giovedì 8 novembre 2018

Torta alle fragole Gluten Free

08 novembre 0 Comments

Dopo i post dedicati alle Zucchine tonde ripiene con tonno e ricotta e alla Torta salata zucchine, piselli e ricotta, tutto rigorosamente Gluten Free, oggi vi presento una buonissima e semplice Torta alle Fragole! Sempre senza glutine.

Vediamo un po' cosa ci serve! 

INGREDIENTI PER UNA TORTIERA DA 24 CM:
  • 100 grammi di zucchero di canna
  • 2 uova bio
  • 300 grammi di farina senza glutine Schaer Mix B
  • 50 ml di olio di girasole
  • 1 pizzico di sale iodato
  • la buccia di mezzo limone non trattato Bio
  • 50 ml di latte senza lattosio
  • 1 vasetto di yogurt alla fragola senza glutine (va bene anche bianco o ai frutti di bosco)
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 300 grammi di fragole fresche Bio
  • Zucchero a velo per decorare (io non lo avevo e ho usato le codette)


Il procedimento è semplicissimo! 

Montate -con taaaaanta pazienza e l'ausilio delle fruste elettriche- le uova con lo zucchero e il pizzico di sale, poi aggiungete DELICATAMENTE tutti gli altri ingredienti tranne le fragole. 

Mescolate dall'alto verso il basso, per far sì che le uova non si smontino, fino a ottenere un composto omogeneo e spumoso; tagliate a dadini due terzi delle fragole e infarinatele, poi unitele al composto e mescolate sempre con grande delicatezza.

Versate il tutto in una tortiera rivestita di carta da forno e cuocete in forno statico per 40 minuti a 170 gradi. Come sempre fate la prova stecchino, prima di sfornarla. Lasciatela intiepidire e servitela cosparsa di zucchero a velo.
Decoratela con le rimanenti fragole tagliate a metà. 

Un dolce perfetto per grandi e piccini! Per la colazione, da inzuppare in un bel bicchiere di latte o dopo cena, accompagnata da un buon gelato alla vaniglia Bourbon!

Per qualsiasi nozione inerente la celiachia, invece, vi rimando all’unico sito davvero attendibile nel quale potrete trovare risposta a ogni vostro dubbio. Il sito dell’Associazione Italiana Celiachia, AIC. Se però avete qualche domanda, più che altro incentrata sulla nostra esperienza personale, scrivetemi pure.

sabato 27 ottobre 2018

Donuts Gluten and Lactose Free

27 ottobre 0 Comments

Bentrovati cari Naviganti. 
Oggi vi racconterò come ho realizzato i miei Donuts, le ciambelline americane tanto amante da Homer Simpson, ma senza glutine e senza lattosio!
La ricetta americana è leggermente diversa e prevede una frittura, ma io ho cercato di farle più salutari e quindi meno caloriche, preferendo una cottura al forno e ingredienti più leggeri. 
Non si tratta quindi della versione originale, ma di una versione personale. 
Mio marito, celiaco, le ha apprezzate molto quindi spero piacciano anche a voi! 

DOSI PER 12 CIAMBELLE:

  • 125 ML di Zymil tiepido
  • 1 uovo bio
  • 10 Gr. di lievito senza glutine, molto meglio se di birra
  • La scorza di mezza arancia Bio
  • 40 Gr. di zucchero
  • 40 Gr. di olio Cuore
  • 1 bustina di vanillina senza glutine
  • 300 Gr. di farina Schar Mix B 
  • 15 Gr. di farina di riso
  • 35 Gr. di Maizena
  • Zucchero a velo

Preparate una terrina capiente e iniziate versando il latte tiepido, il lievito, la Maizena, la bustina di vanillina, l'uovo, l'olio, lo zucchero e la scorza d'arancia. Mescolate molto bene tutto con una forchetta, eliminando eventuali grumi. A questo punto, con le mani, versate la farina e impastate fino a quando non salterà fuori una palla liscia, morbida e omogenea. Spolverate la spianatoia di farina di riso e continuate a impastare con le mani e a lungo. Lavoratela con pazienza e poi fatene una palla. Infarinate la base della terrina (dev'essere abbastanza grande, perché l'impasto raddoppierà in volume). Poggiate nella terrina la palla di pasta, copritela con della pellicola (la terrina, non l'impasto) e poggiateci sopra un canovaccio pulito. Lasciate lievitare un'ora in forno spento, ma con la lucina accesa. 



Dopo un'ora riprendete l'impasto, che sarà diventato il doppio (se così non fosse, lasciatelo lievitare ancora) e sulla spianatoia formate uno strato alto circa 1 cm e mezzo, aiutandovi con un matterello. Intanto accendete il forno e portatelo a 180 gradi non ventilato. 

Preparate la teglia con la carta da forno. Io ho ritagliato un quadratino di carta per ogni donut.

A questo punto utilizzate un coppa pasta o, se non lo avete, un bicchiere di circa 8 cm di diametro e un altro oggetto (io ho usato un bicchierino da grappa) con un diametro di un paio di cm, per formare il buco centrale della ciambella.  

Create le ciambelline con il loro buco centrale e poggiatele sulla teglia. Continuate così finché non finirete la pasta (quindi terminato il primo giro di ciambelle, riprendete la pasta rimasta e il cerchiolino centrale avanzato dal buco e tornate a impastarla con le mani e a stenderla col matterello, così da finire tutto l'impasto).

Infornate per 15 minuti circa (dipende dal vostro forno). 



Togliete dal forno, attendete che si intiepidiscano un po' e spennellatele con un velo di latte. Poi cospargetele di zucchero a velo, normale o di codette colorate.

Non sono carine? Vi assicuro che sono anche buone e leggere. Adatte sia per la colazione che come dolce, magari accompagnate da una pallina di gelato, dopo cena. 
Certo, non sono sofficissime come quelle americane (con la farina senza glutine non è affatto semplice, al momento non ho trovato nessuno che ci sia riuscito), ma il risultato non è male, soprattutto se inzuppate nel latte a colazione o tagliate a metà e farcite di Nutella o Dulce de leche!

La prossima volta le farò fritte e magari cercherò una farina senza glutine più adatta a dolci soffici! Se avete suggerimenti, commentate! 



Per qualsiasi nozione inerente la celiachia, invece, vi rimando all’unico sito davvero attendibile nel quale potrete trovare risposta a ogni vostro dubbio. Il sito dell’Associazione Italiana Celiachia, AIC. Se però avete qualche domanda, più che altro incentrata sulla nostra esperienza personale, scrivetemi pure.

domenica 21 ottobre 2018

Torta salata zucchine, piselli e ricotta Gluten Free

21 ottobre 0 Comments

Bentrovati, cari Naviganti! Eccoci di nuovo qua a parlare di cucina gluten free. Parecchie domeniche fa ho spadellato un po' e dopo avervi mostrato le Zucchine tonde ripiene con tonno e ricotta, vi voglio consigliare una torta salata decisamente buona, bella e che si adatta perfettamente alla bella stagione (anche se ormai sta finendo)! Dovete sapere che io ADORO le torte salate!

Vediamo un po' cosa dobbiamo mettere nel carrello della spesa!

INGREDIENTI PER UNA TEGLIA DA 24 CM:

  • 1 grossa zucchina tonda Bio
  • 4 uova Bio
  • 100 grammi di panna fresca da cucina senza lattosio
  • 100 grammi di piselli freschi Bio
  • Sale iodato
  • Pepe nero
  • 100 grammi di ricotta senza lattosio
  • Olio Evo
  • 50 grammi di Parmigiano Reggiano
  • Erba cipollina fresca Bio
  • Pasta Brisè senza glutine tonda
  • Basilico fresco Bio



Per prima cosa lavate la zucchina accuratamente e non tagliatela. Portate poi una pentola d'acqua salata a ebollizione e immergete la zucchina per 3/4 minuti. Se è molto grossa potete tenerla anche 5. Scolatela e lasciatela raffreddare. 

Mentre si raffredda preparate la farcia. 

In un pentolino, fate scaldare i piselli in poca acqua e sale, e toglieteli un paio di minuti prima che arrivino al giusto grado di cottura. Come prima, fate raffreddare e se necessario scolateli dall'acqua in eccesso. 


In un boule di vetro sbattete le uova con una forchetta, salate, pepate e unite la panna, il Parmigiano Reggiano, la ricotta e l'erba cipollina precedentemente lavata e tritata, così come il basilico.

A questo punto togliete il picciolo alla zucchina e tagliatela a dadini molto piccoli. Unitela alla farcia insieme ai piselli. Mescolate delicatamente il composto. Assaggiatene pochissimo (ci sono le uova ancora crude!) e correggete di sale se necessario.


Stendete la pasta Brisè nello stampo per torte, sopra un foglio di carta da forno e bucherellate il fondo con i rebbi di una forchetta. Riempite la tortiera con la farcia e ripiegate i lembi della pasta sopra la torta delicatamente. Io ho tenuto da parte delle listarelle di zucchine per decorare la superficie. Spolverate con una manciata di Parmigiano Reggiano. 


Infornate a 200 gradi per circa 40 minuti, gli ultimi 10 dei quali ventilati. Come sempre, vi consiglio di fare la prova dello stecchino (o la punta di un coltello) per verificare la cottura. 
Sfornatela e lasciatela intiepidire, dopo di che decoratela con un ciuffo di basilico. 
Il giorno dopo sarà persino più buona! Si conserva al massimo 3 giorni, tenendola in frigo coperta. Buon appetito! :)


Per qualsiasi nozione inerente la celiachia, invece, vi rimando all’unico sito davvero attendibile nel quale potrete trovare risposta a ogni vostro dubbio. Il sito dell’Associazione Italiana Celiachia, AIC. Se però avete qualche domanda, più che altro incentrata sulla nostra esperienza personale, scrivetemi pure.

mercoledì 26 settembre 2018

Zucchine tonde ripiene con tonno e ricotta Gluten Free

26 settembre 0 Comments

Buongiorno a tutti, cari naviganti! 
Le giornate di sole lunghe e luminose mi mettono voglia di stare ai fornelli e qualche weekend fa ho spadellato un po', così mi è venuta voglia di condividere con voi le mie creazioni. Iniziamo dalle Zucchine Ripiene! Vediamo quali sono gli ingredienti utili per fare questo piatto davvero sfizioso e leggero. 

INGREDIENTI PER 2 ZUCCHINE:

  • 2 zucchine tonde Bio
  • Parmigiano Reggiano q.b.
  • 100 grammi di ricotta senza lattosio
  • 100 grammi di piselli freschi Bio
  • Pepe nero
  • Olio EVO
  • Sale iodato
  • Tonno di qualità, quantità a piacimento, completamente sgocciolato o al naturale
  • (se piacciono, una manciata di capperi)
  • Pan grattato senza glutine, ma solo se la farcia risulta troppo liquida
  • Erba cipollina fresca


Per prima cosa lavate le zucchine accuratamente e non tagliatele. Portate poi una pentola d'acqua salata a ebollizione e immergete le zucchine per 3/4 minuti. Se sono molto grosse potete tenerle anche 5, ma non di più. Scolatele e lasciatele raffreddare. 

Mentre si raffreddano preparate la farcia. 

In un pentolino, fate scaldare i piselli in poca acqua e sale, e toglieteli un paio di minuti prima che arrivino al giusto grado di cottura. Come prima, fate raffreddare e se necessario scolateli dall'acqua in eccesso. 
In un boule di vetro schiacciate il tonno con una forchetta, poi unite la ricotta, un pizzico di sale, di pepe nero e l'erba cipollina tritata e precedentemente lavata. Nel caso vi piacciano, potete aggiungere una manciata di capperi (io non li amo e li ho omessi). 
Unite a questo punto i piselli. Mescolate tutto delicatamente.


Torniamo alle nostre zucchine. Con un coltello a lama liscia, tagliate le zucchine a circa un terzo dall'alto, tenendo da parte la "calotta". Con uno scavino, procedete a svuotare l'interno delle zucchine, lasciando dal bordo e dal fondo circa mezzo centimetro. Con un mixer riducete in crema la polpa. Salatela e pepatela.
Unite la crema di zucchine alla farcia e assaggiate tutto. Correggete eventualmente di sale e, se dovesse risultare troppo liquida, aggiungete quanto basta di pan grattato senza glutine. 

E' arrivato il momento di farcire le zucchine. Con l'aiuto di un cucchiaino, riempitele e spolverate la superficie con una manciata di Parmigiano Reggiano. Versate un filo sottilissimo d'olio EVO e richiudete ogni zucchina con la propria calotta. 

In una teglia di giuste dimensioni versate un po' d'olio EVO e poggiatevi sopra le zucchine, poi aggiungete qualche millimetro d'acqua. 

Infornate in modalità statica a 200 gradi per circa 20/25 minuti. Come sempre, fate la prova stecchino -sulla calotta- prima di sfornare.

Sono deliziose sia a temperatura ambiente che caldissime. :) Decoratele, al momento di servirle, con qualche filo d'erba cipollina.


Per qualsiasi nozione inerente la celiachia, invece, vi rimando all’unico sito davvero attendibile nel quale potrete trovare risposta a ogni vostro dubbio. Il sito dell’Associazione Italiana Celiachia, AIC. Se però avete qualche domanda, più che altro incentrata sulla nostra esperienza personale, scrivetemi pure.

sabato 15 settembre 2018

La Luce Sugli Oceani - M.L. Stedman

15 settembre 0 Comments

Rieccomi, dopo un sacco di tempo, a parlare di libri! 

Chi mi conosce sa bene perché ho comprato questo libro. 
Sì, esatto: solo ed esclusivamente per il faro in copertina. 

Ho una grande passione per i fari marittimi e ogni volta che ne incontro uno, devo farlo mio. E' più forte di me. Che siano soprammobili, calamite per il frigo o libri. Non ho nemmeno letto la trama, l'ho visto e l'ho comprato. Così, sulla fiducia. Un libro che parla di fari, non può essere un libro scadente.

E avevo ragione, perché si tratta proprio di un bel romanzo.  L'ho letto appena uscito, quindi nel 2012, ma ne scrivo solo ora perché è tornato sulla cresta dell'onda grazie al film, proiettato nelle sale cinematografiche un paio d'anni fa. 

Vediamo insieme di cosa parla.

La trama senza spoiler

Isabel ama la luce del faro tra gli oceani, che rischiara le notti. 
E adora le mattine radiose, con l'alba che spunta prima lì che altrove, quasi quel faro fosse il centro del mondo. Per questo ogni giorno scende verso la scogliera e si concede un momento per perdersi con lo sguardo tra il blu, nel punto in cui i due oceani, quello australe e quello indiano, si stendono come un tappeto senza confini. Lì, sull'isola remota e aspra abitata solo da lei e suo marito Tom, il guardiano del faro, Isabel non ha mai avuto paura. Si è abituata ai lunghi silenzi e al rumore assordante del mare. 

Ma questa mattina un grido sottile come un volo di gabbiani rompe d'improvviso la quiete dell'alba. Quel grido, destinato a cambiare per sempre la loro vita, è il tenue vagito di una bambina, ritrovata a bordo di una barca naufragata sugli scogli, insieme al cadavere di uno sconosciuto. Per Isabel la bambina senza nome è il regalo più grande che l'oceano le abbia mai fatto. È la figlia che ha sempre voluto. E sarà sua. Nessuno lo verrà a sapere, basterà solo infrangere una piccola regola. Basterà che Tom non segnali il naufragio alle autorità, così nessuno verrà mai a cercarla. 

Decidono di chiamarla Lucy. Ben presto quella creatura vivace e sempre bisognosa d'attenzione diventa la luce della loro vita. Ma ogni luce crea delle ombre. E quell'ombra nasconde un segreto pesante come un macigno, più indomabile di qualunque corrente e tempesta Tom abbia mai dovuto illuminare con la luce del suo faro. Perché sulla terraferma, tra la civiltà, c'è una donna che spera ancora. Una donna infelice, ma determinata. 

Questa è una storia che esplora ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e come spesso sembrino la stessa cosa. Questo è il romanzo di una madre e di un padre e della loro figlia segreta. Questo è il punto in cui amore e colpa si incontrano, e non vi lasceranno più.



Il libro risulta facilmente leggibile e quasi mai pesante. Positivo da un lato, negativo dall'altro (malgrado i temi trattati, non ho versato una lacrima). Forse, una scrittura meno scorrevole, ma più complessa, avrebbe reso giustizia a una trama particolarmente drammatica. Premetto che non è il mio genere, di norma preferisco gialli, thriller, noir o fantascienza distopica e non amo molto i drammi e le tragedie greche, eppure... questo libro mi ha colpita.  
La trama, davvero molto bella, tiene incollati alle pagine e riesce a suscitare una serie infinita di emozioni, spesso e volentieri molto contrastanti fra loro. La luce e l'ombra si alternano e si rincorrono fino alla fine. 
Le tematiche toccate sono forti e l'intenzione dell'autrice (soltanto una donna è in grado di scrivere un libro così) è far prendere una posizione al lettore, ma è una cosa quasi impossibile da attuare. Durante la lettura si oscilla inevitabilmente e continuamente di qua e di là. Vorresti schierarti e prendere una decisione giusta, ma capire cosa è giusto e cosa sbagliato è, di fatto, complicatissimo, se si fa tanto di immedesimarsi con i protagonisti. 
Il tema della maternità, poi, è sempre un tasto delicato.  
I neonati - e i bambini - sono creature pure, innocenti e spesso "usate" da noi adulti per colmare vuoti e per farci sentire completi e realizzati, ma a quale costo? Alla fine, sono sempre loro a rimetterci, sempre loro a soffrire per le scelte egoiste fatte da adulti forniti di un ego fuori scala. Questo romanzo parla quindi dell'amore, della sofferenza, della solitudine e dell'isolamento. La luce e l'ombra sono due protagonisti e il fascio di luce che ruota incessantemente sulle teste di Tom e Isabel, è metafora della vita; amore e senso di colpa, gioia e dolore, giusto e sbagliato, verità e menzogne, salvezza e perdizione.

Non ho avuto modo di vedere il film e malgrado la presenza del bravissimo Fassbender, ho preferito evitare di "rovinarmi" il libro. Ho sempre paura di vedere le trasposizioni cinematografiche di un'opera che ho precedentemente letto, quindi, se qualcuno di voi lo ha visto, è pregato di dirmi com'è e se è fedele o meno alla trama. 

Per concludere, se volete conoscere meglio voi stessi, leggetelo. Vi stupirà notare di non essere così tanto certi dei vostri stessi sentimenti. Potreste scoprire di non conoscervi così tanto a fondo come pensate.

giovedì 30 agosto 2018

I Figli Del Capitano Grant - Jules Verne

30 agosto 0 Comments

Vediamo. Da dove comincio a scrivere questa recensione tanto difficile? Facciamo così, partiamo dai fatti e poi passiamo alle impressioni. 


I fatti sono che I figli del capitano Grant è il primo libro della saga che vanta come "protagonista" il misterioso e affascinante Capitano Nemo. Le virgolette le ho messe perché in realtà, del Capitano Nemo, in questo libro non c'è nemmeno l'ombra :)

Si tratta di un romanzo di avventura pubblicato nel 1867 dal mostro sacro della scrittura francese Jules Verne - che come sapete io amo moltissimo - e costituisce il primo capitolo di una trilogia che prosegue con Ventimila leghe sotto i mari e si conclude con L'isola misteriosa. È diviso in tre parti: la prima ambientata in Patagonia, la seconda in Australia e la terza in Nuova Zelanda.
Il romanzo fu pubblicato dapprima a puntate sulla rivista letteraria francese Magasin d'Éducation et de Récréation; poi in un volume triplo.

INCIPIT SENZA SPOILER

Nel luglio 1864, durante una gita di Lord e Lady Glenarvan a bordo del loro yacht Duncan, viene catturato al largo di Glasgow uno squalo nel cui stomaco è rinvenuta una bottiglia con all'interno alcuni fogli scritti. Dall'esame delle poche parole leggibili si comprende che la bottiglia era utilizzata dal capitano scozzese Grant, comandante della nave Britannia, per veicolare una richiesta di aiuto dopo il naufragio della nave. Nel messaggio è indicata la latitudine (37° 11') del luogo in cui è naufragato il Britannia, ma l'indicazione della longitudine è stata cancellata dall'acqua di mare penetrata nella bottiglia.
Lord Glenarvan decide di partire alla ricerca del capitano Grant col suo yacht Duncan, guidato dal giovane comandante John Mangles. Fanno parte della spedizione lady Helena Glenarvan, il maggiore Mac Nabbs e i due figli del capitano Grant: la sedicenne Mary e il dodicenne Robert. Si unirà a costoro il cartografo francese Jaques Paganel, imbarcatosi distrattamente sul Duncan anziché su una nave diretta in India.



— Mi pare di vederlo ancora! — soggiunse il fanciullo come se parlasse a se stesso. — Quand'ero piccino, mi faceva addormentare sulle sue ginocchia, e mormorava sempre un vecchio ritornello scozzese che canta i laghi delle nostre terre. Mi torna talvolta in mente il motivo, ma confusamente, e anche a Mary accade lo stesso. Ah, milord, come lo amavamo! Ecco, io credo che bisogna essere piccoli per amar il proprio babbo!

— E grandi per venerarlo, figlio mio — rispose Glenarvan, commosso dalle parole sfuggite a quel giovane cuore.



COSA NE PENSO


Dunque. La prima cosa che ho pensato quando ho iniziato il libro - se vi ricordate molti mesi fa - è stato: "Wow, parte in quarta, mi piace molto! Come ogni libro letto fino ad ora di Jules Verne!"


Nel caso vi siate persi le mie altre recensioni, ecco qua Ventimila leghe sotto i mari, L'Isola Misteriosa, Il giro del mondo in 80 giorni, Viaggio al centro della Terra e Michele Strogoff


Come dicevo, mi è piaciuto lo stile narrativo di Verne, molto romantico e delicato, sempre ricercatissimo, ma nonostante questo piuttosto scorrevole.  
La prima cosa che ho pensato, invece, quando ho letto l'ultima pagina, è stata: "Grazie Signore!!! E' finito!!!" E un senso di spossatezza, di enorme fatica, mi è calato addosso schiacciandomi sul divano. 
Sì, si tratta di un libro davvero faticoso. Come posso spiegarmi meglio? Ecco, userò alcune parole tratte dal Blog "La Casa di Roberto", scovato per caso in rete qualche giorno fa. 

"Non so se alla fine io sia più allibito per la protervia con cui Verne ha cucito insieme, con un pretesto esile, almeno tre romanzi diversi, o ammirato dal consumato mestiere con cui lo ha fatto.

Les enfantas du capitaine Grant è un catalogo seriale di avventure varie, prolungate, allungate, ripetute, legate fra loro come le novelle del Decamerone da un pretesto narrativo esile che fa da cornice (il viaggio per ritrovare il Capitano) con un cast di personaggi ricorrenti il cui carattere è fissato inizalmente una volta per tutte e ai quali non è concessa, peraltro, alcuna forma di crescita."

Ecco fatto. In pochissime righe, Roberto ha espresso perfettamente il mio pensiero. I figli del capitano Grant è esattamente questo: il libro parte in quarta, poi prosegue in modo metodico, cadenzato, percorrendo miglia e miglia fino ad arrivare in Patagonia, luogo dove accadono svariati episodi che più o meno hanno a che fare con la trama principale, ovvero la ricerca del Capitano Grant che, come avrete capito, si rivelerà infruttuosa. 


Intorno alle 200 pagine, i nostri eroi capiscono che il percorso fatto fino a lì è stato vano e così, tornando a interpretare nuovamente il biglietto ritrovato nella bottiglia, s'imbarcano per una nuova avventura in direzione Australia. Come nel caso precedente, il libro prosegue il viaggio di miglia e miglia (a piedi e in carovana) per altre 200 pagine, dove si susseguono svariati avvenimenti che non sempre hanno uno stretto legame con la trama principale. 

Il ciclo a questo punto ricomincia e tu, lettore, sei già molto provato da questo viaggio interminabile fra foreste, distese sterminate, laghi, fiumi, città, montagne e molto, molto altro. Intorno a pagina 400 (il libro è di 600 pagine circa), di nuovo, i nostro eroi cambiano meta, dirigendosi verso la pericolosa Nuova Zelanda. E' a questo punto che il lettore inizia a pregare che il benedetto Capitano Grant faccia finalmente capolino fra le pagine del libro. 

Le descrizioni dei luoghi, dei paesaggi, della flora e della fauna, sono poco "narrate" e sembrano piuttosto stralci tratti da libri di geografia politica o scienze naturali. Persino in punti caldi della trama, Verne si ferma d'un tratto per spiegare con fare accademico la storia dell'Australia, il periodo fertile della febbre dell'oro, l'economia del paese o la classificazione della fauna utilizzando persino i nomi tassonomici degli animali o delle piante, per non parlare dei dati statistici e delle date di avvenimenti storici salienti. Istruttivo, per carità, ma il romanzo ne perde in bellezza, in profondità e in poesia. In modo cadenzato, sembra quasi di tornare a scuola e di star leggendo un passo dal vecchio libro di geografia o di scienze.

In ogni libro di Verne - quanto meno in quelli letti fino ad ora- , vi è di solito un personaggio, in questo caso il geografo Paganel, esperto di un ramo della scienza utile allo svolgimento del romanzo. 
In Ventimila leghe sotto i mari, c'era il Professor Aronnax, celebre naturalista del Museo di Storia Naturale di Parigi famoso per aver pubblicato un'opera sulla vita sottomarina (ma guarda un po'), nell'Isola Misteriosa c'erano Cyrus Smith, ingegnere e Harbert Brown, appassionato di scienze naturali, mentre in Viaggio al centro della Terra c'era Lidenbrock, professore rinomato di mineralogia. 
Ho sempre pensato che questi personaggi "esperti", altro non fossero che l'alter ego dello stesso scrittore, appassionato infatti come loro, a una vasta gamma di materie scientifiche. Questo espediente permetteva a Verne di trasformare i suoi libri in testi quasi accademici, dove poteva sentirsi libero di coinvolgere il lettore nello studio di scienze naturalistiche, geologia, fisica, astronomia, ingegneria e navigazione. Personalmente, soprattutto ora, dopo la lettura di questo lungo romanzo, penso a Verne come a un moderno Alberto Angela, talmente appassionato di scienze e curioso su qualunque argomento, da voler diventare divulgatore attraverso i suoi libri. 
Anzi, vi dirò: è quasi come se il romanzo stesso fosse l'espediente. Come se venisse in secondo piano rispetto all'amore per la divulgazione scientifica.

Come ho scritto nella mia recensione de L'isola misteriosa: 

"Il libro, scritto in uno stile impeccabile, è colmo di descrizioni pratiche e scientifiche, specialmente su ciò che concerne la sopravvivenza, la costruzione di un campo base, la creazione di armi e l'approvvigionamento di viveri. E' il libro perfetto da portarsi sempre dietro quando si viaggia, perché nel caso di naufragio et similia, sarà molto più utile del Manuale delle Giovani Marmotte, ve lo posso assicurare. Dopo averlo letto, anche voi sarete in grado di sopravvivere mesi in un luogo sperduto." 

Le descrizioni delle manovre effettuate dai marinai sul Duncan o su altre imbarcazioni, sono estremamente descrittive e puntigliose, con lunghi brani dove non si parla d'altro che di "cazzare la randa", alberi di "trinchetto", di come ripiegare il "terzaruolo", fissare la "scotta" o di come sistemare il "parrocchetto".
Capirete anche voi che senza una conoscenza almeno basilare delle nozioni di navigazione, un lettore possa rischiare di addormentarsi dopo il terzo "picco" o la quarta "ralinga".   
Questo difetto, se così possiamo chiamarlo, è presente in tutti i libri di Verne, ma ne I figli del capitano Grant si accusa molto di più che in tutti gli altri suoi romanzi. 
Va bene essere descrittivi, va bene anche l'intento istruttivo che un libro può e deve avere, ma eccedere in questo non fa altro che annoiare il lettore e far perdere mordente al leitmotive principale del romanzo. 

Come sottolinea Roberto, il "cast" del romanzo è ben caratterizzato (meno le parti femminili, a dire il vero), ma dall'inizio del viaggio alla fine, durante tutti quei mesi di ricerca, nessuno di loro matura in modo vistoso, nemmeno Robert, che viene già presentato al lettore come un piccolo e coraggioso ometto. 

Abbiamo usato la parola cast perché I figli del capitano Grant somiglia di più a una serie TV, che a un libro. Il format usato da Verne è quello di Lost - lo so, caso mai è il contrario, ma capitemi -. Si tratta di brevi avventure, brevi racconti che vanno a legarsi come una collana di perle dalla prima all'ultima pagina. Non c'è nemmeno un vero protagonista principale, ma tutti a loro modo portano avanti la storia, esattamente come Jack, Kate, Charlie, Sawyer, Hugo e gli altri protagonisti di Lost. Tutti importanti, nessuno indispensabile. 
Tanto che se oggi, a qualche regista (leggi JJ Abrams), venisse in mente di fare un remake moderno di questo libro, beh, sono sicura che ne uscirebbe un capolavoro. 

Un aspetto che mi ha colpita, (né in senso negativo, né positivo, ma solo colpita), è la totale assenza di elementi futuristici o "misteriosi". Elementi che in ogni altro libro di Verne (Michele Strogoff a parte) non mancano mai. Da colui che è considerato un po' il padre della moderna fantascienza, me lo sarei aspettato. Manca persino il piacere della scoperta. Mi spiego meglio: in una terra in parte semi inesplorata come la Patagonia, l'Australia o la Nuova Zelanda, in particolare a metà '800, mi sarei aspettata di finire con la mia carovana di protagonisti, in luoghi completamente vergini dalla presenza dell'uomo, foreste incontaminate e quasi magiche (nel pieno stile di Verne), ma questo non accade mai. La sensazione di viaggiare in luoghi che non hanno quasi nulla da scoprire permea tutto il romanzo. Anche l'incontro con qualche sperduta tribù isolata da sempre, sarebbe stata d'effetto. 

Si tratta, alla fine, di un libro ben scritto (e sfido chiunque a dire il contrario),  che vanta pagine che sono delle piccole perle, nascoste nel mare di prolisse descrizioni faunistiche e geografiche. A mente lucida, ora che l'ho terminato, posso dire che mi è piaciuto, ma durante la lettura, vi assicuro che ho avuto l'istinto in diversi momenti di scaraventarlo contro al muro :)

Andrei avanti ancora molto, in questa mia recensione, perché di cose da dire ce ne sarebbero davvero parecchie, ma mi fermo qua, perché toccare certi argomenti significherebbe fare spoiler. Oddio, ora che ci penso, non è che ci sia molto da spoilerare... :)
Concludo consigliando questo libro solo a chi vuole leggersi l'intera saga. Tutti gli altri possono serenamente saltarlo e passare direttamente al meraviglioso Ventimila leghe sotto i mari, terminando con il meno meraviglioso, ma comunque molto bello e leggero L'isola misteriosa. 

Sarei curiosa di vedere una delle tre trasposizioni cinematografiche, ma ammetto che la cosa mi fa paura.



Vi lascio con una di quelle perle, di cui vi parlavo poco fa. 

"L'insieme di quei terreni ha sulle carte inglesi un nome molto espressivo: “Reserve for the blacks”, la riserva per i neri. È là che gl'indigeni furono brutalmente respinti dai coloni, lasciando nelle loro lontane pianure, sotto boschi inaccessibili, alcuni spazi determinati, in cui la razza aborigena si estinguerà poco alla volta.

Ogni uomo bianco, colono, emigrante o squatter o bushman può superare il confine di quelle riserve, solo il negro non deve mai uscirne.

Paganel, mentre cavalcava, discuteva questa grave questione delle razze indigene e unanime fu il parere a questo proposito, cioè che il sistema britannico spingeva a distruggere le popolazioni conquistate e a cancellarle dalle regioni dove vivevano i loro antenati. Questa tendenza fu notata in ogni luogo, e in Australia più che altrove. Ai primi tempi della colonia, i deportati, i coloni stessi, consideravano i negri come animali selvaggi, li cacciavano e li uccidevano a schioppettate, li trucidavano, e s'invocava l'autorità dei giureconsulti per provare che l'uccisione di quei miserabili non rappresentava un delitto.

I giornali di Sidney proposero persino un mezzo efficace per sbarazzarsi delle tribù del lago Hunter: avvelenarli in massa. Come si vede, gli inglesi, agli inizi della loro conquista, chiamarono l'omicidio in aiuto alla colonizzazione. Le loro crudeltà furono atroci; si comportarono in Australia come nelle Indie, dove cinque milioni d'indiani scomparvero, come al Capo, dove la popolazione aborigena, decimata dai cattivi trattamenti e dall'ubriachezza, tende a scomparire dal continente di fronte a una civiltà omicida.

Gli omicidi si organizzarono su vasta scala e intere tribù scomparvero; per citare solo l'isola Van Diemen, questa al principio del secolo contava cinquemila indigeni e nel 1863 aveva sette abitanti.

— Cinquant'anni fa, — aggiunse Paganel, — avremmo incontrato molte tribù di indigeni, mentre finora non ne è comparso uno. Fra un secolo, questo continente sarà del tutto spopolato della sua razza nera."

sabato 25 agosto 2018

Pray: Mooncrash

25 agosto 0 Comments
Con somma gioia, ospito di nuovo fra le mie pagine Gianluigi, ovvero mio marito :)
Anche lui, come me, ha iniziato una collaborazione con Nerdface.it e in questi giorni sono state pubblicate le sue prime recensioni ufficiali di Pray e del suo DLC Mooncrash.

Potete leggerle sul mio blog, oppure cliccando qua: PRAY e qua: PRAY DLC MOONCRASH

Proseguiamo con Mooncrash :)



L’offerta videoludica degli anni “10” ci ha abituato a vedere i titoli tripla “A” arricchirsi sistematicamente di DLC post lancio. Nessuno però si aspettava un DLC per il Prey di Arkane Studio, reboot del vecchio Prey, uscito nel 2017.
Considerato che il titolo non aveva certo raggiunto dati di vendita esaltanti, si pensava che Prey fosse giunto al termine della sua avventura sugli scaffali dei negozi.
Al contrario, all’E3 del giugno scorso, è stata annunciata a sorpresa un’espansione che di lì a pochi giorni è diventata disponibile: Mooncrash.

Iniziamo subito col dire che non si tratta di un seguito dell’avventura precedente, bensì di un’avventura parallela (o spin-off, se preferite).



Trama senza spoiler

Questa volta interpretiamo Peter, un hacker al soldo della KASMA Corp., incaricato di indagare sul disastro avvenuto sulla base lunare di Pytheas.
Il malcapitato, in orbita attorno alla Luna dentro una capsula, non vede l’ora di tornare dalla sua famiglia, ma deve prima soddisfare le richieste del suo committente.
Per portare a termine il suo compito Peter dovrà, attraverso una simulazione, impersonare i cinque sopravvissuti all’incidente.



Gameplay

Rispetto al gioco base beh… preparativi a qualcosa di molto diverso.
Siamo di fronte a un Roguelike che della sua incarnazione precedente mantiene l’aspetto tecnico (con pregi e difetti), il sistema di controllo, e l’impostazione da shooter.
All’inizio il gioco ci mette nei panni del primo sopravvissuto (unico personaggio selezionabile alla partenza) “il Volontario”.

Immediatamente ci rendiamo conto che nella sua “scheda del personaggio” figurano solo abilità affini ai poteri Typhon, quindi a differenza del gioco base, dove il nostro alter ego godeva di piena libertà nella scelta dei poteri, in Mooncrash ogni personaggio ha una specializzazione ben precisa.
La nostra missione consiste nel guidare lo sventurato a una capsula di salvataggio in modo che possa lasciare la stazione incolume, possibilmente ultimando anche la sua quest personale.
Una volta eseguito il compito verrà sbloccato un nuovo personaggio da estrarre dalla stazione (anch’esso con un set di abilità proprie) e via così finché non avrete sbloccato tutti e 5 gli avatar digitali disponibili.

Ma non pensiate che sia così semplice….
La mappa di gioco è enorme e nasconde insidie a ogni angolo.
Oltre ai soliti infidi Mimic, e tutto il campionario del vecchio Prey, troveremo qualche aggiunta insidiosa come lo Squalo Lunare.
Probabilmente durante la primissima estrazione del Volontario non morirete mai, ma con l’avanzare della Run il gioco vi porterà a morire più e più volte.
Ogni volte che tutti i personaggi a disposizione saranno morti o fuggiti (o un mix di entrambi) la simulazione ripartirà da capo.
Per completare il gioco dovremo estrarre tutti e cinque i personaggi senza morire mai in un’unica Run.

Per ogni reset della simulazione alcuni parametri cambieranno in maniera procedurale (ubicazione delle armi, oggetti, nemici, porte chiuse oppure aperte, ecc...) mentre la mappa resterà sempre la stessa.
Aggiungiamo poi che la simulazione è soggetta alla corruzione: ogni 20 minuti di gioco la corruzione aumenterà di un livello rendendo i Thypon più forti.
Una volta raggiunto il massimo livello, la simulazione avrà termine e verrà resettata.

Fortunatamente la meccanica della morte permanente non è così castrante come in altri Roguelike.
Alla morte di un personaggio tutte le abilità che avrà ottenuto nel corso di quella Run non andranno perdute.
Durante ogni Run otterrete dei punti simulazione per ogni Thypon che eliminerete, utili per comprare equipaggiamento, armi e munizioni, alla partenza (anche i progetti delle armi permangono alla morte).
Ciò significa che i vostri personaggi diverranno man mano sempre più potenti, eliminando quella brutta sensazione di frustrazione, propria dei giochi del genere.

L’ambiente e le risorse a disposizione sono in comune all’interno della stessa Run, quindi se deprederemo un cadavere con un personaggio, i successivi non troveranno niente addosso a quel corpo, così come solo un personaggio con l’abilità hacker sarà in grado di aprire un determinato accesso rendendolo accessibile ai propri compagni in futuro.
Gli obbiettivi personali dei 5 fuggitivi sono una buona idea per aggiungere quel tocco di lore che altrimenti lascerebbe con l’amaro in bocca gli appassionati di Prey.
Tutte queste componenti, e la voglia di scoprire nuovi percorsi e strategie, donano a Mooncrash una buona rigiocabilità.
La longevità della prima partita si attesta circa sulle 10 ore, ma molto è basato sul tempo che dedicherete all’esplorazione della base lunare.



Conclusioni

Di certo Mooncrash offre una variante sul tema di Prey davvero intrigante e rigiocabile, seppur ancorata ai limiti del gioco base su PS4.
Uno sforzo per migliorare la resa grafica sarebbe stato gradito, ma essendo un’espansione di sostanza non si può chiedere di più.
Il grado di sfida che permea questo DLC è palpabile e se avete affrontato Prey al livello di difficoltà facile probabilmente Mooncrash vi farà dannare l’anima e potrebbe risultare troppo ostico e frustrante, nonostante la crescita continua dei vostri personaggi.
Chi invece ha affrontato Talos 1 a livelli più alti gradirà enormemente la sfida che questo DLC offre. Senza dubbio un DLC come se ne vedono pochi.

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