domenica 10 giugno 2018

# Frammenti Videoludici # La Stanza degli Ospiti

Heavy Rain


Rieccoci di nuovo a parlare di videogiochi! Per l'etichetta Frammenti Videoludici, oggi avremo nuovamente ospite Hyunkel76, ovvero la mia dolce metà. Dopo aver terminato Detroit Become Human, ultimo titolo della Quantic Dream uscito da un paio di settimane sul mercato, si è cimentato con una seconda run di Heavy Rain, sviluppato dalla stessa software house. Ovviamente lo avevamo giocato all'epoca del suo rilascio nei negozi, ma è sempre bello rigiocare alcuni titoli dopo anni dalla loro uscita. Andiamo a sentire cosa ha da dirci in merito, visto che il gioco è tutt'ora -dopo la bellezza di 8 anni!- molto godibile.
La parola quindi a Hyunkel76 :)

Come immaginavo l’aver giocato Detroit Become Human mi ha fatto sentire nostalgia per i titoli Quantic Dream. Eccoci quindi a parlare di Heavy Rain, prima opera di Quantic Dream targata PS3, uscita nell’ormai lontano 2010.
La storia è un poliziesco dei giorni nostri, dove le vicende di 4 protagonisti s’intersecheranno nel tentativo di risolvere il misterioso caso dell’Origami Killer.
Il nostro cattivone è un assassino di bambini e ha già colpito diverse volte portando il panico nella città dove si svolge la nostra storia (città di cui il gioco non ci fa sapere il nome).
Andiamo però con ordine e presentiamo i personaggi.


Ethan Mars

Architetto e padre di famiglia, ci viene presentato come primo personaggio giocante.
E’ il classico medio borghese con moglie 'top model' e due figli maschi di 10 e 8 anni.
Famiglia felice insomma, classico stereotipo americano degno di una sitcom.
Peccato che durante una sessione di shopping al centro commerciale, Ethan perda il figlio Jason, che come nelle migliori tragedie metropolitane, nel tentativo di attraversare la strada finisce sotto una macchina (sarà, ma alla sua età il concetto di “guarda prima di attraversare” lo conoscevo bene).


Norman Jayden

Già dal nome, a mio parere cazzutissimo ^_^, si capisce che il tipetto avrà da dire la sua.
E’ un agente dell’FBI mandato dai piani alti per investigare sull’Origami Killer.
A differenza però dei normali agenti, il nostro Norman è dotato di un paio di occhiali a realtà aumentata e un guanto di controllo, che insieme creano un’interfaccia molto “made in” Minority Report (denominata ARI, Added Reality Interface). Tutto fighissimo, peccato che il nostro amico è dipendente da una droga, tale Triptocaina, che tende a dargli disturbi da dipendenza quando la sceneggiatura lo richiede… ovvero quando già avrete un grattacapo, state sicuri che avrete anche quello.


Scott Shelby

Investigatore privato, mezza età, sovrappeso, ex-poliziotto…. direi il personaggio più scontato dell’universo poliziesco. Se la teoria dei multiversi fosse vera, state certi che in ognuno di questi ci sarebbe un personaggio simile. Scontato è dire poco. In fissa col killer dell’Origami sta indagando, per conto di non si sa chi, raccogliendo indizi e interrogando i genitori delle vittime.


Madison Paige

La “troppo tipa”, la ”gnocca di turno”, “la cerca guai”… insomma l’intero parco macchine di cliché a nostra disposizione.
E’ una giornalista alla ricerca di una storia, soffre d’insonnia, che riesce ad arginare solo dormendo fuori casa sua e per questo spesso va a dormire in un motel (l’idea di cambiare casa no, eh?).
In base a come giocherete potrà essere fondamentale, oppure no.


Iniziamo l'avventura nei panni di Ethan e dopo le prime 2 ore di gioco, veramente noiose, la trama decolla. Scosso dalla perdita del figlio Jason, il matrimonio di Ethan va a rotoli e come da tradizione il nostro malcapitato si ritrova in un appartamento squallido in periferia (ovviamente la megavilla da architetto di successo se l’è tenuta l’ex-moglie) dove a weekend alterni si prende cura del figlio rimasto, Shaun.
Il poveretto è scosso dalla perdita del fratello, ma è uno scherzo rispetto a quello che succede a Ethan: sovente gli capitano dei blackout dove “perde coscienza di se” per poi ritrovarsi chissà dove, ore dopo.
Durante uno di questi blackout, Ethan si trova al parco con Shaun.
Al suo risveglio si precipita di corsa al parco, ma sono ormai passate ore e di Shaun non c’è traccia.
Informata la moglie e la polizia, basta poco per capire che l’assassino dell’Origami ha rapito Shaun.
Le sue vittime impiegano dai 3 ai 5 giorni a morire (il motivo vi verrà spiegato in game).
Da qui in avanti giocherete ogni capitolo cambiando personaggio di volte in volta (sempre che restino in vita tutti quanti).

Le 4 storie si possono intersecare in vari punti e il gioco ha un finale con ben 17 epiloghi differenti in base alle scelte che andrete a fare.
La storia scorrerebbe liscia e perfetta se non fosse che a un certo punto dovrete armarvi di una buona dose di sospensione dell’incredulità.
Di certo il genere poliziesco non è quello che riesce meglio al caro David Cage e, non essendoci come in Fahrenheit quel bell’espediente narrativo che è il paranormale, si nota la carenza a livello di trama.


Mi spiego meglio:

La trama di Heavy Rain è splendida e la storia godibile, peccato che troppo spesso non si capisca il come e il perché delle cose.
Senza spoilerare vi farò un esempio: Il buon Scott Shelby ottiene dai genitori delle vittime diversi indizi materiali (prove)… ma perché questa roba non ce l’ha la Polizia??? Mah, mistero.
Quindi scordatevi di vedere la polizia fare qualcosa di concreto in questo gioco… sembrano davvero una massa di incapaci messi lì per fare da contorno all’unico vero sbirro, Norman, che grazie ai suoi strumenti avveniristici pare l’intera squadra di CSI Miami, New York, e Las Vegas messi insieme.
Ovviamente questo rende il tutto privo di credibilità, perché con gli strumenti odierni l’Origami Killer l’avrebbe mandato in galera Paperino (manco Paperinik).
Come se non bastasse, i blackout di Ethan non vengono mai spiegati perché ciò che succede al loro interno è stato rimosso. In origine ci dovevano essere scene dove veniva mostrato nel dettaglio ciò che Ethan avrebbe dovuto vedere durante i suoi attacchi. In un’intervista, Cage spiega che sono stati rimossi dall’edizione definitiva per permettere al gioco di fluire più velocemente.
David… è un gioco che dura 10 ore, se ne durava 11 non era la morte di nessuno, anzi ti avremmo ringraziato per la spiegazione dei Blackout.
Quindi, cari amici, se volete godervi la trama, come ho detto armatevi di una buona dose di sospensione dell’incredulità.


Dal punto di vista tecnico, ormai il gioco mostra il fianco ai suoi anni.
Di certo all’epoca si poteva dire che avesse un comparto grafico notevole, ma pochi anni dopo uscì Beyond Two Soul ed era sempre sulla PS3, di certo non è possibile fare un paragone fra i due in quanto l’ultimo ha davvero spremuto l’hardware a disposizione.
Le espressioni dei personaggi non sono sempre riuscitissime, ma comunque superiori alla media dell’epoca.

Il doppiaggio italiano è atroce, non perché i doppiatori siano scadenti, anzi, ma sembra che per l’intero gioco stiano leggendo un testo senza effettivamente vedere il contesto nel quale agiscono i personaggi.
Il mio consiglio è di giocare col doppiaggio inglese.

Le musiche sono belle e incalzano al momento giusto, cupe per tutta la durata della nostra avventura.

Parlando di gameplay siamo di fronte a un’evoluzione di Fahrenheit che sfrutta le peculiarità del Dualshock della PS3. Negli onnipresenti quicktime event, oltre alle combinazioni di tasti, avremo a che fare anche con i sensori di movimento del joypad. A Ottobre 2010 venne poi rilasciata una patch per giocare esclusivamente con i controller Move.
Rispetto al predecessore Fahrenheit si nota un’evoluzione, ma purtroppo non sono tutte rose e fiori.
Il controllo del personaggio funziona un po’ come un’automobile: con lo stick sinistro muoviamo lo sguardo del nostro personaggio mentre col tasto R2 lo facciamo camminare… stessimo giocando a Gran Turismo capirei… ma in un’avventura proprio no. Fortunatamente è stata la prima e ultima volta che Quantic Dream ha operato una simile scelta di design. Se il movimento dei personaggi fosse fluido e preciso si potrebbe anche soprassedere, ma andiamo maluccio anche lì: i personaggi si muovono in maniera legnosa e imprecisa, con la telecamera che ci fa scherzi di continuo passando alle nostre spalle e facendoci perdere il senso dell’orientamento per qualche istante. Vero è che si tratta di un’avventura, che non richiede riflessi prontissimi né ci pone di fronte fasi action alla God of War, ma disturba davvero non riuscire a comandare i protagonisti in modo più comodo.


Che ne penso in definitiva.
La storia è bella, si riesce a sviluppare empatia nei confronti di Ethan e quindi dare di tutto per salvare Shaun sarà qualcosa che farete volentieri. Peccato per gli altri protagonisti, poco più che comprimari.
Resta comunque il primo tentativo di interactive drama degno di nota sulla scorsa generazione di console, e tutt’ora godibile per gli amanti del genere… a patto di spegnere per qualche ora il piccolo Sherlock dentro di voi.


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