domenica 17 maggio 2015

127.0.0.Teotihuacan - Giorno 2

17 maggio 0 Comments
Ciudad De Mexico - Stati Uniti Messicani
11 Aprile 2007 Ore 20.50

Rieccoci in Hotel; come avevo pronosticato siamo stanchi morti. Ed è solo il secondo giorno di viaggio…  
Ci hanno tirato giù dal letto alle 6.25, svegliati dall’albergo tramite il telefono in camera e alle 7.00 eravamo a fare colazione con un buffet all’americana enorme, pieno di prelibatezze per tutti i gusti. Alle 8.00 ci siamo trovati nella hall con la simpatica guida Silvia (diversa da quella che ieri ci ha accompagnato in Hotel dall’aeroporto). Una donna rotondetta e nanerottola, con un bel sorriso, occhi e capelli neri come il carbone e un accento spagnoleggiante stupendo.

In Messico tutto inizia e finisce nella capitale, che con i suoi 2.640 km quadrati è la metropoli più grande del pianeta. Fu fondata dagli aztechi nel 1325, al centro di un vasto altopiano, dove sorgeva l’antica Tenochititlàn. Nel secolo XVI fu invasa dagli spagnoli e divenne il punto di incontro di due civiltà che ne hanno deciso il destino. Da allora Ciudad De México è il cuore di un paese in continua evoluzione e movimento. La storia antica della capitale è scritta nel suo Centro Hìstorico, che in questi ultimi anni è stato sottoposto a un radicale e completo restauro. Molte delle strade sono state pedonalizzate, molti palazzi trasformati in musei sono stati aperti al pubblico e inoltre sempre nuovi negozi e ristoranti accolgono i turisti.

Plaza de las Tres Culturas





















La prima tappa è stata Plaza de las Tres Culturas, detta anche Plaza de Tlatelolco
La Piazza Delle Tre Culture si trova in centro città e prende il nome dagli edifici che la circondano, costruiti in tre diverse epoche importanti per la storia del Messico. 
La prima, che precede la conquista da parte degli spagnoli, è rappresentata da una serie di piramidi e rovine precolombiane, del popolo Tlatelolco
La seconda è la cultura spagnola, sin dai tempi della conquista fino all’indipendenza. E’ rappresentata da un convento e dalla Chiesa cattolica di Santiago
La terza è la cultura messicana moderna, la cultura creola. Rappresentata dalla Torre Tlatelolco, sede della segreteria di relazioni estere del Messico. La piazza è stata testimone di vari momenti importanti nella storia messicana, come il massacro di Tlatelolco.

Come riporta Wikipedia:
  • Il suo mercato fu visitato da Hernán Cortés, prima della guerra di conquista. Qualche giorno dopo, ebbe luogo l'ultima e decisiva battaglia contro i mexica il 13 agosto 1521 quando sconfitto, Cuauhtémoc fu obbligato ad arrendersi a Cortés. Il Cronista Bernal Diaz del Castillo descrisse che la mattanza dei mexica, quel giorno, fu così sanguinaria che era impossibile camminare per i tanti cadaveri sparsi nella piazza, più di 40.000 indigeni furono uccisi.
  • Si firmò nel 1967 il trattato di Tlatelolco dando origine all'America Latina come zona libera dalle armi nucleari. Il trattato fu opera principalmente del diplomatico Messicano Alfonso Garcia Robles, che vinse il Premio Nobel per la pace nel 1982.
  • Il 2 ottobre del 1968 vi ebbe luogo un secondo Massacro di Tlatelolco, 400 anni dopo il primo. Vi persero la vita centinaia di civili, principalmente studenti, per mano dell'esercito e della polizia e per ordine del presidente Gustavo Diaz Ordaz. Vari scrittori messicani hanno denunciato i fatti, sempre negati dal governo.
Basilica di Nostra Signora di Guadalupe
La seconda tappa è stata al Santuario di Nostra Signora di Guadalupe, patrona del Messico. Un posto incredibile. Non tanto per il luogo in sé, quanto per la sua ‘energia’. Si respira un’aria veramente spirituale. I messicani sono grandi credenti ed è possibile notarlo ad ogni angolo di strada. Il Santuario è il principale luogo di culto cattolico del Messico e dell’intera America Latina. Ogni anno circa 20 milioni di pellegrini fanno visita da tutto il mondo. La chiesa è enorme e molti paesi hanno collaborato alla sua realizzazione. I lampadari vengono da Murano, mentre il marmo bianco da Carrara, in Italia. Tutto il legno scuro e caldo viene dal Canada, mentre il marmo scuro è messicano. 

E’ un complesso formato da varie chiese ed edifici tra i quali ci sono La Basilica di Santa Maria di Guadalupe (che vanta marmi di Carrara e vetri di Murano), il Tempio espiatorio a Cristo Re, il Tempio del Pocito, la Parrocchia delle Cappuccine, la Cappella del Cerrito e la Parrocchia degli Indios.

Per visitare questo complesso ci vuole tempo e pazienza, visto che è pieno zeppo di gente, ma ne vale la pena. Vedere le persone andare all’altare a fare la comunione scalze e in ginocchio, è emotivamente potente, persino per una non credente come me.

Ogni nastro, col suo colore, rappresenta una grazia ricevuta. Osservate l'espressione della signora sullo sfondo...
Terminata la visita a Nostra Signora di Guadalupe, siamo risaliti nel nostro pullman.

In giro ci sono un sacco di taxi bianchi e verdi piuttosto buffi, visto che come auto usano il Maggiolone. Dopo queste due tappe cittadine ci siamo diretti a Teotihuacan.


Si tratta del più grande sito archeologico precolombiano del Nord America e misura 82,66 km quadrati. Il comune di San Juan che lo ospita è a circa 50 km da Città del Messico e le rovine di questi templi sono stati dichiarati patrimonio dell’Unesco.


Il suo nome viene tradotto come La città degli Dèi” o “Luogo dove nascono gli Dèi”. Venne fondata nel 150 a.c. in una posizione strategica, in grado di controllare i traffici diretti verso il Golfo del Messico. 

La grande via sacra, l’Avenida de los Muertos, collega l’imponente piramide del Sole, con i suoi 365 ripidissimi scalini e alta 65 metri, a quella della Luna (43 metri), al Tempio delle Farfalle, alla Cittadella e al Tempio di Quètzalcoatl.

Teotihuacan - Se osservate bene, potete notare la cappa di smog, su Città del Messico
Stremati dal sole, dal caldo e dai chilometri a piedi, abbiamo fatto una sosta rigenerante presso una famiglia di artigiani dell’Agave e dell’Ossidiana, rispettivamente pianta e pietra tipiche del Messico. Con l’Agave, nota pianta in uso da noi italiani più che altro come ornamento, fanno veramente di tutto; ad esempio tre tipi diversi di bevande alcoliche: il Mescal, la Tequila e il quasi sconosciuto (almeno in Italia) Pulque, che ci hanno fatto assaggiare. Abbiamo potuto assaggiare anche la Tequila alla mandorla, rarissima e prodotta soltanto presso questa famiglia.



Dalle foglie di questa carnosa e gigantesca pianta producono anche canapa resistente per fare amache e altri mille oggetti, dalle ceste ai maglioni. Con una dimostrazione sul posto ci hanno fatto vedere che usano le foglie come ago e filo (l’ago è la punta a spina della foglia e il filo è la fibra della pianta), poi ci hanno mostrato come è possibile colorare in modo naturale le fibre di quello che sembra cotone a tutti gli effetti.



Il simpatico personaggio messicano che ci ha illustrato tutti gli usi dell’Agave, con un sorriso ci ha donato il lungo filo che ha creato e colorato come la bandiera dell’Italia. :) Inoltre, usano questa pianta come sapone e i fogli di carta simile alla pergamena che si ricavano da essa, possono venir usati scrivendoci sopra con la punta della stessa foglia, usandola come penna imbevuta d’inchiostro.


La bandiera dell'Italia


Abbiamo tutti comprato qualcosa da questa simpatica e solare famiglia numerosissima, composta dai due genitori e da ben 22 figli! Ci hanno anche mostrato come si lavora l’ossidiana, una pietra nerissima e dura di origine vulcanica, con stupefacenti sfumature di diverso tipo, dall’arcobaleno, al dorato, all’argento, al verde o blu. Gli oggetti creati con questa pietra sono moltissimi e quelli esposti per la vendita andavano da bellissime scacchiere a posaceneri, da splendidi gioielli a enormi… ehem… come dire… peni. ^^’

Avete letto bene. Non mi credete!? Ecco una prova, scettici che non siete altro! :)


Prima di rientrare a Città del Messico, ci siamo fermati in un bel ristorante e abbiamo pranzato a buffet con specialità del posto davvero ottime e molto piccanti.

Di nuovo in città abbiamo visitato la Piazza della Costituzione (Zocalo), la Cattedrale (per loro l’equivalente del nostro duomo) e il Palazzo Nazionale.

Zocalo

Murales di Diego Rivera


La Plaza de la Constitucìon, meglio conosciuta come lo Zocalo, è la quarta piazza più grande del mondo; pensate che misura quasi 43 mila metri quadrati. Affacciati su di essa ci sono il Palazzo Nazionale a Est, eretto nel 1524 da Cortés e sede del Presidente della Repubblica, la Cattedrale a Nord, la più vasta chiesa di tutto il Messico che con la sua facciata barocca sorge sul muro di teschi utilizzato dagli aztechi per esporre il cranio delle vittime immolate agli dèi (Tzompantli) e il Palazzo Comunale a Sud.

All’interno del Palacio Nacional abbiamo assistito casualmente a una manifestazione della polizia locale e militare, e visto i coloratissimi murales di Diego Rivera, marito della famosa pittrice Frida Kahlo. Accanto al palazzo sorge il Museo National de las Culturas, ricco di reperti archeologici, al centro del quale sorge il Templo Mayor, portato alla luce nel 1978 e ridotto oggi a sommarie rovine. 

Al momento sono qua in Hotel che scrivo, il neomarito si è fatto una doccia e ora, stremato, guarda i Simpson in spagnolo in televisione. Io ho scaricato le foto di questa prima giornata messicana sul portatile e scrivo per inerzia perché sono stanchissima. Tra poco crollo dal sonno, quindi per oggi vi saluto con questo splendido video. 


¡buenas noches!

domenica 10 maggio 2015

127.0.0.Città del Messico - Giorno 1

10 maggio 0 Comments

Dopo secoli riporto sul blog il diario del mio viaggio di nozze. Fino al quinto giorno l'ho scritto in diretta e in loco, ma i giorni seguenti, causa stanchezza disumana e volontà di Montenzuma, li ho scritti con calma una volta rientrata in Italia. Ecco a voi Messico e Guatemala, visti con i miei occhi.

Bologna, aeroporto Marconi
10 Aprile 2007 Ore 6.48 AM

Io e il mio maritino nuovo di zecca (siamo sposati da tre giorni), ci siamo appena seduti sul volo IB8785 Bologna - Madrid della compagnia aerea Iberia. La traumatica sveglia è stata alle ore 4.15 AM, e l'arrivo in aeroporto alle 5.10 AM. Dopo il check in abbiamo fatto tappa al bar, una breve pausa nicotina e via verso il nostro gate.
Ora siamo sul volo e aspettiamo di partire. Tra poco dovrò chiudere il tavolinetto e sospendere la scrittura del mio diario di viaggio. Sento i motori che si stanno accendendo. La hostess sta per mostrarci cosa fare in caso di incidente; non ti dicono mai, però, che l’unica cosa utile da fare in quel caso è pregare…
Ci stiamo chiedendo come mai i posti sono numerati in modo strano, 1AC, 2FD… mah! Mi sta dicendo mio marito che pregare non è politically correct. Come dargli torto! Ho appena scoperto che “Staff Only” in spagnolo si dice “Solo Tripulacion”. Che carini, sono passati a darci il giornale. Va bene che siamo diretti in Spagna, ma una parolina di italiano la potevano usare! Tra due minuti decolliamo, a dopo!

Ore 7.51 AM in volo

E’ già passata un’ora da quando siamo partiti. Prima, in spagnolo e in un inglese osceno, ci è stato detto che cercano qualcuno e che se abbiamo informazioni o notizie dobbiamo dirlo al personale di bordo. Nell’annuncio non si capiva se si tratta di un ricercato… O_O’ o una persona scomparsa… speriamo si tratti della seconda. Mio marito ha già sonno, mi sa che mi abbandonerà presto. Ci hanno servito una colazione a dir poco schifosa. Il solito succo di arancia Hero (che si salva) e una pasta con l’uvetta della stessa consistenza del cartone bagnato! Ho sonno anche io, ma voglio tenerlo per il volo di quasi 12 ore che ci aspetta dopo.

Ore 8.26 AM in volo

Sono appena tornata dal bagno, prima esperienza di pipì ad alta quota! Piccolissimo, ma pulito e profumato, menomale.
Quando sono uscita, dietro di me, c’erano due piloti. O_O’ “Se voi siete qui, allora chi guida?”
Dormono tutti, anche il marito, quindi per me è una noia mortale. Fuori splende un sole spettacolare, ci sono nuvole bianchissime sotto di noi che sembrano panna montata. L’ansia per il viaggio mi è passata completamente, ora mi resta la voglia di vedere questi splendidi posti che sono Messico e Guatemala, possibilmente senza beccarmi la maledizione di Montezuma! Dovremmo arrivare a Madrid intorno alle nove e un quarto circa, se non ricordo male. Va beh, tenterò un pisolino anche io và! Qua nei posti 10AC c’è silenzio, invece nei posti in coda, vicino al bagno c’è il rumore fastidiosissimo dei motori. Stiamo già perdendo quota, intravedo le montagne e le orecchie fanno ‘blop!’ Il pilota ci ha appena avvertiti che tra trenta minuti atterreremo. Trenta minuti e già scendiamo così rapidamente?! Glom… O_O’



Ore 12.29 PM a terra

Siamo saliti a bordo dell’Airbus A340, sempre della compagnia aerea Iberia, volo IB6403; ci porterà fino a Città del Messico che dista 9060 chilometri da qua (da Madrid). Tra circa dieci minuti partiremo e arriveremo verso mezzanotte, ora italiana, ma le diciassette ora locale del nove aprile, cioè "ieri"!
Stupendo!!!
Speriamo di dormire perché quasi dodici ore di volo sono stressanti. Si odono strani suoni provenire dalle nostre spalle, sfiati, cose che cadono, bambini che gnolano. L’aereo è sbrugolo nonostante sia enorme. Ci sono due file laterali da due posti (dove fortunatamente siamo seduti noi) e una fila centrale da tre posti. Per ora ascoltiamo la hostess… ostia, ha detto undici ore e cinquantacinque minuti… L’aeroporto di Madrid è gigantesco, spaventosamente enorme, addirittura dentro c’è la metropolitana per andare da un gates all’altro! Roba da matti. Non c’è la presa di corrente quindi il portatile sarà dura usarlo per tutto il volo. Mi sa che tra poco partiamo e dopo poco serviranno il pranzo. I motori sono accesi… che Dio, o chi per lui, ce la mandi buona! : )


Ore 13.13 (Tiè!) in volo

Siamo appena decollati, vedere Madrid con il brutto tempo e rendersi conto che sopra le nuvole c’è sempre un sole bellissimo, fa riflettere. Siamo a un passo dal paradiso. Ammesso che esista. Menomale che almeno abbiamo la musica, ogni sedile ha la radio e noi armati di cuffie la stiamo ‘rubando’. C’è già un sacco di gente che dorme. Io aspetto il pranzo e poi vedo. Anche qua passano a dare il giornale. Questa radio rock/pop è molto carina. Che carino mio marito che vorrebbe dormire, ma resiste per non lasciarmi sola e ora i suoi occhi azzurri sono tutti rossi. Ci sono parecchi italiani su questo volo, mi domando se alcuni di loro faranno il nostro stesso tour. C’è qualche turbolenza, tra un po’ vomito!
Le Scissor Sister! Abbiamo una scelta di dieci canali musicali, ma direi che il sesto è il più bellino. C’è già gente che gironzola o va in bagno. Ci sono dei monitor che ci tengono costantemente aggiornati sulla situazione del volo. Ecco il pranzo! Pappa! Buuu, mi hanno illusa! Pensavo fosse il pranzo invece ci hanno regalato le cuffiette per la radio! Fame! Voglio un altro panino al formaggio come quello che ho mangiato a Madrid! Cibo!

Ore 15.07 in volo

Dal lato sinistro dell’aereo tutti, e dico tutti, hanno chiuso la tendina di plastica del finestrino. C’è luce solo a destra, dalla nostra parte, ma sospetto ancora per poco perché è stato servito il pranzo e quindi, dopo una piccola vasca su e giù per l’aereo, la gente sta pensando bene di dormire! Vi enucleo il pranzo con l’aiuto della regia (finchè è ancora sveglia).
Riso con carotine e pollo allo zafferano (forse), una sottospecie di spuntì tonno e cipolla e un’insalatina, panino col formaggino spiaccicato dentro assemblato da me, dolcetto dagli ingredienti comuni, ma stranamente buono, acqua, Coca Cola e per finire il caffè. In più ci siamo fatti dare altri due panini per metterci il panetto di burro avanzato con lo zucchero. Sono soddisfatta, si sono fatti perdonare la colazione schifosa dell’altro volo. Il tipo di fianco a noi è vivo, menomale, dormiva così profondamente che manco le hostess sono riuscite a svegliarlo per il pranzo! Ok, ora ci starebbe una sigaretta, quasi quasi vado sul balcone a fumare.
Forse è meglio di no, stiamo sorvolando l’oceano atlantico!

Ore 18.20 in volo

Le hostess sono passate a farci cenno di chiudere le tendine dei finestrini, questo due ore fa circa. Personalmente pensavo fosse perché faremmo tutti meglio a dormire per la sveglia biologica che ci coglierà impreparati verso le quattro di notte, invece il motivo era la visione di film in lingua inglese. “La ricerca della felicità”, davvero molto bello. Ora, senza darci un attimo di tregua hanno messo “La tela di Carlotta” con Dakota Fanning che io adoro. Sembra un po’ “Babe, maialino coraggioso” questo film… Speriamo di no, beh me lo guardo con le lingue di gatto della suocera e un bel bicchiere di aranciata Hero. Tanto per cambiare. La luce fuori dai finestrini acceca, ma io non riesco a dormire nemmeno con i finestrini oscurati. Qualcuno ha ‘mollato’! Ho qualche sospetto sul colpevole, un tipo seduto non lontano da noi… speriamo non asfissi il pilota!

Ore 19.51 in volo

Belli questi due film eh… però… che palle! Sotto di noi c’è un panorama strano, si vede che non è europeo, i campi coltivati hanno forme particolari, strette e lunghe, e ci sono punti dove non c’è nulla per chilometri. Comincio a volere seriamente una sigaretta. Uff…

Ore 23.27 in volo

Siamo alla nostra decima ora di volo circa. Io dalla poltrona mi sono alzata una sola volta per andare in bagno. Fuori dal finestrino sto guardando la casa più strana che abbia mai visto. Il mio orologio segna le 23.30, tra poco è mezzanotte e c’è il sole che splende alto nel cielo come non mai, c’è un oceano bellissimo, una costa perfetta e dritta che corre alla nostra destra. Io ho un caldo terribile e qua la gente ha freddo, compreso mio marito. Stanno per servire la cena. Sono riuscita a dormire un paio d’ore. Il peggio è passato, stiamo per giungere a destinazione. Città del Messico!
A duemila e cinquecento metri di altezza è la metropoli più grande del mondo, conta circa 25 milioni di abitanti (censiti) ed è la città più inquinata del pianeta. La delinquenza dilaga, infatti noi stasera (visto che arriviamo verso le 17.00 e qualcosa ora locale) stiamo in albergo chiusi dentro! Contenta Dani? (La mia apprensiva suocera) Arriva la pappa! Fa una certa impressione pensare che siamo in volo da stamattina alle 7.00 e che ci hanno servito la colazione, il pranzo, la merenda e la cena…

Ore 00.04 ma sempre del 10 Aprile (pazzesco) in volo

Abbiamo sorvolato il Texas (Huston e Dallas), Memphis, il Canada (Toronto) e New York. Siamo quasi arrivati sul Messico.
Tra meno di un’ora scendiamo a terra. Abbiamo cenato con: una specie di arrosto con una fetta di formaggio e ceci, una fettina di torta alle mandorle che ho lasciato lì dove l’ho trovata, un panino burro e zucchero, Coca Cola e Caffè. Tra poco dovrebbero darci un documento da compilare prima di scendere con numero di volo, dichiarazione di bagaglio e numero di passaporto, motivo della visita in America e un sacco di altre cretinate. Ecco la hostess che arriva puntuale. Non vediamo l’ora nell’ordine di:
-      Respirare aria vera anche se piena di smog e non ossigeno finto.
-      Fumare una sigaretta, anzi facciamo anche due o tre.
-      Andare in albergo e farci una doccia.
-      Metterci a letto spaparanzati senza scarpe e soprattutto in posizione orizzontale!
Mancano centosessanta miglia alla destinazione quindi circa 28 minuti. Il mio orologio segna l’ora italiana (00.13 dell’11 aprile) e quello di mio marito l’ora locale (17.13 del 10 aprile) ^_^ Questa cosa non finirà mai di stupirmi. Siamo partiti ‘domani’ e siamo arrivati ‘ieri’.



Ore 20.57 atterrati a Ciudad De Mexico

Eccoci arrivati a Città del Messico. Siamo al Casablanca Hotelche si trova in Lafragua 7 Colonia Tabacalera, Cuauhtemoc. Siamo a qualche chilometro dall’aeroporto. La nostra guida, della quale non ho capito il nome, sembra simpatico e competente. 

Siamo riusciti a chiamare casa per ben 4 dollari al minuto. Sticazzi, aggiungerei. 
Ci siamo docciati, rilassati e abbiamo visto Futurama in spagnolo. Fa un caldo ancora sopportabile, ma abbiamo l’aria condizionata. Ho fame. Strano!

In Italia sono le 3.57 circa del mattino. Per ora Città del Messico l’abbiamo vista ben poco e soltanto durante il tragitto in auto. E’ molto decadente, almeno questa zona, ci sono palazzi alti solo un piano, molto colorati, dalle facciate rovinate, piene di scritte e decisamente povere. Ho visto una signora stendere i panni sul tetto piano di una di queste case e mi ha colpito perché mi è sembrato di vedere i quartieri più poveri dei nostri paesi del sud.

Passano auto fatiscenti e ogni tanto anche una bella macchina, ma ammaccata e non mi stupisce, visto come guidano questi pazzi messicani. C’è un traffico spaventoso. Giuro che non mi lamenterò mai più della mia piccola Bologna. Al semaforo capita di tutto, dalla ragazza che chiede i soldi per la Croce Rossa, al tipo che si sdraia letteralmente sul cofano per lavare il vetro con la sua maglietta e una spugna sporca a quello che ti vende le caramelle o i fazzoletti di carta.



Bene, ora vado a ninna perché ci aspetta la sveglia alle 6.30, la colazione alle 7.00 e l’appuntamento alle 8.00 con la guida nella Hall. Faremo un giro per la città e poi al sito di Teotihuacan a circa cinquanta chilometri da quì. Prevedo che torneremo qua domani sera, stanchi morti!
Per ora vi saluto, con questo bellissimo video :)



Mexico City

sabato 25 aprile 2015

Van Gogh Alive

25 aprile 0 Comments

“Siamo tanto attaccati a questa vecchia vita perché accanto ai momenti di tristezza, abbiamo anche momenti di gioia in cui anima e cuore esultano – come l'allodola che non può fare a meno di cantare al mattino, anche se l'anima talvolta trema in noi, piena di timori.”         

Quest’oggi vi parlerò di un artista che personalmente non mi ha mai convinta troppo, ma che ho avuto modo di rivalutare di recente; mi riferisco al pittore olandese Vincent Van Gogh. Non l’ho mai amato granché, è vero, ma da poco ho assistito a una mostra molto particolare che mi ha raccontato un Van Gogh decisamente inedito. Un Van Gogh uomo e non solo pittore. Una mostra spettacolo che invito tutti a vedere perché parla dell’Anima e non del pennello.

Partiamo con ordine, però, e vediamo innanzitutto chi è questo artista che ormai tutti noi abbiamo sentito nominare, studiato, visto e rivisto un milione di volte, senza però conoscerlo davvero, senza averlo mai approfondito sul serio. Ecco un mio breve sunto sulla sua vita.


Vincent Van Gogh, figlio di un pastore protestante, era un uomo solo, mentalmente instabile, ben conscio di essere disturbato e malgrado tutto questo, dannatamente lucido e brillante da essere consapevole di sé e del mondo. Innamorato della natura, dei colori e della pittura era persino consapevole di non essere un grande disegnatore, ma la passione per le tele, i pennelli e le tonalità cromatiche delle tempere a olio superava qualsiasi inattitudine.

“In quanto a me, anche quando sarò più padrone del pennello di quanto lo sono attualmente, mi prefiggo di affermare sistematicamente che non so dipingere. Mi capisce bene? Continuerò a dirlo anche quando avrò trovato un procedimento mio personale, più completo e più conciso di quello attuale. ... Il sentimento positivo che l'arte è una cosa più grandiosa e più sublime della nostra personale abilità, della nostra personale capacità e della nostra scienza personale ... il sentimento positivo che l'arte è una cosa che, pur essendo fatta da mani umane, non è un prodotto soltanto manuale, bensì sgorga da una fonte più profonda della nostra anima ...”

Autore di qualcosa come 846 tele e migliaia di disegni, è stato incredibilmente prolifico, se si pensa che è morto all’età di 37 anni e che ha iniziato a dipingere sul serio quando ne aveva 30. Aiutato economicamente ed emotivamente dal fratello Theo riuscì a portare a termine moltissimi lavori, ma ahimé, nessuno apprezzato dal pubblico e dalla critica dell’epoca.

Grazie al suo lavoro per una ditta di mercanti d’arte, poté viaggiare molto e l’influenza che i luoghi visitati ebbero su di lui la si ritrova spesso nei suoi dipinti. I soggetti preferiti da Vincent erano girasoli, cipressi, cieli stellati, campi di grano e persone. 

Per conoscere davvero questo artista non ci sarebbe bisogno di vedere nemmeno un suo dipinto, ma sarebbe sufficiente leggere la fittissima corrispondenza che teneva con suo fratello. Circa 650 lettere (600 e passa solo di Vincent) dove il pittore descrive i suoi stati d’animo, i suoi dipinti, il suo dolore, la solitudine e anche i momenti di profondo ottimismo. Sono quelle lettere a raccontarci chi era Vincent Van Gogh e cosa o come dipingeva. Sono quelle lettere che mi hanno fatto rivalutare l’uomo che si nasconde dietro alla famosissima Notte Stellata, al suo autoritratto più famoso, alla sua Camera di Arles, ai Girasoli e agli Iris.


Vincent era uno scarso studente (con l’eccezione di arte e letteratura) e finì con l’andare a lavorare molto presto, grazie alle conoscenze della sua numerosa famiglia. Era il 1869. Iniziò a viaggiare dividendosi fra l’Aia, Bruxelles, Londra e Parigi. A Londra ebbe una prima crisi depressiva piuttosto seria dovuta al rifiuto da parte di una ragazza alla quale si era dichiarato. Da quel momento perse interesse per il lavoro, chiese di essere trasferito e cadde in un vortice di emozioni negative che lo portò alle dimissioni nel 1876 e a coltivare un morboso interesse per la religione in molte sue forme. La sua vocazione teologica lo portò a vivere in villaggi di minatori. Divenne predicatore e si prese così a cuore la misera vita di quelle persone da perdere il senso della realtà, mettendo in secondo piano i suoi stessi bisogni. Aiutò e curò poveri e malati fino al punto di cedere il suo stesso letto o tagliare i suoi vestiti per farne bende per i feriti. Le autorità ecclesiastiche considerarono il suo eccessivo operato socialmente pericoloso e lo licenziarono incrementando così ulteriormente la sua crisi interiore e portandolo a vivere una vita sempre più tormentata.

La famiglia, preoccupata per il suo precario equilibrio mentale, lo incoraggiò a indirizzare le sue lodevoli gesta verso un percorso artistico e lui, ovviamente, accettò il consiglio e l’aiuto; Nel 1891 si iscrisse all’accademia delle Belle Arti. Qui Vincent ebbe una seconda cocente (è il caso di dirlo) delusione d’amore. Perse la testa per una sua cugina, vedova da poco, che lo rifiutò. Questo nuovo dolore portò l’aspirante pittore al punto di ferirsi autonomamente una mano sulla fiamma di una lampada. 

Si trasferì nuovamente all’Aia e dopo un po’ di tempo conobbe una ragazza che gli fece da modella. Sien era una prostituta alcolizzata e butterata dal vaiolo. Ragazza madre con una bimba piccola, e un’altra in arrivo, smosse la sindrome del crocerossino di Vincent, il quale pensò, dopo il parto, persino di sposarla, nel tentativo di salvarla dalla sua tremenda condizione. L’unica cosa che Vincent ottenne dalla sua relazione con Sien fu la gonorrea che lo catapultò all’ospedale. La sua famiglia, appreso della sua intenzione di voler sposare una prostituta, tentò addirittura di internarlo, ma alla fine non ce ne fu bisogno perché Vincent stesso la lasciò trasferendosi nel nord dell’Olanda.

Nel 1883 l’artista decise di tornare a vivere con i genitori. Allestì uno studio in casa del sagrestano della parrocchia, che aveva disponibili un paio di stanze. Qui dipinse moltissimo e si iscrisse anche a un corso di pianoforte, convinto dalla teoria di Richard Wagner, dell’esistenza di un collegamento fra musica e colore.


“In quanto a me, io sono ancora come ero a Nuenen, quando ho fatto uno sforzo vano per imparare la musica, talmente già sentivo fin da allora i rapporti che esistono fra il colore e la musica di Wagner.”

Sorsero, da questo punto della sua vita in avanti, tutta una serie di ulteriori problemi (e accuse) e Vincent riprese a viaggiare. Dal 1886 al 1888 visse a Parigi, dove il fratello si era recato per lavoro. Qui conobbe la grande pittura degli impressionisti, ricavandone molti spunti e stimoli. Soprattutto acquisì maggior sensibilità per i colori.

 “Come vedi, consacro tutte le mie energie alla pittura e scavo il problema dei colori: finora me n'ero astenuto, e non lo rimpiango. Se non mi fossi dedicato al disegno, non sarei attratto da una figura che mi appare come una terracotta incompiuta, e non ne sarei colpito. In questo momento ho l'impressione di trovarmi in alto mare: devo consacrare alla pittura tutte le forze di cui posso disporre. Se vorrò dipingere su tavola o su tela, ci saranno spese: tutto costa caro, anche i colori  sono cari, e la mia riserva si esaurisce presto. Ma pazienza, sono le difficoltà nelle quali incorrono tutti i pittori, e perciò dobbiamo soppesare i nostri mezzi. So tuttavia con certezza di possedere il senso dei colori e che questo senso si svilupperà sempre più, perché la pittura l'ho nel sangue.”

Alla fine del 1888, Vincent si trasferì ad Arles, nel sud della Francia. Dopo qualche mese lo raggiunse l’amico Paul Gauguin e insieme i due iniziarono un sodalizio artistico intenso che però si interruppe poco dopo a causa della partenza di Gauguin. Cosa che procurò una nuova crisi a Van Gogh che arrivò a tagliarsi il lobo di un orecchio. Iniziarono così i suoi ricoveri in ospedale (volontari), sempre più in bilico tra depressione e brevi momenti di felicità.

Auvers-sur-Oise, luglio 1890.   “Mi sono rimesso al lavoro, anche se il pennello quasi mi casca dalla mano; e, sapendo perfettamente ciò che volevo, ho ancora dipinto ... tre grandi tele. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la tristezza, l'estrema solitudine.
…    In quanto a me, sono totalmente preso da questa infinita distesa di campi di grano su uno sfondo di colline, grande come il mare, dai colori delicati, gialli, verdi, il viola pallido di un terreno sarchiato e arato, regolarmente chiazzato dal verde delle pianticelle di patate in fiore: tutto sotto un cielo tenue, nei toni azzurri, bianchi, rosa, violetti. Sono completamente in una condizione di calma persino eccessiva, proprio nello stato che occorre per dipingere ciò.”


Il 27 luglio del 1890, il buio lo inghiottì definitivamente e stretta una pistola fra le mani si sparò al petto morendo due giorni dopo.

Auvers-sur-Oise: lettera trovatagli addosso il 29 luglio 1890.  “Per il mio lavoro, io rischio la vita, e la mia ragione vi è quasi naufragata …”

Vincent vendette un solo quadro in tutta la sua vita e soltanto una volta poté leggere il suo nome in un articolo di giornale. Morto solo e disperato, venne alla luce e glorificato soltanto dopo la sua morte. La sua fama ha raggiunto dimensioni planetarie e su di lui sono stati scritti libri e girati film. Il genio e la passione di Vincent Van Gogh sono stati riconosciuti, ma come spesso accade, troppo tardi.

Nuenen, agosto 1885. Ad Anthon van Rappard.  “Credo nondimeno che, anche se seguito a produrre opere nelle quali si potranno ritrovare difetti, volendole considerare con occhio critico, esse avranno una vita propria e una ragion d'essere che supereranno i loro difetti, per coloro soprattutto che sapranno apprezzarne il carattere e lo spirito. Non mi lascerò facilmente incantare, come si crede, nonostante tutti i miei errori. So perfettamente quale scopo perseguo; e sono fermamente convinto di essere, nonostante tutto, sulla buona strada, quando voglio dipingere ciò che sento e sento ciò che dipingo, per preoccuparmi di quello che gli altri dicono di me. Tuttavia, a volte questo mi avvelena la vita, e credo che molto probabilmente più d'uno rimpiangerà un giorno quello che ha detto di me e di avermi ricoperto di ostilità e d'indifferenza.” 


Bene, dopo il riassunto che non rende affatto giustizia alla vita travagliata e sofferta del noto pittore, parliamo un po’ di Van Gogh Alive

Di cosa si tratta? Allora: per prima cosa levatevi dalla testa l’idea che vi siete fatti della parola “mostra”, perché Van Gogh Alive non è una mostra, ma un’esperienza sensoriale, un nuovo modo di vivere l’arte. Si tratta di una sorta di spettacolo itinerante che fonde in un unico ambiente arte, bellezza, musica, storia, tecnologia, Anima e poesia. 
Alive in questo momento è a Firenze e ci resterà fino al 2 Giugno, visto che è stata prorogata grazie al suo successo (avrebbe dovuto terminare il 12 aprile). Sono al corrente del fatto che la mostra-spettacolo si è tenuta in altri contesti e che a volte è stata accompagnata da musica dal vivo e in un’occasione persino da una sfilata di moda (credo che Vincent si sarebbe ribaltato nella tomba, ma va beh…), ma io mi limiterò a parlarvi della versione fiorentina che ho avuto il piacere di vedere da poco.

Alive a Firenze si svolge presso la bellissima chiesa sconsacrata di Santo Stefano al Ponte Vecchio, nel cuore di Firenze. Si accede della cripta, dove si trova la biglietteria e dopo un primo giro introduttivo fra le stampe dei dipinti corredati da una breve spiegazione dell’evento e della vita del pittore, si sale la scala che porta all’interno della chiesa, al centro della navata. 40 proiettori ad altissima definizione, grazie all'innovativo sistema SENSO-RY4, proiettano oltre 3000 immagini su tutte le pareti della chiesa buia, accompagnate da splendide musiche, da Handel a Schubert o da Sakura a Liszt, tanto per fare qualche esempio.

Alive però non si limita a questo. 

Vi è un ottimo lavoro di coreografia e regia, in particolar modo su quei dipinti che prendono vita e si muovono, oppure scorrono lungo le navate in un bellissimo gioco di transizioni. Le pale del mulino che ruotano, i corvi che si alzano in volo dal campo di grano, il filo di fumo della sigaretta fumata dal teschio che si alza in volute sinuose… meraviglioso… il tutto in sintonia con le musiche di fine ottocento, scelte con criterio a seconda del periodo nel quale il pittore ha partorito quella determinata serie di disegni e pitture. Il periodo di gioia, di depressione, di pace o quello del buio che lo inghiottì durante il suo ricovero volontario in manicomio, quando dipinse La notte stellata.

“Questa mattina dalla mia finestra ho guardato a lungo la campagna prima del sorgere del Sole, e non c'era che la stella del mattino, che sembrava molto grande…”


Dipinti, disegni e musiche sono accompagnati dalle parole dello stesso pittore, estrapolate dalle 600 lettere scritte a suo fratello. Questo permette di scendere ancora più a fondo nell’anima del pittore, tormentata sì, ma piena di ottimismo e coraggio, di saggezza e altruismo. 

Un pozzo nero di dolore sopra il quale crescono magnifiche ninfee e fiori acquatici traboccanti di colore. Questo era Vincent Van Vogh, un oceano torbido e dalle correnti tumultuose, ma che sul pelo dell’acqua ospita fra i suoi flutti delicati, la Vita intiepidita dal sole che brilla come una distesa di stelle.

Non mi vergogno a dire che questa esperienza mi ha toccata e mi ha commossa profondamente. Non mi vergogno a dire che ora guardo i dipinti di Van Gogh con altri occhi, perché finalmente riesco a vedere al di là dei colpi di pennello. Lo scopo di questa “mostra”, almeno con me, è stato  raggiunto e quindi dico Grazie a chi l’ha ideata e messa in scena, e invito tutti voi lettori a vederla perché vi spalancherà il cuore.

Sono rimasta impassibile davanti alle sue tele originali nella sua pinacoteca di Amsterdam, e mi aspettavo lo stesso al Van Gogh Alive.
Beh, ho cambiato idea.

Fatelo anche voi. Entrate, sedetevi per terra al centro della chiesa e lasciatevi trasportare dai colori magnifici di queste tele che per voi prenderanno vita.


È come avere un gran fuoco nella propria anima e nessuno viene mai a scaldarvisi, e i passanti non scorgono che un po' di fumo, in alto, fuori del camino e poi se ne vanno per la loro strada.

Se varrò qualcosa più in là, la valgo anche adesso, perché il grano è grano, anche se i cittadini all'inizio lo scambiavano per erba.

Nella mia febbre cerebrale o follia, non so come chiamarla, i miei pensieri hanno navigato molti mari. A momenti, come le onde disperate si infrangono sulle scogliere indifferenti, un desiderio tumultuoso di abbracciare qualcosa.




Van Gogh Alive è una di quelle cose che fanno bene all'Anima.

sabato 18 aprile 2015

127.0.0.Sirmione - Giorno 2

18 aprile 0 Comments
Quest’oggi ritorno a parlare, dopo ben tre mesi e mezzo da quel weekend trascorso sulle rive del Lago di Garda, della bellissima Sirmione.

Perdonate la lunga assenza dal blog, ma a costo di essere ripetitiva fino alla nausea, vi ricordo che non amo postare tanto per riempire spazi vuoti. Preferisco di gran lunga prendermi il tempo necessario per scrivere un post lungo e ragionato. Tanto più che questo blog non è una testata giornalistica, ma solo il mio personale Diario di bordo senza pretese di nessun tipo, men che meno di puntuale regolarità. Per quella vi consiglio il Bifidobacterium animalis.

Bene, detto questo torniamo a Sirmione.



Dopo una colazione da paura, con un buffet così vasto da mandare gli ospiti dell’hotel Grifone in attacco di panico del tipo “E ora cosa mangio!? Con cosa comincio!? Per la Peppetta quanto ben di Dio O_O” ci siamo incamminati verso le famose Grotte di Catullo.


Grotte di Catullo
Se andate a Sirmione, dovete per forza andarci. Questo sito archeologico, conosciuto da tutti come Grotte, in realtà è un’immensa villa romana, o meglio ciò che ne resta, edificata fra il I secolo avanti Cristo (le strutture sottotanti) e il I secolo dopo Cristo (la villa); a dire il vero anche Catullo, in tutto questo c’entra poco e niente.

La denominazione di Grotte risale al 1400 a causa della riscoperta delle liriche del poeta romano Catullo (morto nel 54 avanti Cristo), dove egli descrive il ritorno nell’amata casa di Sirmione suggerendo un collegamento con i resti ancora visibili dell’antica villa, in larga parte interrati e ricoperti dalla vegetazione, tanto da sembrare quasi delle grotte. A tutt’oggi non esiste però un reale collegamento fra i resti della villa romana di Sirmione e la famiglia del poeta Catullo.




Sembra che la villa abbia avuto vita breve, perché già nel III secolo dopo Cristo era in stato di abbandono, diventando col tempo una sorta di fortificazione a protezione della penisola, luogo di sepoltura e persino una cava di materiali.

Il complesso copre un’area di circa due ettari e ha pianta rettangolare. Il piano nobile, quello dove alloggiava il proprietario, è il più danneggiato, mentre si sono conservati meglio i restanti due piani. La villa era caratterizzata da lunghissimi portici e splendide terrazze aperte sul lago e comunicanti fra loro da un belvedere. Sul lato occidentale è ancora visibile il criptoportico, una lunga passeggiata un tempo coperta. 


Grotte di Catullo
Nel corpo centrale della villa, dove si trovava un ampio giardino ora vi è il Grande Oliveto. Pensate che in tutta l’area del sito archeologico sono presenti circa 1500 ulivi, alcuni dei quali plurisecolari e dal 2012 si è ripresa la raccolta delle olive e la produzione del raro olio extravergine del secolare oliveto 'Grotte di Catullo'.

Sul lato meridionale si trovava un’enorme cisterna lunga circa 43 metri per la raccolta dell’acqua. Una zona della villa, probabilmente costruita successivamente, era dedicata alle terme.



Dal 1999, all’interno del sito archeologico, è presente anche il museo che ospita numerosi reperti venuti alla luce durante gli anni degli scavi, un plastico che riproduce la villa stessa e una piccola, ma interessante area dedicata alla formazione geologica del Lago di Garda.

La visita del sito richiede un bel po’ di tempo, perciò mettete in conto almeno due o tre ore. Quel che è rimasto in piedi della villa è davvero poco, ma vi assicuro che vi perderete fra gli ulivi, passeggerete lungo tratti altrimenti inaccessibili e scatterete foto su scorci mozzafiato lungo tutto il perimetro nord della penisola che sarebbe possibile vedere soltanto in barca. Se avrete la fortuna, come l’abbiamo avuta noi, di visitare le Grotte di Catullo in una giornata di sole, sono certa che vi tratterrete a lungo in quella macchia verde e azzurra, dove si respira aria di duemila anni fa.


Le Grotte di Catullo viste dalla barca
Le Grotte sono raggiungibili a piedi dal centro di Sirmione in circa 15 minuti e lungo la strada vi consiglio di fermarvi qualche istante nell’antichissima chiesa di San Pietro in Mavino riposando i piedi stanchi, seduti su una delle panchine lungo la strada alberata accanto all’edificio.

Secondo la tradizione, questa chiesa venne costruita dai pescatori del luogo e dedicata all’apostolo Pietro. I primi documenti che citano la chiesa di San Pietro in Mavino risalgono all’VIII secolo. Con la facciata a capanna, il rosone centrale, una sola navata, la pianta rettangolare, il basso campanile e la semplicità dei suoi interni ha il tipico aspetto di una chiesa medievale e le sue dimensioni così ridotte la rendono un luogo intimo e raccolto.


San Pietro in Mavino
A proposito di dimensioni ridotte, non dimenticatevi di visitare nel centro storico di Sirmione, proprio di fronte alla Rocca Scaligera, la microscopica chiesa di Sant’Anna. Una delle chiese più piccole che io abbia mai visto. Piccolissima e deliziosa. La chiesa, che si trova all'entrata del borgo di fronte alla Rocca, risale al 1300. All'interno vi sono decorazioni e affreschi anche quattrocenteschi. Gli stucchi sono in stile barocco. Sull'altare vi è l'effige della Madonna dipinta su una pietra con lo stemma scaligero.

Sant'Anna
No, non credo in Dio, nel caso ve lo stiate chiedendo, ma amo il silenzio, il fresco, la pace e la spiritualità che in tutti i luoghi di culto (qualsiasi culto) si respira. Diciamo che credo in “qualcosa” che va al di là di ogni religione. Credo nell’energia e nello spirito della Natura e della Terra, credo nell’equilibrio e nel Respiro del Pianeta.
Nelle chiese, insomma, amo entrare e sedermi quando non c’è nessuno.

Un’altra splendida chiesa da non perdere nel centro storico di Sirmione è Santa Maria della Neve. Edificata nel 1400, è ricca di storia, accogliente e piena zeppa di fascino. La sua facciata poggia sul muro che un tempo cingeva la cittadina ed è decorata in terracotta. Il portico a cinque arcate che la caratterizza, in origine faceva parte del cimitero, e anche questa chiesa, come San Pietro in Mavino, ha un’unica navata.


Santa Maria della Neve
Tornerò a parlare di Sirmione in un prossimo post, raccontandovi ancora del mio weekend trascorso lì e di tutte le meraviglie che questa piccola perla sul Lago di Garda può offrire al visitatore. A presto!

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