ancora in Guatemala. 


Donne del posto che vendono viveri agli automobilisti di passaggio fermi, come noi, a posti di blocco.

A La Mesilla, siamo arrivati dopo ore di lunghe, desolate e assolate strade e una volta sbrigate le formalità doganali per rientrare in Messico abbiamo cambiato mezzo e ritrovato Silvia, la nostra guida messicana. Il pullman col quale girovaghiamo adesso, è bello grande, pulito e comodo. Molto meglio del vecchio e scarcassato trabiccolo guatemalteco. Dopo questa breve sosta utile e ristoratrice, ci siamo diretti verso la nostra prossima meta, lo Stato del Chiapas, nello specifico a San Cristóbal De Las Casas, dove ci siamo uniti a un altro gruppo di turisti di varie nazionalità.


Un tipico autobus messicano, da e per La Mesilla.
















Ora siamo 42 (che come si sa è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, sull'universo e tutto quanto) e in mezzo a queste 42 persone c’è un numero spropositato di rompicoglioni, giusto per usare un francesismo. Stavamo tanto bene in una decina… ma io dico, perché unire due gruppi a metà viaggio?! Va beh, dovremo tollerare questa fastidiosissima marmaglia di soggetti con la puzza sotto al naso e l’ombrellino bordato di pizzo per ripararsi dal sole, manco fossimo sul Nilo in un film con Poirot… 




Bene, dicevamo: San Cristóbal De Las Casas. In poche parole: una bellezza in pieno stile coloniale magnificamente conservata. Epperò non bastano poche parole, per un posto come San Cristóbal e anzi, di cose da raccontare ce ne sarebbero veramente tantissime. 


La Vallata. Fonte: Wikipedia
Cominciamo col dire che siamo in una fertile valle circondata dalle montagne della Sierra Madre; questa cittadina fondata nel 1528 da Diego de Mazariegos durante l'espansione spagnola verso il sud del Messico, oggi conta più di 120 mila abitanti divisi in varie etnie discendenti dai Maya, riconoscibili dai diversi colori del loro sgargiante abbigliamento. 
San Cristóbal è il fulcro economico e politico della regione di Los Altos de Chiapas. Il tratto di Cordillera che collega il Messico al Guatemala. Fu capitale del Chiapas prima dell’attale Tuxla Gutiérrez, ma attualmente si può comunque considerare la capitale culturale. 



Dagli anni settanta è diventata una meta turistica molto ambita e fa parte del gruppo delle Città Magiche o Pueblos Magicos, un’iniziativa votata al turismo, che raccoglie le città più belle sotto il profilo storico, culturale e ambientale. La splendida chiesa di Santo Domingo, risalente al 1547, esempio grandioso del barocco messicano, vanta un numero notevole di visitatori l’anno e non è da meno nemmeno il museo Na Bolom, situato nel Barrio (quartiere) el Cerillo, dove è possibile vedere una discreta collezione di reperti Maya.





San Cristóbal deve il suo nome al frate domenicano Bartolomé De Las Casas, che denunciò le vessazioni inflitte dai Conquistadores alle popolazioni locali; è suddivisa in piccoli quartieri, ognuno rinomato per un’attività particolare che vi si svolge, come ad esempio la lavorazione del ferro battuto, e la sua pianta "a griglia", sviluppata attorno al Parque Central, permette di visitarla a piedi molto facilmente. Le piazze sono dominate da chiese barocche, molte antiche dimore, sono state trasformate in Posadas con splendidi chiostri ornati da giardini e due templi, uno dedicato a San Cristóbal e uno alla Virgen de Guadalupe, sembrano vedette che osservano il centro da opposte colline. Le casette coloniali che bordano il parco sono basse e coloratissime, le strade sono in ciottolato e ad ogni angolo c’è un tipico mercato o anche solo alcune isolate bancarelle molto pittoresche. 



La cattedrale. Fonte: Wikipedia

Diverse strade sono chiuse al traffico e convergono verso la piazza centrale che porta vari nomi come Zocalo, el Parque Central, Plaza de 31 de Marzo o ancora Parque Vicente Espinoza, dove si trovano il Palacio Municipal, costruito nel 1885, un impressionante edificio storico che presenta una serie di archi sostenuti da colonne in stile classico, la cattedrale e la Chiesa di Santo Domingo, color senape; un incontro di influenze barocche, moresche e indigene di grande fascino. Prima che faccia buio è possibile ammirare la sua splendida facciata illuminata dal sole che tramonta. 



Il chiosco al centro dello Zocalo. Fonte: Wikipedia.

Questa zona della città è il centro nevralgico del turismo e degli stessi cittadini che soprattutto di sera amano ritrovarsi, magari ascoltando la musica dal vivo che viene suonata nel chiosco al centro della piazza da ottimi musicisti, per poi sparpagliarsi nei locali di cui la cittadina è piena. Gli ampi viali attorno allo Zocalo sono disseminati di comode panchine in ferro battuto e seduti lì si può godere di tutta la bellezza che questo luogo regala al visitatore.


San Cristóbal, vi assicuro, è magnifica.

Mansión del Valle
Ovunque si possono trovare agenzie di viaggio, scuole di lingua, piccoli cinema, musei, mercatini, botteghe, caffè e ristoranti. Insomma, la bohémien San Cristóbal De Las Casas è una cittadina molto famosa, attiva e piena di turismo; dalle comitive al singolo viaggiatore ‘zaino in spalla’. Vi sono anche moltissime soluzione per alloggiare in questa deliziosa città e per quanto ci riguarda, dormiremo presso lo splendido Mansión del Valle, in Diego de Mazariegos 39, Barrio de la Merced.

I coloratissimi fagioli del mercato. Fonte: Annalisa.
Domani ci aspetta una lunga escursione presso le comunità indigene che abitano queste montagne, perciò la giornata di oggi l’abbiamo passata a zonzo fra gli splendidi vicoli di questa piccola perla del Chiapas. Il Mercato Municipal, frequentato dagli Indios, è enorme e fra le sue bancarelle è possibile trovare soprattutto frutta e pescato. Il centro storico è abitato soprattutto da ladinos, mentre il popolo Maya lo si trova nei mercati, intento a vendere stoffe, coperte, abiti e artigianato in argento, legno e cuoio sulle bancarelle attorno alla chiesa di Santo Domingo o al mercato municipal, dove si può trovare di tutto, come peperoncino, frutta, erbe medicinali, verdure di ogni tipo, tantissime varietà di fagioli secchi meravigliosamente colorati e pannocchie arrostite con carne soffritta in sughi piccanti. 

Chiesa di Santo Domingo. Fonte: Wikipedia.
La cucina qui in Chiapas, ma in particolar modo a San Cristóbal, è unica rispetto a qualsiasi altra parte del Messico. Si possono assaggiare un numero spropositato di piatti a base di pollo, maiale e manzo preparati con erbe aromatiche molto particolari e condimenti locali che non troverete altrove. 
Questo video a dir poco meraviglioso, vi mostrerà San Cristóbal De Las Casas in tutto il suo splendore, cosa che io non sono riuscita a fare con le mie parole. Guardatelo e riempitevi gli occhi di bellezza. 



sabato 4 luglio 2015

127.0.0.Atitlán, Guatemala - Giorno 7

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Lago di Atitlán, Guatemala
16 Aprile 2007

Reduci dall'intensa giornata passata fra le piante di caffè e il pittoresco artigianato locale di Chichicastenango, ci siamo spostati sulle rive del meraviglioso lago di Atitlán; questo famoso lago è situato sugli altopiani del Guatemala ed è il più profondo dell’America centrale, arrivando a toccare i 340 metri. Lo specchio d’acqua è alla base di profondi calanchi e scarpate e, esattamente come Antigua, è circondato da tre vulcani spettacolari, le cui cime superano i 3000 metri: il San Pedro, il Tolimán e l’omonimo Atitlán

Fonte: Wikipedia

Sulle pendici e sulle rive sono sorti nei secoli piccoli villaggi e agglomerati urbani dove la cultura Maya è ancora prevalente e dove gli abitanti indossano tutt’oggi i costumi tradizionali, nonostante le diverse etnie. Il più grande di questi è Santiago Atitlán. Il lago si trova a circa 50 km da Chichicastenango (stessi km anche da Antigua) e per arrivarci serve un’oretta. Il suo nome significa “in acqua” ed è noto come uno dei laghi più belli del pianeta. Cosa che posso confermare senza alcun dubbio. 

Tutto attorno al lago vi sono immense distese di colture agricole come mais, cipolle, fagioli, zucche, pomodori, cetrioli, aglio, pepe verde, fragole, piantagioni di caffè e frutteti di avocado. Si tratta di un lago ricco non solo di flora, ma  anche di fauna e fornisce alle popolazioni che vi abitano, molto pescato. La zona tutto attorno è diventata un parco nazionale nel 1955 e vanta una particolarità; la presenza di un vento “strano”, che spira nella tarda mattinata e nel pomeriggio, chiamato Xocomil, 'il vento che porta il peccato'. Si dice che sia l'incontro di venti caldi provenienti dal Pacifico con quelli freddi provenienti da nord. Lo stesso vento, se ricordate il mio precedente post, che rende l'aroma del caffè guatemalteco unico nel mondo.


Ci siamo fermati sulle rive di questo magnifico lago, in una località turistica che prende il nome di Panajachel (siamo a circa 1500 metri sul livello del mare), un comune facente parte del Dipartimento di Sololá. Pare sia un’ottima base per la visita alle località limitrofe. Soggiorniamo presso l’Hotel Porta del Lago, la sistemazione forse più modesta dove abbiamo alloggiato fino ad ora, ma probabilmente quella con la vista migliore. La portafinestra della nostra camera da letto dà direttamente sull’acqua (piscina e lago) e sui vulcani alle sue spalle, regalandoci un’alba e un tramonto a dir poco mozzafiato. 

La vista dalla nostra stanza

Considerando che non esiste una strada che circondi per intero questo enorme bacino e che colleghi tutti i paesi fra loro, abbiamo dovuto raggiungere Santiago Atitlán in barca, mentre Santa Catarina Palopó e San Antonio Palopó siamo riusciti a visitarle via strada perché collegate direttamente a Panajachel. Nell’ottobre del 2005, quindi due anni fa, proprio qui, l’uragano Stan ha distrutto circa un centinaio di case a causa di un’enorme colata di fango che si è portata via tutto. In Guatemala le vittime sono state più di 1900, una vera catastrofe. 

Panajachel, comunque sempre festosa e multiculturale è una cittadina con piccole casette basse, mercati colorati lungo le strade, soprattutto nella principale Calle Santander, dove è possibile trovare moltissime belle cose a prezzi stracciati, tantissime Apecar rosse molto buffe che fungono da taxi per i turisti e hotel con splendidi giardini, come l’Hotel Atitlan Gardens, dal cui molo abbiamo preso una piccola barchetta a motore che ci ha portato a Santiago. 

L'Infinity Pool dell'hotel Gardens

Purtroppo, avendo poco tempo a disposizione e mille cose da vedere, non abbiamo potuto visitare il Santuario delle Farfalle, di cui ci hanno solo parlato; si tratta di un luogo dove vola libero un numero spropositato di farfalle appartenenti a specie diverse. Sarebbe stato molto bello. 

Come dicevo, dal molo dell’Hotel Garden, abbiamo preso una piccola barchetta a motore e siamo andati a visitare Santiago Atitlán, un pittoresco paesino pieno di gente, montagne di avocado, sole, cappelli di paglia, fontanelle, bambini e sorrisi. L’unica pecca è stata sentire la voce di Eros Ramazzotti sollevarsi da una bancarella, ma del resto, in Guatemala il popolo italico sembra ben visto e artisti come Ramazzotti o la Pausini, sono dei veri e propri idoli. La cittadina si trova nella baia fra due dei tre vulcani che circondano il lago; il San Pedro e il Tolimán, che per chi non lo sapesse è l’altro affascinante nome della costellazione Alpha Centauri. 


Qui la maggior parte dei residenti discende dal popolo Maya. Nel cuore del paese c’è una grande chiesa dedicata a San Giacomo Apostolo, che domina il lato opposto del Parc Central. Risale al 1572 ed è stata restaurata più volte a causa di svariati terremoti. Dietro l’altare vi sono pannelli che rappresentano i tre vulcani sovrastanti il lago e lungo le pareti della navata centrale grandi sculture di legno che rappresentano alcuni santi. Ogni statua è vestita con tuniche di vero tessuto, fatte a mano dalle donne del posto e cambiate ciclicamente ogni anno. 



I pannelli in legno dell'altare, divisi in alto nella simbologia cristiana e in basso nella rappresentazione della cultura preispanica, sostenuti simbolicamente dai "portatori del mondo" (una sorta di putti) raccontano la storia del paese, dalla sua nascita alla conquista spagnola, ma parlano anche della storia più recente e di quando la chiesa stessa offriva un riparo ai rifugiati e agli innocenti, fornendo un tetto, cibo e protezione. 


Rafael ci ha spiegato come è nata l'arte della tessitura, un'arte antichissima radicata lungo tutto il lago e di come i colori delle vesti distinguano le varie etnie guatemalteche. Nella piazza antistante la scalinata che porta all’ingresso della chiesa, abbiamo visto scolaresche fare l’ora di ginnastica, ridendo e giocando a palla. Grandi risate hanno riempito l’aria, miste al dolce profumo delle montagne (letteralmente!) di deliziosi avocado, ammucchiati un po' dappertutto nelle piazzatte del paese, fra una bancarella e l'altra di artigianato locale. 


Santiago mi è piaciuta particolarmente perché abbiamo avuto la fortuna di visitarla in un momento di evidente serenità e non dimenticherò mai quel faccino furbetto che ha accettato di posare per un mio scatto. E’ sfocatissima, lo so, avevo paura che il birbante mi scappasse di corsa, quindi ho scattato in tutta fretta, ma per me è un regalo prezioso e vale di più mille foto tecnicamente perfette. 

La stessa cosa posso affermarla per Santa Caterina e San Antonio Palopò. Gente sorridente, venditori che non pressano più di tanto i turisti, tempi rallentati, paesini ancora incontaminati, pochissima gente di fuori. A Santa Caterina ho avuto l'impressione che gli unici turisti fossimo noi. Le donne lavano ancora i vestiti nel lago, le case sono di fango e paglia e Dio solo sa come facciano a stare in piedi, l'artigianato, in particolar modo i tessuti, sono straordinari. Grandi telai in legno spuntano da molte case, e le lattine vuote di Cola o altre bibite gassate, vengono usate dalle donne per arrotolare in buffi gomitoli i fili di cotone colorati. 


La candida chiesetta arroccata in cima al paese, alla quale si arriva tramite una salita non troppo faticosa, è modesta, spoglia, un po' raffazzonata, ma meravigliosa nella sua posizione e nell'energia che emana. Dalle sue panche, guardando all'esterno, si vede solo la distesa d'acqua del lago e dal suo piccolissimo piazzale adornato da una grande croce si gode di una vista mozzafiato sui vulcani. Stare seduti lì, su quella panche, con la schiena rivolta all'altare, è una cosa che tocca, che ti entra dentro. Abituati alle auto, allo smog, alle corse, al cemento, al caos, alla folla, ai turisti, alle comodità e alla tecnologia, ritrovarsi in un posto come Santa Caterina Palopò, ferma il concetto del Tempo e lo congela in un istante meraviglioso, immobile, con le sue lancette ferme nel 1500. Non penso, con le mie parole, di riuscire a descrivere le sensazioni che ho provato e la bellezza che ha riempito i miei occhi. 


Rafael ci ha accompagnato a casa di una famiglia indigena che, molto probabilmente, tollera branchi di turisti curiosi in cambio di un piccolo compenso pattuito con l'agenzia di viaggio. Chiamarla casa è oggettivamente un eufemismo, però. E' una costruzione di sabbia e paglia, piena di polvere e terra. Il pavimento una strada sterrata, i muri scrostati, le ragnatele negli angoli, niente vetri alle finestre, una sorta di forno in mattoni e legna come cucina e preferisco non immaginare l'aspetto del bagno. 

Una donna molto, molto anziana, inginocchiata nel cortile della capanna, tesseva una bellissima stoffa colorata. Un'altra donna più giovane, forse la figlia, tesseva in casa, utilizzando un telaio molto più grande, a pedali. Un'altra donna ancora, chissà, forse sempre figlia dell'anzianissima signora, ci ha mostrato la particolare acconciatura che viene fatta alle donne esclusivamente a Santa Caterina, mentre una bambina, bellissima come tutte le bambine guatemalteche, probabilmente figlia sua, ci osservava senza capire una parola, con un'espressione divisa fra il divertito e il curioso. Come fossimo strani e affascinanti animali. 

Mi sono fatta acconciare con il loro particolarissimo nastro colorato lungo un paio di metri, pagando qualche Quetzal alla simpatica signora e dopo, in separata sede, col cuore strizzato nel petto, ho fatto una domanda a Rafael.

"Queste persone così povere... beh... non soffrono alla vista di tutti questi turisti con scarpe firmate e costose macchine fotografiche al collo? Io, sinceramente, mi sento in colpa a stare qua, in casa loro, a fotografarli come fossero solo attrazioni."

La risposta di Rafael, così piena d'orgoglio per la sua terra e per il suo popolo fiero, mi ha stupito e commosso profondamente. Non dimenticherò mai le sue parole.

"Questa gente non è povera. Certo, non ha macchine fotografiche costose o scarpe firmate, ma in Guatemala il cibo non manca mai. La pancia è sempre piena, nessuno qui muore di fame. Noi siamo ricchi." 

Rafael ha ragione. La vera ricchezza è un'altra cosa ed è un vero peccato che siano così pochi a comprendelo. Il Guatemala è una terra meravigliosa.



venerdì 26 giugno 2015

127.0.0.Chichicastenango, Guatemala - Giorno 6

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Un suonatore di Marimba
Chichicastenango, Guatemala
15 Aprile 2007

Rieccoci a parlare insieme del bellissimo Guatemala, che... non ditelo a nessuno, ho amato più del Messico. 

Se ricordate, dopo la visita a Tikal con la sua giungla e le piramidi Maya, ci eravamo lasciati ad Antigua, dove abbiamo visto casette colorate e fascinose, nonché antiche chiese in rovina, conventi, giardini lussureggianti nascosti dentro splendide ville, mercati d’artigianato, vicoli in ciottolato, lampioncini in ferro battuto, vulcani e bamboline acchiappasogni. 

Nel cuore di Antigua, il Parc Central, abbiamo visto affacciarsi storici palazzi come quello De Los Capitanes Generales, sede fino al 1773, anno del catatrofico terremoto che colpì la cittadina, del governo di tutta l’America centrale. 

Oggi, continueremo il nostro viaggio parlando di Chichicastenango (che si pronuncia “cicicastenango” poiché la H in spagnolo è sempre muta), ma prima ci fermeremo in un’immensa piantagione di caffè, per assaggiare i chicchi direttamente dalla pianta e scoprire i segreti della sua lavorazione. 

Il nostro gruppetto formato da 15 persone più la guida, è piuttosto affiatato e il nostro viaggio sta procedendo nel migliore dei modi. Il livello di divertimento è altissimo, esattamente come quello di caldo e stanchezza : ) 

Come dicevo, prima di spostarci verso la pittoresca Chichicastenango, abbiamo fatto tappa in una splendida e immensa piantagione di caffè, non lontano da Antigua. Passeggiare fra i filari di piante ascoltando Rafael raccontarci la storia di questa importante bevanda è stato molto istruttivo e suggestivo. In pochi lo sanno, ma il caffè del Guatemala, la cui coltivazione, introdotta dai padri Gesuiti nel 1773, è uno dei migliori del mondo. 

Riporto, a tal proposito, qualche parola di Slow Food, su questo importante presidio: 

Huehuetenango, situato ai piedi dei Cuchumatanes, la più alta catena montuosa non vulcanica del Centro America, è una delle aree più vocate del paese per la caficoltura. Le correnti d’aria calda provenienti dall’istmo di Tehuatepec, infatti, incontrando l’aria fredda che soffia sulle montagne dei Cuchumatanes, consentono di coltivare caffè fino a 1900 metri. Ed è proprio alle altitudini maggiori che si ottiene il prodotto migliore. Fino alla conquista spagnola del 1525, Huehuetenango è stata la capitale del regno Mam. Il suo territorio, nella parte nordoccidentale del Guatemala, al confine con il Messico, ha un’altitudine che va dagli 850 ai 3700 metri e offre una straordinaria varietà di ecosistemi (dal bosco umido subtropicale alle pinete).
Le popolazioni indigene, che costituiscono la larga maggioranza degli abitanti, discendono da differenti popoli Maya, tra cui i Mam, gli Akateco, i Chuj, i Kanjobal, gli Jacaltechi, ciascuno con una propria cultura e lingua ben distinta. A causa di una secolare esclusione sociale, aggravata dalla crisi internazionale dei prezzi del caffè dei primi anni duemila, sono fra i popoli più poveri del Centro America.
A Huehuetenango il caffè è praticamente una monocoltura e l’economia della regione dipende dalla sua esportazione. L’unica via di uscita da questa situazione sfavorevole è diversificare: puntando sul caffè di altura e di alta qualità e introducendo altri prodotti (peperoncino, anice, ortaggi) nelle zone meno vocate. Il caffè del Presidio è ricavato da piante di Coffea arabica (delle varietà Typica, Bourbon e Caturra) coltivate all’ombra di alberi ad alto fusto. La raccolta è manuale: le ciliegie sono staccate una a una e riposte in ceste di vimini legate ai fianchi. I chicchi sono estratti dalle bacche artigianalmente, attraverso un delicato processo di fermentazione che inizia entro quattro ore dalla raccolta e dura 24-36 ore. Dopo la spolpatura, i grani seccano al sole per almeno tre giorni, continuamente rivoltati con un rastrello.

La bella pianta del caffè (Foto tratta da Wikipedia)

Nel momento di piena maturazione delle bacche, cioè quando da verdi diventano di un bel rosso rubino, circa duemila persone vengono impiegate per raccogliere a mano bacca per bacca. Il raccolto viene poi trasportato nelle ceste in un secondo luogo deputato al bagno delle bacche in enormi pozze d’acqua; dopo di che vengono lavate e distese ad asciugare al sole fino a quando la buccia non si stacca da sola lasciando il seme intatto, impiegando circa una settimana. Le bucce vengono poi ammucchiate in giganteschi cumuli a macerare, diffondendo per la piantagione intera un pungente odore di mosto. Con i quintali di bucce viene poi riconcimata la piantagione stessa, poiché del caffè non si butta mai nulla. A questo punto i chicchi di caffè sono pronti per la spazzolatura, una sorta di pulizia del chicco, la separazione, ovvero una bonifica chicco per chicco del raccolto, eliminando quelli danneggiati, eventuali corpi estranei come sassolini, rametti, ecc… e infine per la molto più famosa tostatura. 

Normalmente in Guatemala, al contrario di altri posti, non viene utilizzato nessun prodotto chimico per proteggere le piante dagli insetti, ma semplici trucchetti, come appendere bottiglie di plastica piene di una sostanza che li tiene lontani. Una sorta di repellente, ma assolutamente naturale. 

Tutto il gruppo ha voluto assaggiare le bacche, staccandole direttamente dalla pianta e pulendole alla meglio con una vigorosa strofinata di mani e beh, posso assicurarvi che sono misteriosamente dolcissime, al contrario del chicco di caffè, il seme, che è amaro da morire. 


Terminata la visita alla piantagione, ci siamo diretti verso il coloratissimo mercato indigeno di Chichicastenango, il più famoso di tutto il centro America. Dista circa 100 km da Antigua e per arrivarci ci vogliono più o meno due ore. I giorni di mercato sono il giovedì e la domenica e gironzolando per le bancarelle è possibile acquistare prodotti di artigianato locale, guatemalteco e spagnolo. Famoso soprattutto per i meravigliosi e coloratissimi tessuti, è facile trovare anche abbigliamento, borse, souvenir, oggettistica, vasellame, frutta, verdura, uova, fiori, piante medicinali, accessori, maschere indigene intarsiate nel legno, flauti, gioielli e persino animali domestici (ahimé). Il mercato è letteralmente spaccato in due perché una parte è palesemente rivolta ai turisti mentre un’altra alla popolazione locale. 


Personalmente mi sono regalata una bella borsa alla modica cifra di 195 Quetzal. Poco meno di 20 Euro. Il Quetzal è la moneta locale e prende il nome dal bellissimo uccello simbolo del Guatemala. 

Il Quetzal (La fotografia ovviamente non è mia)

Santo Tomás Chichicastenango, o semplicemente Chichicastenango, è un comune facente parte del Dipartimento di Quiché. A Chichicastenango non c’è però solo il famoso mercato, ma anche un paio di chiese molto cariche di… come dire, energia, persino per me che ho un concetto di Dio tutto mio e che nulla ha a che fare con le religioni.


Una è la chiesa di calce bianca Santo Tomás, in stile coloniale, arroccata in cima ad una pila di gradini altrattanto bianchi stracolmi di persone che vendono fiori, cucinano, chiedono l’elemosina o un miracolo. Si vocifera che questa chiesa così particolare sia stata costruita sulle rovine di un antico tempio Maya e non fatico affatto a crederci. Vale la pena andare a Chichicastengo, a prescindere dal mercato, perché si tratta di un paesino molto pittoresco, attorniato da splendide colline e strade silenziose. 

L’altra chiesa, il Calvario, è altrettanto particolare. Per raggiungerla si passa da una strada dove vi è un lunghissimo murales, coperto nei giorni di mercato, che racconta come la guerra civile sia stata percepita dalla popolazione indigena. Anche in questa chiesa vengono messi in atto rituali di purificazione e sacrificio al fine di chiedere al Signore un miracolo o una grazia. Sul pavimento sono sparsi profumati aghi di pino, le candele accese sono migliaia. Vi sono in ogni angolo bottiglie di Coca Cola, liquori e fiori; il tutto a scopo rituale. Questi riti sacri sono aperti anche ai turisti, ma ovviamente è possibile assistere e partecipare solo pagando una piccola cifra. Non è quasi mai permesso fare fotografie o video ed è un aspetto a cui la popolazione tiene moltissimo. 


I primi due giorni di novembre, uomini e donne si recano al cimitero per mangiare, celebrare i loro morti e far giocare i loro bambini con gli aquiloni, mentre un’altra data interessante per una visita è il 7 dicembre, durante la quale viene bruciato il Diavolo. In ogni strada viene dato fuoco alla spazzatura, con lo scopo di liberare il paese dagli spiriti maligni. 

Rafael ci ha messo in guardia sulla faccenda dell’elemosina che spesso viene chiesta a ogni angolo, istruendoci a non farla, ma invitandoci semmai a comprare il loro artigianato e i prodotti della loro terra. Dare loro soldi non è il modo corretto per aiutare questa popolazione così povera perché li si abitua a non lavorare e a vivere sulle spalle di turisti impietositi, mentre è necessario che loro mantengano viva la loro cultura, l’artigianato locale, le tradizioni e il commercio. 

Questo buon proposito è andato immediatamente a farsi fottere una volta seduta nella chiesa di Santo Tomás, su una panca in fondo alla navata, nel vociare che arrivava ovattato dal mercato, nella penombra e nel profumo della cera e dell’incenso che invedeva l’aria. 
Vi spiego subito perché. 
Dovete sapere che i bambini guatemaltechi sono meravigliosi. Le bambine piccoline, in particolar modo, sono di una bellezza fuori misura e spesso i genitori approfittano del loro fascino per mandarli in giro a chiedere la carità, sapendo di far breccia molto più facilmente nel cuore dello sprovveduto turista di turno. 


Così, quando una bimbetta sui 4 anni si è avvicinata alla sottoscritta, allungando il palmo della manina, con quegli occhi grandi e neri come una notte senza stelle, il visino triste e sporco e la vocina strozzata nel suo vestitino logoro e i piedi infilati in sandali sfatti più grandi di almeno tre numeri, io mi sono sciolta come neve al sole e il mio cuore si è incrinato. E’ un momento che non potrò dimenticare mai. 

“Un Quetzal por favor…” mi ha sussurrato alzando la manina con occhi lucidi e lì, signori, ho detto addio ai buoni propositi. Addio alle parole di Rafael e alle sue raccomandazioni. Le ho messo nella microscopica manina una moneta e ho desiderato ardentemente prenderla in braccio e portarla via per darle tutta la gioia del mondo. 
Lei si è messa la monetina nella tasca e senza accennare nemmeno un sorriso, col suo sguardo profondo come un immenso buco nero, ha allungato di nuovo la manina verso di me, evidentemente istruita a dovere dai genitori e molto più brava di me a rispettare le direttive, ha ripetuto “Un Quetzal por favor…” . 

Mi sono dovuta violentare per non dargliene un altro perché se fosse stato per me, avrei svuotato tasche, portafoglio e conto in banca per quel faccino. Uscita dalla chiesa, col cuore pesante e l’immagine di quella bimba che si aggira fra le panche a chiedere Quetzal, mi sono sentita un’enorme, gigantesco cumulo di sterco. Abbiamo le scarpe e ci lamentiamo, ciechi di fronte a tutto ciò che non ci riguarda personalmente.  Ciechi di fronte alla sofferenza, umana o animale che sia o, ad esempio, di fronte a quelli che tutti chiamano immigrati e che io preferisco chiamare vittime. Perché chiunque vorrebbe poter vivere in pace a casa sua.

I 18 gradini che mi hanno riportato al centro del mercato, della confusione e dei turisti, rappresentano i mesi del calendario Maya, ma sono sicura che lei, questo, non lo sa.

Ed è un vero peccato.

domenica 14 giugno 2015

127.0.0.Antigua, Guatemala - Giorno 5

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Antigua, Guatemala
14 Aprile 2007


Dopo la faticosissima e caldissima visita a Tikal e i due voli interni presi a orari disumani, siamo partiti in pullman con la nostra guida Rafael, verso Antigua, una cittadina di una bellezza straordinaria che dista da Città del Guatemala circa un’ora e si trova a 35 km dalla capitale, verso sud-ovest, percorrendo la Carretera Interamericana, la sezione guatemalteco-messicana della leggendaria Ruta Panamericana

Citando Wikipedia vi posso dire che la Panamericana è un sistema di strade che si sviluppa lungo la costa pacifica del continente americano. Grazie ad alcune derivazioni che in Sudamerica collegano le capitali sull'oceano Pacifico con quelle sull'oceano Atlantico, la lunghezza totale ammonta a ben 45.000 km. Il sistema è oggi pressoché completo e si estende dall'Alaska in Nord America fino al Cile in America del Sud.


Antigua, in passato capitale del Guatemala, è una cittadina MERAVIGLIOSA situata nella zona montana al centro dello Stato, famosa per i suoi esempi ottimamente conservati di architettura barocca ispano-americana e coloniale, e per la presenza di alcune antiche chiese in rovina parecchio suggestive; non per niente è stata dichiarata Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.


Antigua è circondata da tre vulcani, apparentemente molto tranquilli (per quanto un vulcano si possa definire tranquillo). Il più imponente è il Volcán de Agua (Vulcano d'Acqua), alto 3766 metri. Il cratere, un tempo pieno di acqua, tracimò a seguito di un terremoto nel 1773, distruggendo così la sottostante Ciudad Vieja (Città Vecchia). I sopravvissuti evacuarono e si spostarono di qualche chilometro, in un luogo reputato più sicuro. Nacque così l’attuale Antigua Guatemala (Antica Guatemala), che ora è capoluogo del Dipartimento di Sacatepéquez.

Il Parco Centrale - particolare
Il secondo vulcano, inattivo ormai da molto tempo, è l’Acatenango, alto quasi 4000 metri, mentre il terzo è il Volcán de Fuego (Vulcano del Fuoco) la cui vetta tocca i 3763 metri. 

Durante la nostra visita alla cittadina, Rafael ci ha portato in cima al tetto di un antico edificio e con un dito ha indicato proprio questo vulcano richiamando la nostra attenzione e iniziando un misterioso countdown a voce alta accompagnato da un sorrisino sornione sulle labbra. Al termine del conto alla rovescia uno sbuffo di fumo grigio si è alzato in cielo proprio dalla vetta del Vulcano del Fuoco, insieme a una nuvola di lapilli incandescenti, lasciandoci sbigottiti dallo stupore. Mentre eravamo ancora tutti a bocca spalancata, Rafael ci spiegava come il vulcano sia famoso per essere costantemente in attività. Solo di rado si verificano eruzioni di maggior intensità, alle quali gli abitanti sono abbastanza abituati visto che i suoi sbuffi sono quotidiani e a cadenza pressoché regolare.

Guardate che bravina che sono, vi ho trovato persino un video!


Un altro luogo importante di Antigua è il Parco centrale, adornato da una bellissima e antica fontana restaurata. Questo parco è considerato il cuore della cittadina. Di recente Antigua è divenuta una notevole meta turistica, di conseguenza sono nati locali, bar, ristoranti e botteghe di souvenir.

Sulla Plaza Mayor si affacciano molti monumenti storici come la Cattedrale, il Palazzo dell’Arcivescovo, il Palazzo Reale o de los Capitanes Generales ed il Municipio, che ospita anche il Museo de Santiago.

Il mercato - foto di Annalisa, una compagna di viaggio
Per quanto riguarda l’artigianato, Antigua è famosa da sempre per la lavorazione di una pietra tra le più rare e preziose che si possano trovare nel mondo: la giada, lavorata pressoché ovunque nel centro storico.


Purtroppo ad Antigua mi si è scaricata la batteria della fotocamera (non potete capire la rabbia), quindi ho collezionato poche fotografie per niente rappresentative della sua enorme bellezza e mi sono fatta dare alcune foto dai miei compagni di viaggio. Mi sono permessa, per questo post, di “rubare” alcune immagini trovate in rete, per affiancare i miei 4 penosi scatti che non le rendono minimamente giustizia.


I suoi vicoli lastricati di ciottoli illuminati alla sera dai lampioncini, le basse case colorate, le montagne verde scuro e i vulcani che spuntano da favolosi scorci in fondo alle strette stradine, i carretti degli ambulanti che vendono frutta e fanno deliziose spremute sul momento, le donne dagli abiti coloratissimi, i sorrisi delle persone che si incontrano per strada, gli artigiani che creano splendidi oggetti in ferro battuto lungo i marciapiedi, i mercati, il sole che scalda i muri delle abitazioni dalle imposte di legno colorate alle finestre, le carrozze trainate da cavalli, le fontane dalle quali sgorga acqua ghiacciata e cristallina e i piccoli giardini antichi e segreti traboccanti di fiori di tutti i colori e profumi, fanno di Antigua un luogo unico e stracolmo di magia.

Uno dei venditori di frutta
Quando si dice pittoresco, e non si esagera minimamente. 

Guardatevi questo video :)


Abbiamo visitato (e alla sera cenato) la Posada de Don Rodrigo, un posto di una bellezza micidiale. Si mangia benissimo, ha stupende stanze per alloggiare e i prezzi sono assolutamente nella norma. Guardate che spettacolo di posto. Probabilmente uno degli hotel più belli che abbia mai visto. Pensate che precedentemente era una villa privata. 



I buonissimi Tacos!

Suonatori di Marimba, lo xilofono di legno



Le fotografie della Posada de Don Rodrigo sono tratte dal loro profilo Facebook, che vi invito a visitare. Nel pomeriggio abbiamo continuato la nostra visita alla cittadina, con alcune chiese, il mercato all'aperto e il museo/fabbrica della lavorazione della Giada, dove abbiamo comprato un ricordino quasi tutti. Lì ci sono state regalate le Mugneca Quitapenas. Bamboline portafortuna molto particolari. In inglese si chiamano Worry Dolls

La tradizione guatemalteca  dice che quando i bambini non riescono a dormire o piangono, bisogna dar loro una bambolina di legno e stoffa, a cui il bambino può confessare il suo dolore, addormentandosi in compagnia della bambolina, posta sotto il cuscino. Queste piccolissime bamboline (le più piccole sono grandi come un fiammifero) servono a trovare la serenità, passando a loro i nostri problemi, le ansie e le paure, semplicemente parlandoci. Se messe sotto il cuscino, raccoglieranno i nostri sogni più belli, caricandosi di energia positiva, per regalarcene di ancor più belli.


Circola una misteriosa voce su queste bamboline ed è che nessuno sappia da chi vengano costruite. Il Guatemala, molto geloso delle sue antiche tradizioni, pare non lo abbia mai rivelato. Che sia vero o meno non importa, resta il fatto che sono belline da morire. 

Stanchi per la faticosa giornata, ci siamo recati al nostro hotel. L'Hotel Villa Antigua che ora ha cambiato nome e si chiama Soleil La Antigua. Delizioso. 



Antigua Guatemala è stata una delle mete più belle di questo viaggio e se volete un consiglio prendetela in considerazione assolutamente nel caso decidiate un giorno di visitare il Guatemala. Non sono riuscita, in questo singolo post, a elencare la marea di cose meravigliose che questa piccola cittadina offre al visitatore perciò, se vi ho incuriosito anche solo un pochino, cercatela su Google e rifatevi gli occhi. 

sabato 6 giugno 2015

Listography #32: The Professions you’d like to try

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Interrompo per qualche giorno il mio diario di viaggio in quel del Messico e Guatemala per riprendere col Listography Project, che non aggiorno da molto tempo. Vediamo un po' di cosa parla la lista di oggi! 

Listography #32: Lavori che ti sarebbe piaciuto svolgere

Da piccolissima sognavo di fare una di queste quattro cose: la scrittrice, la veterinaria, la cartolibraia in una piccola e accogliente libreria tutta mia (e fin qui potevo anche avere la parvenza di una bimba normale), oppure… attenzione, attenzione… la ballerina di Can-Can, e con questo vi ho apertamente dichiarato il mio precario stato mentale. Evabbeh, tanto mica avevate dubbi, no?



Come mi piaceva quello svolazzare di gonne, gambe e pizzi! 
Quelle bellissime ragazze, vestite in modo identico, che ballavano agili come atlete di nuoto sincronizzato, perfette con le loro lunghe gambe, sensuali, rapite da un ritmo serrato, sorridenti e un po’ burlesque mi ipnotizzavano. Sognavo di avere un abito come quello, coloratissimo e trionfante di merletti e trine, una giarrettiera di pizzo e l’elasticità per fare una spaccata memorabile e conclusiva di uno spettacolo pieno di luci, musica, giravolte e inchini. Una meraviglia della Belle Epoque
Dio solo sa, o chi per lui, cosa mi affascinasse tanto di questo particolare ballo in così tenera età.

Tornando a professioni più “normali”, da sempre appassionata di scienza, sono passata dal sogno di diventare veterinaria a biologa marina, passando per anatomopatologa o anche, perché no, neuroscienziata. Col senno di poi, di cui si sa son piene le fosse, sono felice di non essere diventata una veterinaria (non posso veder soffrire gli animali, quindi sarei stata malissimo) o un'anatomopatologa (sbudellare un adulto ancora ancora, ma quando si tratta di bambini, penso che non ci si abitui mai).

La biologa marina o la neuroscienziata, invece sarebbero state scelte perfette, peccato che ormai sia tardi.

In età più matura, diciamo passati i 25 anni, avrei voluto aprire un’agenzia investigativa e diventare criminologa. Uno dei miei ex capi, fra le varie attività che svolgeva, era anche un investigatore privato e un giorno mi chiese se fossi interessata a un posto nella sua agenzia (lavoravo già per lui, ma in un’altra delle sue società). Feci anche un colloquio, ma non ricordo minimamente il perché alla fine decisi di rifiutare. Forse perché quella pistola che portava alla caviglia mi ha sempre messo una certa ansia ^^'

Purtroppo non ho mai realizzato nessuno dei miei sogni professionali e mi ritrovo a svolgere un lavoro in un ambito che sì, mi piace (l’informatica), ma che non mi gratifica per niente. Sogno spesso di cambiare, ma non è affatto facile. Mi piacerebbe allontanarmi dalla città e gestire un B&B piccolino e accogliente oppure scrivere articoli per riviste che parlano di viaggi, o ancora lavorare in radio. Un giorno, molto tempo fa, mi venne proposto di lavorare per una radio anche piuttosto importante, ma rifiutai perché stavo ancora studiando. Mi sto ancora mangiando i gomiti per questa scelta…

Insomma, ho sognato parecchio da questo punto di vista e al momento, ahimé, sono ancora qua che sogno…

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